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Recensioni. Fantasticherie berlinesi. L’arte di andare a passeggio di Franz Hessel

26 ottobre 2012


Titolo: L’arte di andare a passeggio
Autore: Franz Hessel
Traduzione: Enrico Venturelli
Curatore: Banchelli E.
Editore: Elliot
Collana: Raggi
Anno di pubblicazione: 2011
Pag: 244
ISBN 978-88-6192-251-8

di Claudia Ciardi.

Franz Hessel è una figurina minuta e lievissima nel paesaggio letterario, quasi una calcografia che inaspettatamente ritroviamo sulla copertina di un libro che abbiamo amato molto nella nostra infanzia, chiuso per anni nel fondo di un baule. I colori sono ormai sbiaditi, e anche le pagine non hanno più la freschezza di quando il cartolaio ce lo porse dal pulito di una mensola. Eppure qualcosa di quel momento, della trepidazione coi cui noi, al di qua del banco, lo abbiamo per la prima volta afferrato, eccitati dall’odore pungente dell’inchiostro impresso sulla carta lucida, che ci faceva immaginare mondi lontani e fantastici, dove lo spazio di una tipografia diventava una radura segreta per l’incontro di fate e cavalieri, sembra come resistere e aleggiarvi tutt’intorno. A questo somiglia la scrittura di Franz Hessel, maestro a lungo dimenticato della kleine Form, un bozzetto che sa un po’ di oracolo taoista, un po’ di cartomanzia improvvisata, in cui rivivono scene di ordinaria quotidianità, catturate dall’insolita prospettiva della strada, sacro tempio ma anche e soprattutto studio ‘mobile’ del narratore-flâneur. E come poteva lo sguardo del nostro infaticabile esploratore di architetture urbane e luoghi investiti dalla febbre a ‘costruire il nuovo’ che scosse il vecchio continente all’inizio del Novecento, come poteva non posarsi sui cantieri sempre aperti di Parigi e Berlino? Scegliere di non coltivare la propria arte qui, per lui, paziente disegnatore al pari di un artigiano di origami, avrebbe significato tenersi lontano dalle due fabbriche metropolitane per eccellenza, e dunque rinunciare a quello straordinario archivio vivente di umori e paesaggi che andava rapidamente costituendosi entro questi eccezionali poli della cultura europea.

Eppure Hessel non è interessato al fragore e agli ultimi ritrovati del progresso, è piuttosto un visitatore timido e gentile, che sente la necessità di salvare la memoria di cose e persone minacciate da un’onda che le incalza, serpeggia vicino a ciò che è più debole e vuole inghiottirlo. La sua scrittura ornata di deliziosi pizzi tolti a un corredo di memorie intime e struggenti, che le donano la stessa grazia semplice e selvatica dei fiori di campo, conserva il gesto delle mani che con incredibile delicatezza si ripete proprio nell’esercizio di origami, ossia piegare i lembi della carta per realizzare una forma irrimediabilmente fragile e sempre sul punto di svanire. E difatti la presenza di Hessel somiglia a quanto di più fuggevole e leggero ci possa venire in mente; lo vediamo più che altro di spalle, mentre da lontano lancia un saluto a una coppia di amici ma senza indugiare, per non sottrarre neppure una goccia di tempo al suo solitario pellegrinaggio sul lastricato di amati quartieri, angoli dimenticati da cui si arriva ad appartate isole suburbane.

Le insegne pubblicitarie, il bistrot o la taverna berlinese, lo svago nel parco dei divertimenti, l’assembramento sugli sterrati di una fiera trasudano inquietudine, si sente scorrere sotterraneo lo slancio dello scrittore che non si contiene e non desidera altro che scantonare, infilarsi nel primo vicolo, cercare un assonnato cortile, dove nulla appare e nulla accade, tranne l’incontro, fondamentale e irresistibile, con la sensazione di entrare in contatto con una dimensione liminale e quasi mistica. Necessità al vagabondaggio nella metropoli berlinese, da intendersi quale sorta di tributo al suo genius loci, manifestata anche dalla poetessa Else Lasker-Schüler sulla Vossische Zeitung dell’aprile 1922. Rivolgendo un appello ai suoi colleghi poeti, protagonisti e ai suoi occhi colpevoli di una vera e propria diaspora verso la campagna, li richiamò “nella vorticante fabbrica del mondo [eine kreisende Weltfabrik]. […] Berlino, la nostra città, è forte e creativa, le sue ali sanno dove andare. Perciò vi s’aggira l’artista – perciò l’artista torna sempre a Berlino, qui è l’orologio dell’arte che non va né avanti né indietro. Questa realtà è già mistica.”

