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Cinema. Quattro madri. Cinema israeliano all’Università l’Orientale di Napoli.

8 maggio 2013

– giovedì 9.5: “The summer of Aviya” (הקיץ של אביה), Eli Cohen 1988, 95’
– giovedì 16.5: “Sweet mud” (אדמה משוגעת), Dror Shaul 2006, 90’
– giovedì 23.5: “Aviva my love” (אביבה אהובתי), Shemi Zarhin 2006, 107’
– giovedì 30.5: “Noodle” (נודל), Ayelet Menahemi 2007, 96’
(film in lingua originale con sottotitoli in inglese)

Ore 14:30, aula 5.1, Palazzo Mediterraneo (via Nuova Marina 59, Napoli).

Le quattro madri, nella tradizione ebraica, sono le matriarche bibliche del popolo di Israele. “Quattro madri” è il titolo di un romanzo di Shifra Horn (“Arba imahot”, tradotto in italiano da Sarah Kaminski per Fazi Editore, 2000) che narra la storia di quattro generazioni di donne sullo sfondo di un secolo di storia di Gerusalemme. E quattro madri sono anche le protagoniste di una rassegna che, per il quarto anno consecutivo, porta all’Università L’Orientale di Napoli una serie di film israeliani non distribuiti in Italia. La rappresentazione di quattro diverse figure di madri – lontane per epoca, origine, condizione sociale e carattere – offre uno sguardo inedito sulla società israeliana nel corso di mezzo secolo, dall’epoca dell’Indipendenza fino agli anni Zero.

Henya (Gila Almagor) proviene da “là”, il vecchio, innominabile mondo est-europeo di cui le rimangono un numero tatuato sull’avambraccio, una serie di disturbi mentali e una figlia di dieci anni, Aviya (Kaipu Cohen).
Con la stessa forza e determinazione che avevano fatto di lei un’eroina della Resistenza polacca, Henya “la partizanke” combatte la sua lotta di madre single in una terra dura, in una delle città di sviluppo costruite negli anni ’50 nelle aree meno popolate di Israele; combatte con vicini ostili o indifferenti, ma soprattutto combatte con sé stessa nel tentativo di sopravvivere psicologicamente alla Shoah, aggrappandosi a un’ossessione per la pulizia e a un atroce rituale quotidiano: ascoltare i nomi di sopravvissuti che la radio ogni giorno elenca come i vincitori di una lotteria della vita. Perché il suo equilibrio vacilli, basta poco: le note di un valzer e il suono dello yiddish, la lingua ostinatamente sepolta assieme a una memoria che, tra vecchie fotografie e fantasmi più o meno reali, inevitabilmente riaffiora.
La straziante storia della piccola Aviya, condensata in un’estate che fa di lei un’adulta prima del tempo, non è altro che la vera storia dell’infanzia di Gila Almagor: negli anni ’80, l’attrice la raccontò in un libro autobiografico e la portò a teatro con un monologo su cui si basa “L’estate di Aviya” (1988), il film in cui lei stessa presta voce e corpo al ricordo di sua madre.

Miri (Ronit Yudkevitz) è una donna fragile, membro di un kibbutz negli anni ’70 e madre single di due ragazzi, entrambi a un passaggio cruciale della crescita: l’anno del bar mitzva per il minore e la chiamata al servizio militare per il maggiore. Protagonista in quasi ogni scena è Dvir (Tomer Steinhof), il figlio minore, un dodicenne che ha perso il padre in quello che viene chiamato pudicamente “un incidente” e tenta invano di mantenere un rapporto sano con una madre mentalmente instabile.
Il mondo intorno a loro gioca il ruolo di ingombrante antagonista in questa storia di una famiglia allo sbando: istituzione tipicamente e profondamente israeliana, il kibbutz è un modello di società utopica fondata su ideali socialisti e collettivisti, un mondo apparentemente ideale, che tuttavia in “Terra pazza” (2006) viene demolito scena dopo scena. La microsocietà in cui il piccolo Dvir cerca il proprio posto è contagiata dalla stessa ipocrisia e dalle stesse rivalità del mondo di fuori, in aggiunta ai meccanismi schiaccianti di una comunità chiusa che richiede totale dedizione rifiutandosi di ascoltare le grida di aiuto del singolo. Il mondo in cui Miri si aggira sola e alienata è un mondo in cui l’amore viene rimesso ai voti di una decisione collettiva; è un mondo in cui l’accusa di non contribuire al bene comune, di non essere parte integrante e integrata della collettività, ha il peso di una condanna che si esprime nell’abbandono, sinonimo di un’incapacità di affrontare la fragilità dell’individuo e la complessità dei rapporti.

