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Autori. La sposa sul campo da tennis. Anticipazione del testo di Eshkol Nevo alla Milanesiana (Corriere.it)

26 giugno 2014

Anticipiamo qui un testo che lo scrittore israeliano Eshkol Nevo leggerà in occasione della Milanesiana.

L’appuntamento con Nevo (che sarà insieme a Tim Parks, Meir Shalev, Elena Loewenthal e Erica Mou) è venerdì 27 a Torino, presso il Borgo Medievale alle 21, nell’incontro «Il destino dei libri».

La manifestazione «Milanesiana – Letteratura Musica Cinema Scienza Arte Filosofia e Teatro», ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, è giunta alla XV edizione e gode dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e del patrocinio di Expo Milano 2015.

****

Ho immediatamente avuto l’impressione di conoscerla, ma ci è voluto un po’ perché capissi da dove. Parlava con le altre mamme. Avevano un loro parlamento, tutte nello stanzino in attesa dei figli al corso di capoeira, a discutere di questioni vitali, come le maschere di carnevale o la scelta del day camp migliore.
Io aspettavo fuori trafficando col cellulare, nel tentativo di sembrare impegnatissimo. Certo, avrei potuto partecipare alla conversazione. Ma ogni volta che mi lasciavo coinvolgere, finivo col sentirmi triste. Non triste. Sconfortato. Ecco la parola giusta, sconfortato. Perciò preferivo restare in cortile. Anche se pioveva. In cortile, col cellulare e le gocce che mi penetravano sotto i vestiti. Ero disposto a diventare uno straccio, a beccarmi il raffreddore, pur di non assistere a quelle conversazioni.

Era nuova. Non l’avevo mai vista prima, nel parlamento.

L’ho guardata parlare, attraverso la parete di vetro che divideva il cortile dalla sala d’attesa. Era assai piacevole, da guardare. Molti gesti con le braccia. Sorriso sveglio. Capelli sciolti, che di tanto in tanto spostava da un lato all’altro con un movimento pieno di slancio. Vicino a lei, le altre donne del parlamento sembravano sbiadite. Sapevo che non glielo avrebbero perdonato. Che appena fosse uscita l’avrebbero fatta a pezzi. Durante il servizio militare? In Nepal? In coda da qualche parte? Di sicuro ci eravamo già incontrati. Ma non riuscivo a identificare il punto nel tempo in cui era successo.
Poi è andata a prepararsi un caffè. Ha preso un bicchiere di carta dalla pila. E dopo aver versato l’acqua sulla polvere, ha allungato il braccio alla bottiglia del latte. La bottiglia si trovava dall’altra parte del tavolo, perciò ha dovuto stendere completamente il braccio per raggiungerla. Qualcosa, in quel movimento, mi ha ricordato il gesto del tennista che stende il braccio per raggiungere una palla persa.

D’un tratto ho capito dove l’avevo incontrata. Era stato prima dell’ernia del disco. Giocavo a tennis una volta la settimana, il mercoledì sera, con Elisha. Dalle otto alle dieci. Due set. Brevi pause per bere qualcosa ogni due giochi. E una più lunga fra un set e l’altro. Di solito io vincevo il primo set. Dopodiché la forma fisica si faceva sentire e Elisha vinceva il secondo. Alla fine ci facevamo la doccia e andavamo a mangiare.

Inizialmente cenavamo al ristorante ungherese all’interno del circolo. Generalmente eravamo quasi soli. Il padrone ci serviva di persona il gulasch che ordinavamo e si sedeva con noi a chiacchierare. Tipico segno che il locale è spacciato. E in effetti, un giorno siamo arrivati e al posto del ristorante abbiamo trovato un bar gluten free. Come gli viene in mente di aprire un posto del genere dentro un impianto sportivo? ha chiesto Elisha, e io ho risposto, perché, se aprissero in centro avrebbero clienti?

