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Interviste. David Grossman. Voi ci credete forti e arroganti. In realtà è soltanto terrore (La Repubblica 26.10.2012)

29 ottobre 2012


Lo scrittore israeliano racconta il suo nuovo romanzo-poema, caduto fuori dal tempo: dove narra il dolore e la follia dei genitori che perdono i figli. E spiega che cosa c’è dietro l’immagine che il suo paese dà al mondo

di Paola Zanuttini
GERUSALEMME. Bisognerebbe fondare un club internazionale di giornalisti che intervistano David Grossman sul suo ultimo libro, bellissimo e terribile: Caduto fuori dal tempo. Un racconto a più voci in prosa e in versi che si immerge nel dolore più grande: il lutto per un figlio. Non solo il lutto dello scrittore, che nel 2006 ha perso Uri, vent’anni, nella terza guerra israelo-libanese, ma quello di tanti altri genitori che hanno visto morire i loro bambini o i loro ragazzi per le cause più diverse e crudeli.

Questo club sarebbe una specie di circolo di reduci, perché parlare di Caduto fuori dal tempo con Grossman è un’esperienza che non si dimentica. Ho guardato su YouTube l’intervista che ha rilasciato in una biblioteca dell’Aia. L’opinionista che gli faceva le domande era in evidente imbarazzo: cauto e turbato dalla prospettiva di affrontare una materia privatissima e tagliente senza invadere la sua intimità o ferirlo.

L’intervista era bella anche per questo, ma che fatica. E per Grossman dev’essere ancora più faticoso. Infatti l’ha presa alla larga, questa intervista qui. Molto alla larga. Programma: appuntamento alle 16 in un bar con belvedere dalle parti di Mevasseret Zion, il sobborgo residenziale di Gerusalemme dove abita. Un caffè, e via a camminare (con le scarpe da ginnastica, ha raccomandato) nel bosco dove tutte le mattine (sveglia alle 5.30) inizia la giornata sgambando con la moglie Michal, psicologa, e il cane.

Ma prima c’è un problema: non ho lo zaino e non è dignitoso fare trekking con la borsetta. Non ho neanche le tasche, mentre lui ne ha tante, così s’infila i miei soldi, il passaporto e il resto nelle sue. Un amichevole gesto da camminatore. Annuncia che potremmo avvistare le gazzelle: all’alba le incontra quasi sempre. Col sole del pomeriggio stanno più nascoste, ma dietro un cespuglio balena una coda e poi un sedere, di gazzella. Son soddisfazioni.

Cominciamo la salita, niente di che, però sarebbe interessante sapere come Grossman sceglie le attività di riscaldamento pre-intervista: e se gli capitava un giornalista zoppo? Si informa prima con l’ufficio stampa? O applica una drastica selezione naturale tipo no trekking, no interview? Sul pianoro, ripreso il fiato, potrei attaccare con qualche domanda preparatoria, che lui previene subito chiarendo che in passeggiata non parla né del libro né di sé. “Piuttosto, mi dica qualcosa di lei”.

Eccola, la selezione naturale. A uno che racconta il dolore del mondo ed entra nei suoi personaggi come Zelig e Flaubert non puoi spiattellare un curriculum vitae da concorso. Però c’è il rischio di slittare nell’intimismo. E il sospetto di stargli a raccontare un po’ troppi fatti miei. Dopo il trekking, la merenda, che in realtà è una cena. Nel villaggio arabo di Ein Rafa c’è un piccolo ristorante con il giardino, che si chiama Majda ed è tenuto da una coppia mista; lei israeliana e lui palestinese.

All’ingresso, un cartello intima: sorridete. Grossman si siede, guarda il panorama bello e pacifico e sospira: “Israele potrebbe essere così, un paradiso“. Ma conviene prepararsi alla discesa negli inferi perché questo è, Caduto fuori dal tempo. C’è l’Uomo che cammina, padre di un giovane soldato morto da tempo, che una sera lascia la casa, la moglie, il brodo caldo sulla tavola, per andare laggiù a cercare suo figlio.

Comincia a camminare in una città mitologica e senza tempo e, di lì a poco, dietro a lui si forma una processione dolente di madri e padri che hanno perso i loro figli. Ognuno racconta la sua storia. Un compendio della cultura occidentale: la Bibbia, Erodoto, Antigone, Orfeo e Euridice, Amleto, il pifferaio magico. Dalla tragedia greca a La terra desolata. Grossman fa l’ordinazione e poi abbassa la voce.

Si comincia: “Mia moglie sostiene che la poesia è più vicina al silenzio. Davanti a una tragedia non ci sono parole, non sappiamo dire altro che: non ho parole. Di solito quando scrivo non pianifico come sarà la forma, perché so che viene dal contenuto, ma stavolta è stato subito chiaro che la poesia è la lingua del mio dolore“. Ci ha messo due anni a scriverlo e moglie, figli e amici erano preoccupati.

Gli chiedevano perché non si consentiva di guarire. C’era già stato A un cerbiatto somiglia il mio amore, la storia di una donna che fugge da casa per non ricevere l’eventuale notizia della morte della figlio nell’ultima e rischiosa operazione militare: aveva iniziato a lavorarci quando Uri era andato sotto le armi, quasi per proteggerlo. E l’aveva terminato quando il destino si era compiuto.

Lui dice che guarire significa distaccarsi, che non crede alle guarigioni troppo rapide. “Questa è la mia vita, stare nella vita non significa evitare il dolore che mi è toccato in sorte, anche se non è piacevole“. Ma l’Uomo che cammina e il suo seguito vogliono imparare a separare la memoria dal dolore. E percorrono visioni che sono deliri, come se per uscire dal lutto o almeno per venirci a patti si debba passare per la follia.