Aviva (Assi Levy) è decisamente una donna forte: i figli adolescenti, il marito disoccupato, la sorella in crisi matrimoniale, la vecchia e problematica madre, tutti, chi in un modo chi nell’altro, si appoggiano a lei; e lei fa da madre a tutti, cercando di mantenere dignità e ordine in una famiglia povera e complicata della Tiberiade di oggi. Cuoca in un hotel, non trascura la sua grande e insopprimibile passione: pur non avendo a disposizione nulla di simile a “una stanza tutta per sé”, riesce ogni sera a ritagliarsi un momento da consacrare interamente alla scrittura. Quando i suoi racconti arrivano sulla scrivania di un famoso scrittore di Tel Aviv, la vita sembra finalmente offrirle una svolta; ma colui che potrebbe aiutarla, e che dovrebbe ammettere di non aver nulla da aggiungere al suo talento di autrice, si rivela un’ennesima figura bisognosa: anche lo scrittore famoso, come tutti gli altri, ha bisogno dell’aiuto di Aviva. E a differenza degli altri, si offre di comprarlo.
“Aviva amore mio” (2007) è un film centrato sulla figura di una madre che resta tale anche quando è sorella, figlia o moglie; mossa dall’amore per la sua famiglia e da un naturale, spontaneo senso di responsabilità, Aviva esercita sempre un sereno controllo sul caos intorno a lei, mentre lotta per emergere senza mai lasciarsi ossessionare dalla smania di successo. Il suo controllo e la sua calma determinazione sembrano cedere soltanto quando viene meno la fiducia nelle persone che la circondano; e lei, forse per la prima volta, si ritrova da sola a interrogasi sul senso del suo ruolo nella famiglia.

La seconda Miri (Mili Avital) vive ai nostri giorni; è una hostess di 37 anni, è due volte vedova di guerra e vive con la sorella Gila (Anat Waxman), appena separata dal marito. Da un giorno all’altro, nella sua quieta esistenza irrompe una figura inattesa: un bambino cinese la cui madre, domestica di Miri, è stata espulsa all’improvviso dal Paese; col bambino non c’è modo di comunicare, neppure per sapere il suo nome, e così viene chiamato Noodle. Questa entità aliena piombata all’improvviso nella vita delle due sorelle diventa, un po’ alla volta, non solo un essere da amare, ma una sorta di catalizzatore per la soluzione dei problemi intorno a lui; la stessa Miri, risvegliandosi lentamente dal letargo dei suoi lutti, è ora disposta a correre dei rischi per una missione: riunire il bambino a sua madre.
Con delicato umorismo, questa deliziosa e toccante commedia affronta il tema dell’immigrazione di lavoratori asiatici in Israele, e lo fa mettendo in scena un piccolo incontro di culture che riescono a comunicare solo attraverso il codice condiviso delle emozioni. Ma “Noodle” (2007) è soprattutto un film sull’amore e sul rapporto tra un figlio e le sue madri; attraverso una storia singolare, illustra la forza di un legame universale e la guarigione di una donna che, dedicandosi a un piccolo estraneo capitato per caso nella sua vita, si accorge all’improvviso di aver recuperato la capacità di amare.

Raffaele Esposito

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