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Musica. Asaf Avidan, il pop e Israele: preferisco l’Italia (Il Corriere della sera)

16 febbraio 2015

Di Sandra Cesarale (Il Corriere della sera)

Da Tel Aviv a Fossombrone. La strada di Asaf Avidan, la popstar che un anno fa catturò la platea del Festival di Sanremo, parte da Israele ma arriva in Italia. Nella cittadina delle Marche, infatti, ha deciso di metter su casa. «La mia carriera — spiega Asaf che ha da poco pubblicato l’album “Gold Shadow” — è soprattutto in Europa e sarebbe bello fare spostamenti più brevi.
Ho amici con una casa a Fossombrone. Somiglia alla Toscana, prima che i turisti la incasinassero. Ho pensato a un bel pezzo di terra dove posso coltivare l’orto, al bel tempo, al vino e al cibo».
Le ragioni della sua scelta sono legate in particolare ai problemi di Israele. Politici e «sociali», sottolinea Asaf, trentaquattrenne liberale e di sinistra. «Sono originario di Gerusalemme, ma negli ultimi anni ho vissuto a Tel Aviv che è una città piena di giovani e artisti. È come vivere in una bolla e guardare cosa succede nel resto del Paese. Israele lotta contro gli stessi problemi di tante altre nazioni oggi: il fallimento della classe media, la distanza fra una ricca minoranza e persone che non riescono andare avanti. Un anno fa, poi, l’ultima operazione militare: l’odio, la paura, la violenza sono stati un pugno allo stomaco. Quello è il mio Paese. E non è un posto dove posso immaginare un futuro se voglio una famiglia». Ha presentato l’album «Gold Shadow» a Parigi, durante i due giorni dell’attacco terroristico. «Non ci si abitua mai — commenta —. Ho vissuto in Israele nei momenti più cupi, negli anni ’90: ho perso amici e sarei saltato giù da un autobus in corsa se solo avessi pensato di vedere dei terroristi. A Parigi, come tutti, ho provato paura, rabbia, disperazione. Ho anche partecipato alla marcia. Il giorno dopo la strage dovevo presentare le nuove canzoni in uno show radiofonico. Pensavo di cancellarlo, ma quelli della radio mi hanno convinto ad andare avanti perché voleva dire non soccombere alla paura».
Nella vita privata di Asaf non manca l’impegno civile, ma in quella pubblica ha scelto, finora, di cantare le sue emozioni. Lo fa anche in «Gold Shadow», «un album sulla fine di un amore». Ed è autobiografico. «Continuavo a ripetere a me stesso e alla mia fidanzata che quelle storie non parlavano di noi. Ma quando ho ascoltato l’album finito ho dovuto ammettere che lì dentro c’erano i miei sentimenti».
Definisce il disco un «mosaico» perché mischia Leonard Cohen a Nina Simone, Shirley Bassey a Dylan e Marley.
Ad aprile lo porterà in tour in Italia il 9 a Roncade, l’11 a Roma e il 12 a Milano. Con una nuova band, senza i vecchi Mojos. Scherza: «Non devo più dividere le ragazze con il batterista». Ha iniziato a cantare nel 2006 ma ha già incrociato Neil Young, Bob Dylan, Lou Reed. «Spesso li ho incontrati fra un cambio di palco e l’altro — dice — ma per me non è necessario conoscere la persona, magari sono uomini eccezionali, magari dei bastardi. A me interessa la loro musica». Da Robert Plant, l’ex Led Zeppelin, una lezione l’ha imparata. «È generoso e gentile. Gli ho chiesto: “Come hai fatto a mantenere la tua voce per tutto questo tempo?”. Mi ha chiesto quanti anni avessi. “32”, ho risposto. E lui: “Alla tua età urlavo e basta, non sapevo quello che stavo facendo”. Tradotto: l’importante è trovare uno stile solo tuo».

 

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