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Musica. Duende il nuovo album di Avishai Cohen (da Mi piace il jazz)

21 giugno 2012

Il bassista e pianista Avishai Cohen ha appena pubblicato il suo 13° album da solista intitolato Duende, una meravigliosa produzione in duo con il sorprendente pianista, anch’esso insraeliano, Nitai Hershkovits.

“La prima volta che ho sentito Nitai, fu in un piccolo bar nel centro di Tel Aviv, Nico, nel mio quartiere. Organizzano spesso dei piccoli concerti, ma quel pomeriggio, fui subito impressionato dal pianista del trio, e di come aveva suonato. Aveva idee con un beat, sottili armonie, cose simili non le avevo sentite da tanto tempo. Seppi che dovevo lavorare con lui.
Avishai Cohen letteralmente si innamorò di Nitai Hershkovits: appena 20enne e nonostante una tastiera economica, il ragazzo gli ricordava Chick Corea e Danilo Perez, due illustri colleghi con cui il contrabbassista aveva avuto la fortuna di suonare “Nitai ha uno swing naturale, con una gentile autorità; che ho visto raramente in altri giovani pianisti. Ha qualcosa di antico in se, uno spirito che brilla proprio attraverso il modo in cui affronta gli standard. Devi conoscere i classici completamente, ed amarli, per raccontare al di fuori la meraviglia che è in essi..: non ha senso ripetere le stesse vecchie cose, devi farli tuoi, renderli parte di te. Nitai porta un tocco di freschezza che mi ricorda Brad Melhdau, senza voler fare alcun paragone. Egli ha lo stesso intento di rendere ogni canzone sua. Mi è tornata la voglia di riprendere una storia che pensavo fosse finita “.

