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Cinema. Il Figlio dell’altra, Milano 15 gennaio (da Mosaico)

13 gennaio 2013

Il figlio dell’altra”, sarà proiettato (in lingua originale con sottotitoli in italiano),  il prossimo 15 gennaio al Cinema Anteo (via Milazzo 4ore 20.00), in anteprima speciale riservata alla Comunità Ebraica di Milano. L’ingresso sarà ad offerta libera (a partire da 15 euro); l’incasso sarà devoluto ai movimenti giovanili ebraici.

Per la prenotazione dei biglietti e ogni informazione:
tel. 02483110267, dal lunedì al giovedì, ore 8.00 – 16.00; venerdì ore 8.00 – 12.00.
giuditta.ventura@com-ebraicamilano.it

Si avvisa che i biglietti prenotati dovranno essere pagati e ritirati entro lunedì 14 gennaio, ore 13.00, presso la segreteria della Comunità, altrimenti la prenotazione non potrà essere confermata.

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Chi non ricorda la storia de “Il principe e il povero” di Mark Twain? o quella narrata da Shakespeare ne la “Commedia degli errori”, ispirata a sua volta da “I Menecmi” di Plauto? Storie di fanciulli, scambiati nella culla, le cui vite e destini sono state segnati proprio da quel fatale errore.

In un contesto moderno e in un ambiente pieno di tensioni come quello israelo- palestinese, la regista francese Lorraine Levy con il film “The other son” (titolo italiano, “Il figlio dell’altra”), si cimenta con l’eterno tema dello scambio dei ruoli, delle identità, delle vite.

Presentato all’ultimo Festival di Torino, e in programma a Milano in anteprima speciale il prossimo 15 gennaio, “Il figlio dell’altra” racconta la storia di Joseph (Jules Sitruk) e Yacine (Medhi Dehbi), due ragazzi diciottenni, uno israeliano, l’altro palestinese, il primo musicista in procinto di cominciare il servizio di leva, il secondo studente di medicina in partenza per Parigi.
Durante la visita per il servizio di leva Joseph scopre improvvisamente di non essere il figlio biologico dei genitori da cui è stato amorevolmente allevato, Alon (Pascal Elbé) e Orith (Emmanuelle Devos). Sarà proprio quest’ultima, sconvolta dalla scoperta, a ricostruire quel che accadde il giorno in cui partorì: dopo l’evacuazione dell’ospedale per motivi di sicurezza – era il 1991 e Israele era nel pieno della Prima guerra del Golfo – il figlio che aveva appena dato alla luce fu scambiato dall’infermiera con quello partorito da Leïla (Areen Omari), palestinese della Cisgiordania.
Nel corso del film, Orith e Leïla, Alon e Said (Khalifa Natour, il marito di Leila), si scontrano con una realtà difficilissima da accettare, che crea il panico in entrambe le famiglie ma che è anche ineludibile e cioè di aver allevato e cresciuto un figlio non proprio; si rendono conto che la sorte toccata a Joseph sarebbe toccata a Yacine e viceversa. Una realtà che se inizialmente crea il panico nella due famiglie, specialmente fra i due padri, conduce poi ad una riflessione più profonda, da entrambe le parti, sulle rispettive identità, e alla fine sulle ragioni e sull’effettivo significato del conflitto che da decenni divide israeliani e palestinesi.

Insieme a Joseph e Yacine, sono Orith e Leila le due vere protagoniste del film. A differenza dei due padri che preferiscono fuggire la realtà, le due madri, pur nella sofferenza, la affrontano di petto fino a trovare un chiarimento, un punto di incontro.

“Il fatto è – spiega la regista – che le due donne sono capaci di comprendere alcune cose fondamentali: capiscono che i figli che hanno allevato continuano a essere i loro figli; che ora c’è un altro figlio per ciascuna di loro e che non possono ignorarlo, né rifiutarsi di conoscerlo e di imparare ad amarlo; che se occorre tendere una mano, bisogna farlo al più presto, convincendo gli uomini che non esiste alternativa possibile. Il mio film dice che la donna rappresenta il futuro dell’uomo e che quando le donne si alleano possono spingere gli uomini a essere migliori.”

La Levy ha raccontato che quando la produttrice del film Virginie Lacombe le ha mandato la sceneggiatura del film, è rimasta molto colpita: “mi colpiva così profondamente a livello emotivo. Inoltre, era in sintonia con i temi a cui tengo maggiormente: qual è il posto che occupiamo nella nostra vita e in quella degli altri, il nostro rapporto con l’infanzia, l’essere genitori…”. ”La questione che più mi interessa – spiega ancora Lorraine Levy –  è quella dell’identità. Sento che gli individui hanno la possibilità di sperimentare più nascite nel corso della loro vita. Si può nascere varie volte: si “rinasce” a seconda dei luoghi in cui la vita ci conduce, esponendoci a nuove idee, religioni, filosofie. E queste ci portano ad essere persone diverse da quelle che eravamo.”

In “The Other Son”, scritto da Nathalie Saugeon e Noam Fitoussi, insieme ai temi della famiglia, dell’identità, del cambiamento, c’è anche inevitabilmente quello della politica. “Pur non essendo impegnata politicamente, pur non essendo israeliana o palestinese, quel che accade in Israele mi tocca molto da vicino” spiega la Levy durante un’intervista al “New York Press”. “Ho lavorato molto per non fare un film politico, ma piuttosto ideologico. La storia è costruita come una fiaba geopolitica. Volevo raccontare qualcosa che potrebbe realmente accadere: due fratelli, nemici per definizione, che riescono alla fine a trovare un’unità, a fare un patto con l’altro, a riconoscere reciprocamente l’esistenza dell’altro”.
“Sono contenta – aggiunge ancora la Levy – che il film abbia ricevuto una buona accoglienza sia da parte del pubblico arabo che di quello ebraico in Francia.  Ma la storia che racconto è universale, va oltre i confini di Israele e Palestina. E’ un film pensato per unire le persone”.

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