Dopo la partita ci sedevamo comunque lì. Non avevamo voglia di metterci in macchina e spostarci. Ordinavamo un’insalata, l’unica cosa che si poteva mangiare senza cadere in depressione. Di solito eravamo gli unici avventori. Il padrone ci preparava l’insalata di persona. La serviva. E si sedeva con noi a chiacchierare.

Due mesi più tardi il locale era chiuso. Al suo posto hanno cominciato a costruire una sala per cerimonie.

Cavolo, questo posto è maledetto, ha commentato Elisha mentre eravamo diretti alla doccia. Qualunque cosa aprano, fallisce. Al centro commerciale del mio quartiere è successa una storia simile, si è ricordato. Dove sono cresciuto. Fra la pizzeria e il parrucchiere c’era un negozio che deve aver cambiato proprietario una decina di volte, non si riprendeva mai, hanno persino portato un cabalista da Safed che desse una benedizione speciale, ma non ha funzionato nemmeno quello, ci sono spazi così, senza speranze, non c’è niente da fare.

La sala ha riscosso un successo immediato.

A sei mesi dall’apertura, ogni volta che ci presentavamo al circolo c’era una festa. D’un tratto era difficile parcheggiare. All’entrata dell’impianto sportivo, una guardia controllava le borse. Gli ospiti usavano gli stessi bagni dei tennisti, perciò capitava di trovare tutti i gabinetti occupati.

E poi era diventato imbarazzante gridare. Gridare durante le partite a me piace. È il mio modo di spronare me stesso. I migliori giocatori gridavano durante le partite. McEnroe. Connors. Backer. Si sgolavano senza pudore. Però a fianco non si svolgeva un Bar Mitzvà. Provaci, a sparare un fanculo mentre un ragazzino tredicenne sta pronunciando il sermone della sua vita.

D’altra parte, le nostre partite ci avevano guadagnato una colonna sonora. Il che non era male: metà secondo set. Io, come sempre, a corto di energie. Elisha, invece, in gran forma. Ma il DJ della festa decide di mettere «Relax» di Frankie goes to Hollywood. Le mie gambe iniziano immediatamente a ballare sul campo a ritmo, e trasformo un misero 3:0 in una vittoria 4:6.

Così non ci si può proprio concentrare, si lamentava Elisha. E all’ingresso chiedeva a Yuval di darci uno dei campi più lontani dalla sala.

Poi sono cominciati i matrimoni. La prima volta che abbiamo visto sposo, sposa, fotografo e cassetta porta assegni all’ingresso del circolo, eravamo allibiti. Ma chi si sposa in un circolo? aveva borbottato Elisha appena passati oltre. E io avevo scherzato, perché, non ti pare un posto romantico?

Gli standard di eleganza dei matrimoni sono molto superiori a quelli dei Bar Mitzvà. La gente si presenta in ghingheri. Così ci ritrovavamo, alle dieci di sera, a passare con le nostre magliette sudate in mezzo agli invitati per raggiungere le docce. Pareva di tagliare il Mar Rosso. Tutti facevano largo per evitare di essere toccati, per carità.

E il catering. I profumini del catering ci facevano impazzire mentre ci dirigevamo alla doccia. Polpettine di agnello. Melanzane ai ferri. Pesce alla marocchina. Dio che voglia. Una volta, Elisha ha proposto mentre ci vestivamo dopo la doccia, solo una volta, per divertirci, dobbiamo portare dei vestiti eleganti per cambiarci, pettinarci e raderci per benino, e mescolarci al matrimonio. Prendere un piatto e metterci in fila per il buffet. Chi direbbe qualcosa? La famiglia del marito penserà che siamo ospiti della moglie. La famiglia della moglie penserà che siamo ospiti del marito. E noi giù a strafogarci di polpette.

Non l’abbiamo mai fatto. Elisha è bravo solo a parole. E io, io sono un timido.

Le partite di tennis e i matrimoni hanno continuato a svolgersi in parallelo. Senza mescolarsi.

