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Cinema. Eran Kolirin, The Exchange.(da AnsaMed)

1 dicembre 2012

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Il mio e’ un film horror senza l’horror”. A parlare e’ Eran Kolirin. Il suo lungometraggio ‘The Exchange’, affronta il vuoto esistenziale e la paura di vivere, che quotidianamente viene imbrigliata e mascherata dalla routine. Ad ANSAmed, Kolirin racconta come e’ nato questo film, la sua seconda prova alla regia, e anche di come affronta le aspettative di critica e pubblico, altissime dopo il successo internazionale del suo primo lavoro, ‘La Banda’ (2007). ”Dopo aver girato ‘La Banda’ ho viaggiato molto: promozione, festival, presentazioni. Mi sono trovato spesso da solo, lontano da casa e ho avuto parecchio tempo per riflettere sulla mia vita e su quali siano per me gli elementi basilari del cinema. L’idea successiva e’ stata quella di costruire un film utilizzando questi elementi. ‘The Exchange’ e’ nato cosi”’. Il film narra di Oded, un dottorando in fisica all’Universita’ di Tel Aviv, che all’improvviso si rende conto del vuoto della propria esistenza e inizia a sfidare le convenzioni sociali con comportamenti stravaganti e grotteschi. La componente ”horror” di cui il regista parla e’ costituita dalla routine che scandisce la vita di ognuno, e dall’abisso sottostante. ”La nostra esistenza – aggiunge Kolirin – e’ costretta e plasmata dall’architettura: il modo in cui una casa e’ costruita determina il modo in cui vive chi la abita. Allo stesso modo, se una strada e’ dritta, chi la percorre andra’ dritto. Ma se si fa un passo indietro e si osserva tutto cio’, come fa il mio protagonista, quello che emerge e’ la paura di vivere”. Il tono e’ molto lontano da quello commovente e un po’ buffo di ‘La Banda’: eppure, ”questi film si assomigliano molto”, assicura Kolirin. ”Io sono la stessa persona, parlo delle stesse cose. I paragoni tra i miei due lavori mi infastidiscono, perche’ spesso sono superficiali”. La reazione di pubblico e critica nei confronti di ‘The exchange‘ e’ stata duplice. Lo scorso anno, a Venezia il film e’ stato accolto da molti applausi, ma anche qualche fischio. Malgrado gli sporadici ‘buu’, tuttavia, questa seconda opera di Kolirin si iscrive senz’altro in quel filone fortunato del cinema israeliano contemporaneo che negli ultimi tempi sta spopolando in tutte le principali rassegne internazionali. Un fenomeno che il regista, premiato a Cannes e in molti altri festival, spiega come ”una combinazione di due fattori. Da una parte, i film stessi: negli ultimi anni in Israele ne sono stati girati di piu’ e inoltre nell’industria cinematografica e’ in corso un ricambio generazionale che porta una ventata di freschezza. Dall’altra parte, in Europa il cinema israeliano e’ diventato l’ultima moda. Ma questo aspetto e’ insidioso: le mode prima o poi passano”. (ANSAmed).

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