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David Grossman. Intervista al Festivaletteratura di Mantova.

9 settembre 2013

David Grossman, durante il Festivaletteratura di Mantova, è stato intervistato dai volontari di Blurandevù:

http://www.festivaletteratura.it/news.php?azione=dettaglio&id=1552

«C’è ancora qualcosa che volete chiedermi?». La domanda, spazientita solo per finta, conclude l’ora e mezza di evento che sottopone David Grossman al fuoco di fila dei ragazzi di Blurandevù.
E sarà per la giovane età degli intervistatori, o forse per la vera e propria ovazione con cui viene accolto, ma lo scrittore israeliano non si risparmia nel parlare di sé.
La carne al fuoco è tanta, davanti a uno scrittore famoso e coinvolto anche nella narrazione di drammi come il conflitto Israele-Palestina, ed è un racconto plurivoco, dove spezzoni dei film di Bergman e Truffaut si inframmezzano a barattoli di sabbia e di erba con cui gli viene chiesto di ritrarsi scegliendo la materia che più lo caratterizza.
Le risposte di Grossman sono sempre precise e gentili, basate sulla necessità – come avrebbe detto don Gallo – di “restare umani”. Si parte e si finisce con la morte, il grande mistero davanti al quale l’uomo si trova da sempre privo di risposte: quella morte che lo ha toccato da vicino con la scomparsa del figlio Uri in Libano nel 2006 e che è il primo ricordo di lui bambino quando, a una festa, ebbe la percezione concreta che tutti gli invitati sarebbero un giorno morti. E quella morte della quale lui, laico, è «riuscito a grattare l’involucro ermetico» grazie all’arte: perché solo la vera arte «tocca il momento in cui la vita e la morte entrano in contatto».
Per lui, scrittore, l’arte si esercita attraverso la parola, che nei suoi libri ha un’importanza fondamentale: «La voce umana è sia emotiva che fattuale», perfetta per la descrizione degli eventi e dei loro protagonisti. Come in “A un cerbiatto somiglia il mio amore“, con un incipit privo di luci che è quasi un radiodramma e il protagonista Avram che, nella Guerra del Kippur, affida alla sua ricetrasmittente una sua idea di racconto. Quella parola che lui cede volentieri ai personaggi che gli stanno dentro: «Non è meraviglioso che i personaggi della letteratura ci costruiscano dall’interno? Io sono fortunato: sono piccolo, ma ho dentro di me uno squadrone di personaggi».
E, quando i giovani intervistatori gli chiedono di lasciare una ‘parola-seme’, la sua scelta cade su ‘immaginazione‘: la qualità principale per uno scrittore che deve «creare il mondo nei suoi romanzi», necessaria per far capire ai lettori che si può «cambiare la realtà e rappresentare persino quello che non esiste», non limitandosi a considerare un unico punto di vista ma aprendosi anche a quello degli altri. Nel suo caso, quello dei palestinesi: «La terra è fondamentale, averla sotto i piedi significa avere una casa, uno Stato. Solo due Stati distinti potranno dare ai due popoli l’unica vita che si meritano: quella normale, senza umiliazioni». L’Esercito è per lui, da buon israeliano, una necessità per l’esistenza di Israele; ma «dovrebbe essere morale, non coinvolto nell’occupazione dei Territori Palestinesi».

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