Ma ancora si colgono nella prosa hesseliana sfumature che scaldano e riempiono il cuore del lettore, dalle atmosfere oniriche e soffuse della tradizione favolistica romantica da Brentano a La Motte Fouqué a von Chamisso, agli incantesimi delle Mille e una notte, tanto che proprio l’episodio del Facchino di Baghdad suggella l’attività letteraria di Hessel e diviene un’allegoria della sua poetica, passando per certe forme della mitologia cristallina, essenziale e tascabile di Robert Walser. E una traccia di simili irrisolte premonizioni si ritrova pure dentro il cannocchiale di Robert Musil, quando punta i cortili di Berlino o passa furtivamente in rassegna i caseggiati di Charlottenburg e il Tiergarten, come fossero il retro di un deposito di maschere e vecchi oggetti di cartapesta tra i quali riposa un malinconico demone del tempo.

Dopo la guerra, l’impegno del passeggiatore-scrittore assume i connotati di un monito; la consapevolezza di un mondo irrimediabilmente perduto che riempie l’urna dell’artista di un’amara nostalgia suscita la riflessione sia sulla caducità che è parte di tutte le cose sia sugli esiti nefasti di un atteggiamento umano che rifiuta di analizzare la realtà, evitando l’approfondimento psicologico e critico dei fenomeni. Quadri minimi, cammei forgiati in una purezza disarmante di materia e forma nei quali trova espressione un cosmo emotivo densissimo.

Tra i più brillanti collaboratori di Rowohlt, Franz Hessel è stato anche direttore della rivista Vers und Prosa e traduttore di Proust, opera a quattro mani portata avanti insieme all’amico e confidente Walter Benjamin, col quale avvennero scambi intellettuali continui e fecondissimi – si considerino ad esempio le prose di Strada a senso unico in parallelo a certi apologhi hesseliani dove la dimensione dell’infanzia è riportata in superficie con accenti del tutto affini al grande filosofo berlinese. Del rapporto che legò in uno strettissimo sodalizio i due intellettuali tedeschi riferisce con puntualità e chiarezza la studiosa Eva Banchelli, nell’introduzione all’antologia di Hessel recentemente pubblicata dalla casa editrice Elliot, una selezione di prose che accompagna la parabola creativa dell’artista fino al drammatico allontanamento dalla scena culturale tedesca in seguito all’avvento al potere del nazismo.

Il confronto con la realtà-ricordo di Proust permise allo scrittore di dare un taglio assolutamente singolare alla sua ricerca, approdando a una tecnica narrativa giocata su una forte componente di allusività e immedesimazione, quasi una forma di rabdomanzia dell’idea che così va in cerca delle acque che l’hanno generata. Né stupisce a un certo punto di trovarsi davanti il volto di Ermes, erma misterica e apparizione spirituale, che nel corso dell’esistenza viene a istruire il viandante. Perciò, alla fine del suo cammino, Hessel, che ha esercitato la propria vista imparando a riconoscere quei fili sottilissimi e invisibili che uniscono ogni singolo moto dell’universo, anche il più impercettibile respiro, pare voltarsi e, mentre prende congedo dal lettore, gli si avvicina, dandogli una pacca sulla spalla, come per ricordargli un appuntamento preso, tanto tempo addietro, al ‘Bazar della felicità’, dove tutto sembra essere cominciato.

Link:

Franz Hessel – English ‘notice’

http://praymont.blogspot.it/2011/10/one-of-interesting-characters-from.html?spref=fb

Wikipedia

http://it.wikipedia.org/wiki/Franz_Hessel

2 commenti leave one →
  1. MIchela permalink
    27 ottobre 2012 14:53

    Grazie sembra bellissimo… da leggere anche “Danza con il secolo” di Stéphane Hessel ( figlio di Franz Hessel) un novantenne dalla vita incredibile con una mente vivacissima!
    Ciao ciao.

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