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Intervista. Yoram Kaniuk, 1948 (La Repubblica, 27.05.2012)

19 giugno 2012


Autore:Yoram Kaniuk
Casa Editrice: La Giuntina
Anno di edizione:2012
Collana: Israeliana
Traduzione: Elena Loewenthal
Pagine: 180
ISBN: 9788880574453

di Susanna Nirenstein

Avevo 17 anni, ero un bravo ragazzo di Tel Aviv finito in mezzo a un bagno di sangue. Sto cercando di pescare me stesso da dentro quel che mi pare siano ricordi». E’ la Guerra d’Indipendenza che ha combattuto, la fondazione dello Stato d’Israele, quella che Yoram Kaniuk – classe 1930, uno tra gli scrittori israeliani più noti, ma anche il più anticonformista tra la schiera dei grandi – si era sempre ripromesso di recuperare tra i vuoti della memoria: l’ha fatto solo a 80 anni in uno straordinario 1948 (Giuntina, trad. di Elena Loewenthal) vincendo l’importante premio Sapir e vendendo 100.000 copie in tre mesi. Un libro dal ritmo serrato (come le note dell’amico Charlie Parker? A lui piacerebbe dire così), una battaglia dopo l’altra (partiva una squadra di 10 persone e tornavano in 2) , la casualità, la fame, la sete, il sonno, l’improvvisazione (Kaniuk sparò un solo colpo durante l’addestramento), l’incoscienza, la totale incoscienza di questa gioventù che in fondo non aveva idea di cosa volesse dire fondare uno Stato e andava a morire. Tutto concorre a rendere il libro un’esperienza travolgente, un oceano tempestoso di oblio e memorie da cui emergono all’improvviso gesti eroici, situazioni assurde, un ballo quasi da sonnambuli per l’annuncio della creazione d’Israele dato alla radio accanto al corpo di un compagno tagliato in due dall’artiglieria, l’irruzione violenta in una casa araba, o ancora l’eroismo di alcuni comandanti e l’ignavia di altri, la fine dei proiettili, dell’acqua, l’arrivo dei rifornimenti, le ferite, gli amici, la morte e ancora la morte. Senza retorica, anzi, con un filo di sarcasmo, di ironia che a volte, per fortuna, cede o a domande insistenti o all’emozione pura, raramente alla felicità della vittoria, più spesso allo sgomento per le perdite, al senso di sbandamento di fronte al coraggio dei superstiti della Shoah già sbarcati che si ritrovano col fucile in mano senza conoscere nemmeno una parola di ebraico. Un libro che va letto perché fa giustizia sulla storia, e perché è spesso, eccezionale, importante.

Solo a ottant’anni è riuscito a scrivere di quella guerra d’indipendenza combattuta da ragazzo.

«Avevo iniziato nel ’49, in realtà, mentre lavoravo sulle navi che dai porti d’Europa portavano i sopravvissuti in Israele. Ma in realtà ero pieno di odio, non mi riusciva, avevo visto troppo sangue. Ero sotto choc. Nei primi mesi della guerra eravamo pochi e male armati, combattevamo come fossimo su un precipizio, come se stessimo per essere giustiziati, se morivi nessuno ti sostituiva, ma… era così. E io ero quasi un bambino: del mio reggimento di 1100 uomini, ne furono uccisi 400. Fu tutto troppo crudele. Non trovavo il tono giusto per scriverne. Poi recentemente, quando ho ripensato alla battaglia di Ramle, dove arrivai due giorni dopo lo scontro, mentre gli arabi tentavano di rientrare nelle loro case e gli scampati ai lager cercavano di insediarsi nel villaggio, ho capito che era quella la chiave del libro. La tragedia».

Ha detto che con 1948 voleva distruggere dei miti. Quali?

«Da un lato quello del Palmach come un esercito di supereroi, dall’altro quello che volesse distruggere e cacciare gli arabi. Desideravo mostrare come erano andate le cose, quanto noi non fossimo affatto dei giganti e combattessimo invece per la nostra sopravvivenza, quanto abbia contato anche l’arrivo dei sopravvissuti sull’unica terra che li accoglieva: alcuni di loro presero subito in mano il fucile, e morirono. Il fatto è che gli arabi non avevano accettato la risoluzione Onu sulla spartizione della Palestina, ci sparavano, assaltavano i bus e i villaggi, e non esisteva la Cnn allora. Eravamo su un precipizio e combattevamo per non finirci dentro».

I nuovi storici israeliani lei, che è un uomo di sinistra, li etichetta come “gente cattiva”.

«Penso che mentano, che odino gli ebrei, se stessi. Non voglio ora entrare nei singoli episodi. I fatti sono semplici, gli arabi non ci volevano, ci attaccarono, e noi abbiamo combattuto».

Un anno fa ha fatto togliere “religione: ebraica” dalla sua carta d’identità, perché?

«Perché mi sento profondamente ebreo, ma vorrei che Stato e religione restassero del tutto separate».

Lei dice che non si arruolò per fondare uno Stato.
«Non ci pensavamo allo Stato, volevamo difenderci. Piuttosto ero inorridito per quello che venivo via via a sapere della Shoah. Seppi anche che 66 famigliari di mio padre erano stati uccisi. Lui non me l’aveva detto».

Afferma che per la pace l’unica soluzione giusta sarebbe lo Stato binazionale, un posto però dove lei non potrebbe vivere. Che vuol dire?

«È mia figlia, che è di supersinistra, che lo vorrebbe. In realtà io credo che gli ebrei abbiano diritto a uno Stato loro, anche perché l’antisemitismo è ancora molto forte. No, non vedo una soluzione al conflitto: vorrei due stati per due popoli, ma, oggi come oggi, Hamas govemerebbe la Cisgiordania e sarebbe con i suoi missili a 3 km da Tel Aviv. E intorno c’è il niente, la Siria in fiamme (per cui nessun palestinese manifesta), l’Egitto nel caos. Per non parlare dell’Iran. Non vedo soluzioni: vorremmo essere Atene, non Sparta, ma abbiamo ancora bisogno di essere forti e mandare i nostri figli nell’esercito, altrimenti non sopravvivremmo».

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