O inoltrarsi nel pensiero magico, nel desiderio irrazionale e consolatorio di far succedere cose che non possono succedere. Per esempio, rivedere i propri cari che non ci sono più, donare loro il proprio corpo e il proprio sangue, come nell’eucarestia (di cui l’ebreo Grossman sa poco o niente) perché ritrovino la vita, e il movimento, almeno per un attimo.

Lo ammette: “Fare una cosa insignificante e inutile come girare in tondo fino a sfiancarsi oltrepassa ogni ragione logica. Ma anche perdere un figlio è contro ogni ragione logica e contro l’ordine naturale della cose. Uno dei pensieri più difficili da concepire è che la morte è ermetica, statica, definitiva: puoi fare tutto, ma non cambia. Quindi per reagire ci vuole qualcosa di altrettanto innaturale e inconcepibile“.

Grossman non vuole che questa sia la storia del suo dolore, ma del dolore di tanti e non solo in Israele. Difende fieramente la sua privacy, ma narra spericolate incursioni nella follia e nell’intimità più segreta, perché – dice – questa è la sua responsabilità. Di padre e scrittore. “Scrivo dei fatti della vita: se raggiungo certe sfumature dei sentimenti e riesco ad esprimerle non ho diritto di tenerle per me. Ci sono persone che, leggendo il libro, hanno trovato il modo di dare parola a emozioni taciute fino a quel momento“.

Però, trasferendo in altre lingue quelle parole, si è manifestato qualche problema: in sessione con i suoi traduttori in un fantastico centro tedesco, una specie di tempio delle traduzioni, ha scoperto con stupore che molta parte del mondo non sta a sottilizzare fra un lutto e un altro: non esiste, come in Israele, un termine specifico per il lutto di un figlio. Arrivano cose buonissime dai nomi difficili: in arabo e in ebraico.

Due nazioni in guerra che su questa tavola fanno pace. E oltre il giardino? “La realtà è che è difficile cambiare, e Israele oggi non sembra avere l’energia per farlo. I coloni hanno creato una situazione irreversibile che impedisce una pace stabile e un confine solido con la Palestina. Si crea uno Stato binazionale che di fatto non lo è: gli israeliani non permetteranno ai palestinesi di essere uguali. Sarà uno Stato di apartheid terribile per tutti. E non credo che Netanyahu e Abu Mazen abbiano serie intenzioni di negoziare la pace. Perché non hanno il coraggio di imporre ai rispettivi elettori le rinunce che il trattato di pace comporta“.

Un po’ più a Est c’è l’Iran che, fino a pochi giorni fa, Netanyahu minacciava di bombardare, mentre Ahmadinejad continua a ripetere che Israele va eliminato. “Viviamo nella paura di non poter esistere più. La terra ci trema sempre sotto i piedi. Nei vostri media appariamo forti e arroganti, ma in realtà siamo terrificati. Adesso siamo sei milioni, con un milione e mezzo di bambini iscritti a scuola: gli stessi numeri della Shoah.
Ogni dieci anni c’è una nuova fonte di angoscia, oggi è l’Iran che – chiamatela pure paranoia – potrebbe dotarsi di armi atomiche. Io non voglio un Iran con l’atomica, ma non voglio nemmeno che Israele lo attacchi. Servirebbe solo a crearci un nemico eterno”. Si sentono degli scoppi, sono fuochi d’artificio. Quanto si può diventare paranoici in un Paese così esplosivo, dove tutti i giovani, maschi e femmine, esclusi gli ebrei ortodossi (che non credono nella nazione degli uomini, ma solo in quella di Dio) si fanno tre anni di servizio militare?

Grossman risponde che il modo in cui i ragazzi affrontano e superano la leva dipende dalla personalità, dalle famiglie. “Ma ho letto le testimonianze di alcuni giovani soldati: dicono che quando traversi la Linea verde diventi Dio. Dai ordini a gente che ha il doppio della tua età, puoi umiliarla, deriderla. È difficile rimanere umani in una situazione tanto disumana. Qui c’è il terrore, ma anche l’orgoglio, ferito o ipertrofico: mai più umiliazione, mai più dipendere dagli altri.
Netanyahu considera Obama un’anima bella che crede nella razionalità del nemico, mentre noi, da 4000 anni, siamo in contatto con i più crudeli e brutali aspetti della natura e dell’uomo. Nella Bibbia ci chiamiamo il popolo dell’eternità, tutto il resto è temporaneo. Noi abbiamo visto l’ascesa e il declino degli Assiri, i Babilonesi, i Greci, i Romani, i Turchi. Questo è un pensiero che fa molta presa sulle menti più deboli”
.
Mantenere salde le menti dev’essere un bel problema da queste parti.

Ma non è insidiosa anche tutta l’empatia di Grossman, che si accampa per anni nell’anima dei suoi personaggi e si sforza di guardare la realtà perfino Con gli occhi del nemico, come nel titolo di un suo saggio? “No, per niente. È una forma di opposizione, quando vivi in un clima che ti nega il diritto all’empatia”. Mentre mi riporta in centro, l’empatia deve avere un cedimento. A Gerusalemme gli ebrei ortodossi sono sempre più numerosi, si vedono anche tantissimi ragazzi coi capelli attorcigliati nei cernecchi: David Grossman fa una smorfia amara. “Sono i più guerrafondai di tutti, ma loro in guerra non ci vanno”.

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