Di tanto in tanto, una palla lanciata troppo forte superava la recinzione e rotolava in direzione della sala. E uno degli invitati la rispediva verso il campo. Una volta ci hanno messo nel campo vicino ai binari del treno, dove veniva innalzato il baldacchino nuziale, e Elisha, scocciato per una volée mancata, ha lanciato la pallina fortissimo; è sembrato che schizzasse dritta addosso al rabbino, ma alla fine è atterrata sul telo sopra la sua testa. Stavano proprio nel bel mezzo delle benedizioni nuziali, così non se n’è accorto nessun altro.

Ma a parte questo, proprio niente di speciale. Davvero. Coesistenza pacifica.

Dev’essere un matrimonio di giovani, ha sentenziato Elisha una volta superati i controlli di sicurezza all’ingresso del centro sportivo, quella sera, mentre fendevamo i primi ospiti per raggiungere la segreteria. Occhio, Yuval, mettici il più lontano possibile, ho già capito l’andazzo, di sicuro ci vanno giù pesante col volume.

Yuval ci ha assegnato il campo quindici. Avvisando che c’era qualche crepa nell’area della linea di fondo campo. Niente di grave, ha detto Elisha. L’importante è che non ci distraggano col loro freedom freedom. Mi deconcentra.

La sposa è entrata in campo a metà del secondo set. Eravamo 3:1 per Elisha. Il servizio era mio. Ero di schiena, perciò non mi sono accorto che era entrata e ho servito la palla nel campo avversario, come al solito. Elisha se l’è lasciata sfuggire, non ha reagito. Non capivo cosa stesse succedendo. Poi mi ha accennato con la mano di voltarmi.

Mi sono voltato. Lei era lì. In piedi. Una sposa bellissima. In abito bianco. Tacchi molto alti, pettinata da matrimonio, truccata da matrimonio.

Ciao, ha detto. Mi sorrideva con gli occhi.
Ciao, ho risposto. Posso giocare un po’ con voi? ha chiesto.
Cosa? Giocare con voi.
Ma certo, tesoro, ci ha raggiunti Elisha col fiato corto. Certo che puoi giocare con noi. Cosa ti prende, Ofir? Dove sono finite le tue buone maniere? Ecco, usa la mia racchetta.
Lei ha preso la sua racchetta, mi ha lanciato un’occhiata fra il deluso e il divertito, e se n’è andata coi suoi tacchi dall’altra parte del campo. Arrivata alla linea di fondo campo ha tolto le scarpe e si è preparata, scalza, con la racchetta in mano. In posizione da professionista.
Tira, fratello, mi ha incitato Elisha.
Ma tira, altrimenti ti prendo la racchetta e gioco al tuo posto. Ho colpito la palla pianissimo.
Temevo che per sbaglio le arrivasse addosso. Era o non era una sposa?
Lei invece ha risposto con tutte le sue forze, lanciandola nell’angolo lontano. Impossibile per me arrivarci. Fifteen love. Ha dichiarato Elisha in tono da giudice di Wimbledon. Di’ al tuo amico di giocare sul serio, ha riso la sposa. Con una mano teneva il vestito sollevato.
E Elisha ha detto, hai sentito la signora.
Il servizio successivo l’ho tirato con tutte le mie forze. Ma è riuscita a rispondere lo stesso. La pallina è passata da un lato all’altro diverse volte finché lei è volata sulla rete. E ha chiuso il punto con una schiacciata spettacolare sia per il modo in cui la palla ha incontrato la racchetta, sia per il modo in cui il suo vestito si è sollevato in aria insieme a lei.
Thirty love. Ha notificato Elisha.