La storia in questione è quella di Avishai Cohen. Nato vicino a Gerusalemme, il 20 aprile 1970, il contrabbassista raggiunse il tetto del mondo a soli 21 anni. Nei primi anni ’90, ha costruito il suo sound, imparato il mestiere, all’ombra di artisti come Chick Corea e Andy Gonzalez.
Egli ci ha dato l’assaggio di una generazione di prodigiosi musicisti israeliani pronti a raggiungere New York. Quello però non fu il destino di Nitai, cresciuto in una famiglia ortodossa. Eppure ha scatenato questo ritorno alle radici del movimento, jazz e New York, come una fonte di giovinezza per Avishai Cohen. “Abbiamo iniziato a suonare con naturalezza vicino casa mia. Questo tipo di affinità è davvero rara. Per cominciare, siamo passati attraverso le mie composizioni ed una manciata di standard”.
Presto, si trovarono così bene insieme, in maniera telepatica, che diventò un dialogo consapevole tra due nuovi collaboratori.
Così nacque il duo, che si chiamò Duende. Esso può essere tradotto come “spirito” dallo spagnolo, ma in realtà si riferisce a quella sconcertante ed edificante sensazione a cui Avishai Cohen ambiva. “La parola ha un suono assolutamente delizioso. E un sentimento che nutre la musica, per un duo. Avrei potuto mettere insieme un altro trio (Nitai Hershkovits si unì al trio per sostituire Shai Maestro nel 2011), ma tra Nitai e me, la connessione era così forte, che avevo paura che un altro strumento l’avrebbe potuta inghiottire. Avevo bisogno di aggrapparmi a questa cosa preziosa.”
Così fu un dialogo, un formato con il quale aveva raramente lavorato, a parte il notevole Eternal Child con Chick Corea per Lyla, nel 2004. “Il duo è un formato molto classico e molto esigente. Bisogna essere in due per un tango. Quando suonano Mozart, Daniel Barenboim e Itzhak Perlman possono sembrare un orchestra, un duo o un solista. Lo stesso vale per l’incredibile Beyond The Missouri Sky, tra Charlie Haden e Hank Jones. È possibile farlo sembrare più ampio, con più spazio. Questo è ciò che credo che questo disco offra: un orizzonte più vasto di tutto quello che ho fatto in precedenza”.
Eppure con il nuovo millennio, il sideman più ricercato ha lavorato senza sosta come leader, producendo album epocali. A partire da quelli fatti a New York, come Lyla (The Night, in ebraico), o Gently Disturbed, punto massimo del suo maestoso trio, o come gli ultimi due per l’etichetta Blue Note, Aurora e Seven Seas registrati al suo ritorno in Israele. Scavando un nuovo solco, questo ibrido di folk, jazz e musica da camera classica, ha rotto con il passato, in una carriera che sembrava scritta nelle stelle.
Ora Avishai Cohen con questo disco cambia nuovamente registro, favorendo una formula contrabbasso-pianoforte. “La sorpresa è un elemento fondamentale della vita e dell’estro creativo. Per tutto il tempo che suonerò la musica, questo senso di libertà mi guiderà. In un duo o un quintetto, qualunque cosa, sono io. E in questo duo, c’è un po’ di entrambi: Nitai è molto più che solo un partner. Questo musicista che è venuto per imparare, mi ha insegnato un sacco di cose. E’ parte di questa generazione che è sempre in contatto, ma allo stesso tempo ha già la saggezza di distanziarsi dalla grande quantità di informazioni. Credetemi, è un musicista raro!”
Dopo aver condiviso la scena per alcuni mesi, essi hanno costruito un loro sound molto personale. “Abbiamo stabilito un linguaggio comune, su cui tenere libere e compiute conversazioni. Condiviso sensazioni, su pezzi ritagliati in un solo giorno, dal vivo, su prime o seconde takes. Allo stesso modo, abbiamo scelto insieme l’intero repertorio, solo noi due. E’ il risultato di un dialogo senza esclusione di colpi, dove abbiamo sperimentato, senza mettere alcuna pressione. Suoniamo per il piacere. Come su All Of You di Cole Porter. Questo equilibrio risplende attraverso il programma con il suo gusto per i classici e avventurandosi verso l’ignoto.”
Il duo passa attraverso tre standard, tra cui una originale versione di Criss Cross di Monk, uno dei compositori preferiti di Avishai. Questo è il crunch. “Per farla, abbiamo dovuto trovare un nostro tocco personale su di esso. Il pianoforte, infatti, accompagna il mio contrabbasso.” Alla fine, suona come Avishai Cohen, ed allora si percepisce Monk.
Essi hanno anche ripreso tre temi come Ann’s Tune scritta dieci anni fa, e Calm, che, presentata originariamente su Continuo, viene totalmente trasfigurata. Inoltre, Avishai ha scritto anche tre nuove composizioni: Signature, Soof, e, ultima ma non meno importante, Ballad for an Unborn, un assolo di piano che avvolge la registrazione.
Avishai è sullo sgabello: “L’ho fatto per anni. Durante questa sessione, pensavo all’atmosfera di Mingus Plays Piano, uno degli album che mi ha maggiormente influenzato (1963), il grande Charles aveva appena compiuto 40 anni.”
Come Avishai quando ha registrato questo disco che sa di un buon vecchio LP. 35 minuti di musica in tutto: come uno dei suoi album preferiti, che presentava Paco De Lucia e Camaron de la Isla. Less is more è tornato.
“Con il jazz in particolare, più vecchi si diventa meglio si può mettere il dito su di esso. Si suonano meno note, ma si proietta la propria voce ancora più in là. Una volta che è tutto lì, bisogna scegliere la propria opzione, cancellare, per affinare il messaggio. Questo duo lo illustra perfettamente. Abbiamo appena registrato le nostre espressioni, senza alcun artefatto nè agendo come virtuosi. Ma parlando con i nostri cuori, più che con le nostre dita.”
***
Potete leggere l’originale di questo post al seguente link:
http://mipiaceiljazz.blogspot.it/2012/06/duende-nuovo-album-di-avishai-cohen.html

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