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Israele. Nasce una nuova lingua: l’arabraico.

21 novembre 2013

di Aldo Baquis
(ANSAmed) – TEL AVIV – Un nuovo idioma sta prendendo piede in Israele, un Paese dove comunque, in ogni momento ed in ogni luogo, si possono sentire lingue disparate, fra cui ebraico, arabo, inglese, francese, russo, yiddish e amarico. Lo hanno notato due linguisti – Abed Rahman Mar’i e Rubik Rosenthal – che al linguaggio particolare che negli anni ha preso piede fra gli arabi israeliani (il 20 per cento della popolazione) hanno dato un nome, “Arabraico”, e hanno dedicato un libro di analisi: “Walla Be-Seder”, ossia “Perbacco, va bene”. Vivendo in una societa’ dove l’ebraico e’ comunque la lingua piu’ diffusa, la minoranza araba ha acquisito alcuni termini di uso corrente, per inglobarli nel glossario arabo. In particolare, notano Mar’i e Rosenthal, il fenomeno e’ piu’ sensibile nelle zone dove piu’ frequenti sono i contatti fra le due comunita’: ad esempio nei supermercati, negli ospedali, nelle farmacie, nei trasporti pubblici e nelle officine meccaniche. Ormai non e’ piu’ raro che conversazioni in arabo siano intercalate con espressioni tipicamente ebraiche come: “Be-Seder” (va bene); “Yofi” (ottimo); “Kol ha-Cavod” (tanto di cappello). Perfino lo “slang” militare israeliano e’ riuscito a far breccia nella minoranza araba: una ragazza particolarmente attraente e’ dunque una “Pzazza” (bomba), e una persona molto esperta nel proprio ramo e’ un “Totach” (cannone).

In realta’ il fenomeno funziona nelle due direzioni e non pochi idiomi arabi sono ormai di uso corrente anche fra chi si esprime in ebraico. Fra queste: “Yalla” (forza!); “Ahla” (al meglio); “Sababa” (grande goduria); “Keif” (piacevole); “Maafan” (repellente); “Dawin” (vanitoso).

Mar’i e Rosenthal notano peraltro che l'”arabraico” ha fatto il suo esordio in grande stile nei siti internet, nonche’ al cinema (con il film di azione “Ajami”, candidato anni fa all’Oscar, girato nei rioni arabi di Jaffa) e anche alla televisione israeliana, con la apprezzata sit-com “Lavoro arabo” dello scrittore Said Kashu’a. I due autori rilevano che l'”arabraico” ha messo ormai radici tali che adesso gli arabi israeliani si stupiscono che il loro idioma non sia sempre comprensibile nelle strade del Cairo o di Amman. Notano comunque che il fenomeno viene ancora osteggiato dall’elite culturale degli arabi israeliani e anche dai palestinesi nei Territori.

Fra questi ultimi l'”arabraico” e’ rimasto allo stato embrionale anche se talvolta viene fatto ricorso a termini ebraici di uso corrente legati alla occupazione militare: ad esempio, “Segher” (zona militare chiusa) e “Tariq al-Okef”, deviazione stradale dovuta a posti di blocco.(ANSAmed).

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