Il punto successivo è stato particolarmente lungo. Botta e risposta, la palla non smetteva di superare la rete, e a un certo punto mi ha colto una strana sensazione, mai provata prima giocando contro Elisha: sentivo che dialogavamo tramite la palla. La sposa e io. Lei domandava e io rispondevo. Poi era
Sentivo che dialogavamo tramite la palla. La sposa e io.
la mia volta di domandare e la sua di rispondere. Sentivo che stava cercando di comunicarmi qualcosa di importante e che se il punto fosse continuato abbastanza sarei riuscito a capire di cosa si trattava.
Ma poi – nel tennis non si deve pensare troppo – ho infilato un rovescio dritto in rete.
Forty love ha notificato Elisha sghignazzando, ti sta stracciando, fratello.
La sposa si è chinata per prendere le scarpe col tacco dal campo.
Si è avvicinata a noi con le scarpe in una mano e la racchetta di Elisha nell’altra. La piega si era un pochino sciupata. Due o tre ciocche erano sfuggite e le ricadevano sulla guancia destra. Anche il trucco era rovinato e il vestito leggermente stropicciato, ma il tutto la rendeva ancora più bella.
Grazie, ha detto a Elisha porgendo la racchetta.
Devo tornare, ha parlato a me. E poi, per un attimo o due, non si è mossa. Mi ha guardato dritto negli occhi.
D’un tratto ho avuto l’impressione di capire cosa aveva voluto dirmi durante la nostra conversazione di tennis.
Ma sono rimasto paralizzato. Le parole bloccate in gola. No. Non mi si sono bloccate in gola perché nemmeno ci erano arrivate. Non avevo parole. E la finestra di opportunità si è richiusa.
Ciao, ha detto. Con tristezza, mi è parso. E ha aggiunto: bello, giocare con te. Dopodiché ha indossato le scarpe col tacco per ticchettare fuori dal campo.
A quel punto era impossibile concentrarmi. Elisha ha vinto tutti i punti restanti e mi ha battuto 6:1. Ci siamo stretti la mano, come sempre. Vicino alla rete. E ci siamo seduti sulla panchina a bere una bottiglia d’acqua.
Ti ha scombussolato, la ragazza, eh? Ha commentato Elisha.
Sì, ho confessato.
Che storia, tutta ’sta faccenda, com’è entrata all’improvviso. Con quel vestito.
Già, proprio una storia pazzesca.
Secondo me le piacevi.
Dici?
Ne sono sicuro.
Ma adesso cosa cambia, tanto.
Sì.

C’è stato ancora un altro momento. Mentre andavamo alle docce, ho rallentato e sbirciato nella sala. Attraverso il vetro. Stava ballando. Insieme alle sue amiche. Qualcuno le aveva risistemato la pettinatura. Il marito non sono riuscito a vederlo. Strano. Le amiche sembravano più felici di lei. Ballava, ma a passi pesanti.
Che succede, fratello, perché ti sei fermato? ha chiesto Elisha.
Pensavo, magari potrei dirle qualcosa.
A chi? Alla sposa. E che le dici?
Boh. Auguri. Auguri?
Ma che, sei scemo?
Non so.
Ok, entra e dille quello che vuoi. Io resto qui.
Non sono entrato. Mi sono guardato. Scarpe da tennis bianche sporche. Pantaloncini. Sulla maglietta una grossa macchia di sudore al centro del petto. Mica potevo presentarmi così a un matrimonio.

Dopo la doccia ho spiegato a Elisha che non mi sentivo bene. Non era il caso di andare al ristorante.
Ma è tradizione, fratello, ha risposto.
Mi spiace, ho ribattuto, non sto bene.
Che succede, fratello, dove ti fa male?
Una sensazione generale, ho risposto.
Cosa gli potevo dire? Al cuore?

Solo la settimana successiva, nel ristorante uzbeco dove in quel periodo mangiavamo sempre dopo la partita, gli ho raccontato cosa avevo provato mentre giocavo con la sposa. Cosa avevo letto nel suo sguardo. Gli ho detto: è tutta la settimana che non riesco a levarmela dalla testa. Ho aggiunto: non riesco a smettere di pensare a lei. Ero convinto che mi sfottesse, ma ha solo annuito dicendo, allora peccato che non sei entrato nella sala a parlarle, fratello,
È tutta la settimana che non riesco a levarmela dalla testa
al novantanove per cento ti avrebbe liquidato. Ma almeno non staresti qui a mangiarti il fegato.

