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Recensioni. Alessandro Piperno su Neuland di Eshkol Nevo (Corriere della Sera).

12 settembre 2012


A Neuland, nuova terra promessa
Eshkol Nevo immagina la rifondazione dello Stato d’Israele in Sud America

di Alessandro Piperno, Corriere della Sera.

Ne Il sindacato dei poliziotti yiddish, Michael Chabon immagina un mondo senza Israele, in cui gli ebrei hanno fondato uno Stato in Alaska: una nazione di certo più sicura di Israele ma anche decisamente più noiosa.
Philip Roth, in un libro splendidamente assurdo, racconta di un suo sosia che si presenta a Gerusalemme per promuovere un progetto diasporista che consiste nel far sloggiare gli ebrei dalla Palestina: un gigantesco contro-esodo per il bene degli ebrei e dell’umanità intera!.
Ed ecco ora Eshkol Nevo, in una nuova epopea (come altro definirla?), sogna una minuscola Città del sole ebraica in Sud America. Si chiama Neuland (Neri Pozza, pp. 640, € 18): è una fattoria a sud di Buenos Aires. Una comunità fondata da un misterioso ciarlatano di nome Meni Peleg (la sua vera identità verrà svelata nel corso del libro). Deluso da Israele, ispirandosi al progetto del barone Hirsch (il celebre banchiere filantropo), Peleg ha fondato una nuova temporanea patria ebraica. «Neuland non è nata per sostituire (…) lo Stato di Israele» recita l’opuscolo a uso dei visitatori, «il nostro obiettivo, nel momento attuale, è stimolare, fungere da specchio, preparare gli animi. Essere uno “Stato ombra” in miniatura, che rammenti allo Stato d’Israele cosa avrebbe dovuto essere».
E’ a Lima, invece, che si incontrano Dori e Inbar, i protagonisti di questa avventura. Entrambi coetanei del loro quarantenne creatore, giunti in Perù dopo un lungo viaggio che occupa metà del romanzo, intraprendono insieme un picaresco viaggio verso l’Argentina, verso Neuland. Sia Dori che Inbar si presentano al lettore come tipi qualunque. Se non per il fatto che in Israele «qualunque» è sinonimo di «eccezionale». Dori è un uomo debole, sentimentale, traumatizzato dalla guerra. Inbar, invece, soffre per il fratello suicida sotto le armi. Dori è sulle tracce del padre disperso in Ecuador; Inbar in fuga da una famiglia che stenta a riprendersi.
Questo è il terzo romanzo di Eshkol Nevo.
Malgrado si tratti del suo maggior investimento creativo, è deliziosamente in linea con i precedenti: Nostalgia e La simmetria dei desideri. Come lettore non c’è esperienza più appagante che ritrovare la voce di un artista che da tempo hai imparato ad amare. Nel caso di Nevo, non è solo questione di tono. Ma anche di un certo modo di concepire i rapporti di forza tra personaggi. Gi eroi maschili di Nevo – intrappolati in un’adolescenza fuori tempo massimo – danno sempre prova d’una perturbante fragilità. Le eroine, invece, sono forti, smaniose, e se non proprio anafettive abbastanza scabre da tenere i propri sentimenti sotto chiave. Gli uomini di Nevo amano disperatamente; le donne si lasciano amare con riluttanza.
La natura casual della narrativa israeliana si realizza in Nevo in una specie di discrezione inquietante. L’infantile solennità della lingua ebraica – che per un miracolo biblico resiste in traduzione – si rivela uno strumento accordato alle circostanze. D’altronde, questa lingua artificiale (modernissima e remota allo stesso tempo) si presta a una tecnica narrativa molto israeliana, di cui Nevo è maestro. Una coralità realizzata attraverso continui cambi di punti di vista: da una voce all’altra, un po’ come nel L’Amante, il capolavoro di Yehoshua.
