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Nuova sezione. Scrittori ebrei polacchi. Kazimierz Brandys.

30 gennaio 2012

di Fabio Izzo

Inauguriamo questa nuova rubrica dedicati agli scrittori ebrei polacchi, appartenenti ad una letteratura di nicchia ma che meritano, senza ombra di dubbio alcuno, di essere scoperti e riscoperti.

Cominciamo con Kazimierz Brandys. Questa la sua biografia sulla sempre impeccabile Wikipedia Italia:
Nacque in una famiglia di letterati, tra i quali si annovera il fratello Marian Brandys. Studiò legge alla Università di Varsavia. Negli anni di intervallo tra le due guerre mondiali si avvicinò agli ideali di sinistra, iscrivendosi all’Unione della Gioventù Socialista”.
Dove manca giusto quel qualcosa che siamo andati a recuperare sulla pagina di Wiki Polonia dedicata allo scrittore nato a Łódź.: ”Pochodził z inteligenckiej, zasymilowanej rodziny żydowskiej dove rodziny zydowskiej” e in cui si dice chiaramente che era di famiglia ebraica, dettaglio trascurato, se non addirittura omesso, nella versione italiana.
L’appartenenza, inspiegabilmente, diventa tematica spinosa, come in questo caso, perché identità e appartenenza sono temi centrali nell’opera di questo scrittore, come cercheremo di mostrarvi in seguito.

Sansone

Il tema dell’identità è un argomento universale, e non certo prerogativa unica di Brandyz, anche se lo scrittore di Łódź nelle sue opere ne ha magnificato la maturazione. Perché l’identità non ha un inizio e una fine, ma si trasmette di genitore in figlio e di libro in libro: questo è uno dei grandi segreti della Letteratura.

Sansone l’ho scritto nel 1947. Ero allora membro della redazione di un settimanale marxista e appartenevo al partito comunista. Alcuni frammenti e personaggi di questo libro sono contraddistinti dalla semplificazione schematica tipica della letteratura didattico propagandistica del realismo socialista”.

Sansone è di sicuro l’opera più naif, o potremmo dire ingenua di Brandys. Un romanzo amaro, costretto com’è nelle rigide forme della letteratura socialista, dove un giovane ebreo Jakub Goldman diventa protagonista del proprio destino decidendo di partecipare alla lotta armata contro l’occupante tedesco.
Jakob è inizialmente costretto a nascondersi, deve celare il suo viso ai più per via di quei suoi lineamenti, troppo non polacchi e troppo lontani dall’estetica ariana, e così da possibili delatori che potrebbero venderlo

Sansone, per volontà dell’autore stesso, è la storia di un perseguitato, di un condannato a morte, un uomo che è lecito uccidere solo perché ebreo. Secondo la volontà di Brandys il lettore avrebbe dovuto vedere in Jakub Gold la vittima di un delitto politico: l’assassinio imposto dall’ideologia.

Come già detto prima, quest’opera sicuramente interessante è, forse, il punto di partenza ideale per chi vuole scoprire gran parte, se non tutto, dell’intero arco narrativo di Brandys. In altre parole, se volete leggere un solo libro di questo autore, non cominciate però da questo perché è un’opera sicuramente da contestualizzare, in quanto costretta da rigori politici e volontà di rivisitazione.
Già, Sansone non è nient’altro che una rivisitazione storica, pensata inizialmente per far parte di un più ampio progetto narrativo ma è finita poi con l’essere immortalata su pellicola dal regista premio Oscar Andrzej Wajda.

Rondò

Brandys è rimasto legato al tema dell’identità tanto che a Roma, in una sua intervista disse quanto segue:
Negli attori la personalità e la parte interpretata sono la stessa cosa, la differenza tra essere e recitare è impalpabile, cosa che attenua il peso morale della vita, Nel momento in cui termina l sua parte, e deve mostrare il bene o il male elementare dentro di lui, l’uomo che è attore si denuda senza ritegno, con la naturalezza tipica degli animali”.

Questa divagazione sul ruolo dell’attore ci offre la possibilità di parlare di una delle opere sicuramente più riuscite di Brandys, Rondò, che a mio modesto parere, assieme a La Difesa della Granada, rappresenta il perfetto esempio di maturazione dell’autore.

Rondò, possiamo tranquillamente dire, è un romanzo che ha nell’identità il suo perno visto che racconta l’inverosimile vicenda di una compagnia teatrale impegnata a combattere contro la storia.
Nulla è più improbabile, se non addirittura impossibile, della partecipazione alla resistenza di una compagnia teatrale.
La storia diventa parodia, avanspettacolo, perde la sua identità nella confusione creata tra proscenio e palcoscenico, nessuno è certo di chi sia chi, tanto che lo stesso protagonista potrebbe, ascoltando le dicerie dello scandalo nel concetto caro a Strindberg, essere addirittura figlio del Feder Maresciallo Pilsudski, padre della Polonia tra le due guerre.

Rondò è un romanzo godibilissimo, dove la trama, a prima vista, è attentamente ricamata per un pubblico generalista. Brandys appare anche didattico, nel puro senso del termine, intento a sviluppare la complessa storia polacca, dal ’39 in poi attraverso le sue opere e, anzi, il rondò del titolo si risolve in un vero e proprio ballo con il destino.

L’Identità

Avere o non avere un identità? Questo è il fulcro letterario, o almeno una gran parte di esso, di Kazimierz Brandys.
Affermare, nascondere, deviare dal proprio essere. L’identità in Brandys potrebbe addirittura essere vista come una vergogna di esistere, tanto che ad un certo punto lo stesso autore si preoccupò di precisare quanto segue:
Vergogna di esistere? Ma signori ,ognuno di noi sa che è sempre più buono con sé che con gli altri, tiene di più alla propria salute che a quella altrui, pensa di più a se stesso che al suo prossimo. Ognuno di voi lo sa, e sa di doverlo nascondere, ma al tempo stesso sa che lo fanno tutti e che proprio in quel nascondere si riflette la nostra vergogna dell’esistenza umana

E con la maturazione identitaria riaffiora anche l’origine della famiglia, tanto che l’autore si ritrovò a scrivere dopo un suo viaggio a Gerusalemme:
I Luoghi Santi e Gerusalemme, il Santo Sepolcro, la tomba di Re David, la valle del Giordano non si sono associati nella mia mente al Mistero. A Betlemme, nel luogo dove i re Magi si erano prostrati in adorazione, non mi sono sentito più vicino a cose soprannaturali. Ciò nonostante non mi ritengo un pagano: se dovessi definire in me la sfera del cristianesimo, la chiamerei corresponsabilità nella colpa, consapevolezza di appartenere a una comunità gravata dal peccato. durante il mio soggiorno in Israele, ho avvertito questa consapevolezza in maniera totale. Quando si segue la Via crucis assieme a un gruppo di signore tedesche dai capelli bianchi con i ceri in mano, è difficile sentirsi un essere senza peccato e innamorato di Dio”.

Identità e storia non posso, dunque, che confluire nella questione della religione.
La religione, poi, è sì storia, ma quest’ultima, come ben riassunto dalla sua traduttrice Giovanna Tommasucci, diventa in Brandys anche e soprattutto destino. Una danza ostinata che da sempre accompagna l’uomo, durante tutto l’arco della sua esistenza, sia nell’ascesa che nel declino.

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2 commenti leave one →
  1. 30 gennaio 2012 23:32

    Che bello, ogni volta mi fai scoprire qualcosa di nuovo… Non conoscevo assolutamente Brandys, ora mi sto documentando…

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