Non è vero? Si è girato verso il padrone del locale, che si era seduto con noi a chiacchierare. Elisha adorava mettere i presenti a parte delle nostre conversazioni. Per quanto alludessi al fatto che non era il caso, lui insisteva. Il padrone del locale ha ascoltato la storia della sposa che ci era entrata in campo a metà set. Come al solito, Elisha ha arricchito la verità: la sposa aveva giocato con il velo nuziale e lo sollevava prima di ogni colpo; non si era tolta le scarpe col tacco ma le aveva scalciate fino alla recinzione del campo; non mi aveva guardato negli occhi per un attimo, ma aveva aspettato un minuto buono, immobile, che io facessi qualcosa. E solo dopo aveva mollato il colpo e si era allontanata.
Che storia, ha commentato il padrone del ristorante.
Una storia pazzesca, ho sospirato io.
Sai cosa si diceva da noi a Bukhara? Mi ha appoggiato una mano pesante sulla spalla. Cosa? Le orecchie e le occasioni vengono in coppia.
Non ho capito.
Nel nostro corpo, abbiamo due di tutto: orecchie, gambe, braccia, occhi. Anche questa ragazza, figliolo, anche con lei avrai una seconda occasione. Non preoccuparti. La vita è ancora lunga.

Fratello, ha detto Elisha quando stavamo per risalire in macchina nel parcheggio del ristorante, credo di aver capito come funziona la storia.
Quale storia?
La maledizione? Siamo noi.
La maledizione? Di cosa stai parlando?
Avevo sempre pensato che la maledizione dei ristoranti fosse legata al circolo. Solo adesso ci sono arrivato: la maledizione siamo noi. Tu e io. Indipendentemente da quello che facciamo, si ripete. Ovunque ci sediamo, il locale è finito. Ma ti sei reso conto di quant’era vuoto oggi? Del fatto che il padrone ci ha servito le pietanze di persona? Scommetto che la prossima settimana arriviamo qui e scopriamo che ha chiuso bottega. Peccato. Il cibo non era niente male.

Quando lei è entrata nel nostro campo da tennis, avevo ventisei anni. Da allora, ogni volta che mi è servito coraggio per fare o dire qualcosa, ho ricordato a me stesso quella donna ferma in attesa davanti a me e il mio silenzio, e questo mi spronava. Così ho ottenuto il mio primo lavoro nel marketing. Così ho spuntato il primo aumento. Così ho approcciato mia moglie nonostante avesse il ragazzo. E così me ne sono andato di casa un anno fa. Il giorno dopo il mio quarantesimo compleanno.

Poco prima della fine del corso, improvvisamente è uscita in cortile. Si sarebbe detto che era uscita a fumare con me. Sennonché eravamo tutti e due senza sigaretta.
Sei saggio a stare fuori, mi si è avvicinata accennando con la testa al parlamento.
Eh, già. Avevo la gola secca.
No, davvero, mi ha sorriso. Per quanto tempo si può parlare di maschere per carnevale?
In effetti, ho concordato.
Guardale, ha proseguito. Adesso stanno di sicuro spettegolando su di me. «Queste divorziate…» le ha imitate con voce nasale senza finire la frase.
Non sapevo cosa dire. La necessità di trovare un argomento di conversazione più interessante delle maschere per carnevale mi paralizzava. La sua bellezza mi paralizzava. Il suo divorzio mi paralizzava. Ho preso ad armeggiare col cellulare. Dopo un lungo minuto di silenzio, i primi bambini sono schizzati fuori dalla sala in cui si svolgeva il corso e sono arrivati nella sala d’attesa. Bene, mi ha rivolto un cenno di saluto. È stato un piacere tacere un pochino, tanto per cambiare. Ci vediamo la prossima settimana? Non si è mossa. Mi ha guardato dritto negli occhi. Proprio come allora, nel campo da tennis.
(Traduzione di Raffaella Scardi)

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