Tale tecnica consente a chi la padroneggia di violare l’intimità di ciascun personaggio senza esporsi alle ingerenze del classico narratore onnisciente, fino a stabilire, anche con le figure più marginali, un’intimità commovente. Il che, peraltro, permette una certa spregiudicatezza nel montaggio, che, in Neuland, è virtuosistico come in un film di Tarantino. E’ come se Nevo piegasse il tappeto del tempo ai suoi scopi artistici. Se ne va a spasso nel passato come Marty McFly, l’indimenticabile protagonista di «Ritorno al futuro». Proprio come Marty, Nevo ha un conto in sospeso con il tempo. I suoi occhi sono sempre rivolti all’indietro: se il suo primo romanzo s’intitolava Nostalgia, «nostalgia» è la parola che più spesso ricorre in quest’ultimo. Dori è straziato dalla nostalgia per la moglie lontana e per la madre morta, tanto che tra sé e sé ha soprannominato il sentimento che lo domina incessantemente nostalpazzia. «Cos’avrebbe dato per una macchina del tempo, anche una macchina del tempo e dello spazio, che lo portasse da sua madre. Da sua madre prima della malattia». Inbar, invece, è convinta che, dopo la morte di suo fratello, il suo corpo abbia sviluppato un organo nuovo di zecca capace di percepire l’assenza di qualcuno che dovrebbe essere presente.
Ma quella di Nevo non è una nostalgia specifica, né un’esuberanza lirica fine a se stessa; non è il rimpianto di un tempo che non c’è più. Semmai è un rimuginare sul verso sbagliato preso dalle cose. Una nostalgia che non ti fa rimpiangere tutto quello che hai fatto ma, semmai, tutto quello che non sei riuscito a fare. E Neuland non è che un delirante, ironico antidoto contro tale frustrazione storica. Un’utopia non meno grottesca dell’Alaska di Chabon o del diasporismo di Roth ma in un certo senso più incombente (dopotutto, Nevo è israeliano, gli altri due no).
A un certo punto, nel mezzo del romanzo, ancor prima di sapere della fondazione di Neuland, Inbar dice a Dori: «No, sul serio, immagina se lo Stato degli ebrei fosse in Sud America. Nel loro classico viaggio post naja i ragazzi visiterebbero Eretz Israel». E Dori le va dietro: «E magari il servizio militare non ci sarebbe nemmeno».
Mi aspetto che qualcuno si diverta a dare un’interpretazione politica di Neuland. Temo che molti in Israele lo abbiano già fatto. Tanto più che il romanzo si svolge alla vigilia della Guerra del Libano del 2006.
Certo, si può dire che Neuland non sia altro che un Israele in miniatura emendato dai suoi peccati imperialisti, un Israele senza pistola e senza mitra, un Israele ecumenico sognato dai sionisti più temperanti… D’altronde, un refrain molto in voga oggigiorno insiste sulla delusione e il senso di scoramento che ha invaso le nuove generazioni israeliane. Un tizio (uno dei tanti giovani israeliani a zonzo per il Sud America) scrive a Dori: «Cosa mi lega ad Israele? Non ho figli! Non ho nemmeno (..) una famiglia. L’antisemitismo? Ma dai, mi spaventa quanto il babau. La Shoah? E’ finita da tanto. In un altro secolo». L’investigatore assunto da Dori per ritrovare il padre dice: «A volte ho l’impressione che voi laggiù in Israele abbiate una gran voglia di perdervi».
Baudelaire pensava che l’arte è il luogo elettivo in cui l’eterno e l’effimero trovano un accordo. Ecco perché non escludo che Neuland di Nevo possa essere definita un’opera engagée. E, tuttavia, per me Neuland è molto di più: è un’invenzione poetica che celebra tutto ciò che sarebbe potuto essere se le cose avessero avuto la forza di andare diversamente.
P.S. L’ambizione comporta qualche rischio. Vedo già i seguaci della scorrevolezza, i retori della narrativa ben fatta, protestare per lungaggini, divagazioni, flashback, per la troppa «carne al fuoco»…
Be’, Neuland è un libro per chi pensa che la grande narrativa sia foderata di ambizioni vanagloriose.

One Comment leave one →
  1. Benedetta permalink
    2 novembre 2012 23:32

    sono immersa in Neuland proprio in questi giorni…
    serve tutto, in questo libro, proprio tutto: nessuna digressione è divagante, nessuna lungaggine rallenta il ritmo. Se la mangiassi, direi che “tutta la carne al fuoco” è ben preparata…
    un grande libro, proprio un grande libro

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