Skip to content

Interviste. Ron Leshem, Il gusto dell’amore proibito (Pagine Ebraiche)

4 maggio 2012

Ron Leshem sarà al Salone internazionale del libro di Torino domenica 13 maggio e parlerà del suo libro Underground Bazar:
RACCONTARE L’IRAN. INCONTRO CON RON LESHEM E MAHMOUD DOULATABADI. IN OCCASIONE DELLA PUBBLICAZIONE DI UNDERGROUND BAZAR E IL COLONNELLO – LINGUA MADRE
Incontro con autore
domenica 13.05.2012 ore 10.30
Spazio Piemonte
a cura di Cargo e Salone del libro
Interviene: Farian Sabahi
Spazio Piemonte
Il programma al seguente link:
http://www.salonelibro.it/it/organizza-la-visita/programma/domenica-13.html

**********************
Ron Leshem e la storia della sua singolare amicizia con gli iraniani

di Daniela Gross

Gli ingredienti sono quelli di tante storie d’amore: la curiosità, l’attrazione che cresce, il gusto del proibito. E una passione capace di sfidare i limiti, fino a spingersi in territori ignoti e densi di rischi.
Nasce da questo groviglio di emozioni l’incontro di Ron Leshem con il mondo iraniano. Il giornalista e scrittore che nel 2005 aveva sbancato le classifiche del suo Paese con Beaufort (tradotto in italiano da Rizzoli con il titolo Tredici soldati), incrocia quell’universo ermetico, del tutto precluso agli israeliani, sui social network. Ne rimane affascinato fin dalle prime battute. E piano piano annoda, con i suoi amici virtuali, un dialogo sempre più intenso.
Gli iraniani e io – dice – ci siamo scritti di notte, per due anni. Illegalmente. L’idea che il mondo ci impedisse di incontrarci mi faceva impazzire”. Alla fine un avventuroso e segreto rendez vous li metterà faccia a faccia. Una settimana insieme per scoprire quanto i due popoli siano simili e condividano le stesse paure e gli stessi sogni. “Poi ci siamo salutati. Per molto, se non per sempre”.

A dare voce a quest’esperienza è il nuovo romanzo di Ron Leshem, Underground Bazar (Cargo, 406 pp.), che intreccia la storia di Kami e della bella Niloufar, femminista e pilota da corsa raccontando una Teheran fatta di feste clandestine, droga, alcol e libri vietati. Con uno sforzo d’immedesimazione quasi acrobatico Ron Leshem si cala nella realtà soffocante della dittatura di Ahmadinejad e racconta come si vive oggi in un mondo fatto di divieti e come sia possibile incontrarsi al di là di ogni pregiudizio.

Ron, da dove nasce questa curiosità nei confronti dell’Iran e degli iraniani?

Questa non è proprio una storia sull’Iran, ma la storia di un gruppo di giovani che, sotto una dittatura, vivono in una realtà underground. La verità è che sono sempre stato attratto dalle realtà e dai luoghi proibiti, da vicende che affrontano situazioni in cui vi sono molti divieti. Lì si ha paura di leggere libri vietati, di ascoltare musica vietata, di amare e fare l’amore liberamente. Si sa di essere quotidianamente in pericolo e si lotta per cambiare, per la libertà, senza sapere se davvero c’è la possibilità di farcela. M’interessava capire cosa fa sì che un giovane si arrenda alla religione politica. È un tema molto importante, poiché l’area mediorientale si trova purtroppo davanti a un futuro molto religioso. Poi ero attratto dal popolo iraniano perché mi piace essere sorpreso e, pur sapendo che è sbagliato, mi piace innamorarmi di chi non devo amare. E ha contato senz’altro anche la volontà di superare il pregiudizio.

Il tuo primo romanzo, Tredici soldati, affrontava la guerra del Libano. Che legame c’è tra i due libri?
Tredici soldati non è un romanzo sulla guerra né sugli avamposti israeliani in Libano. È una storia su cosa significa avere oggi 18 anni in Israele, che racconta un regno, un regno adolescente, in cui non c’è alcun controllo adulto. In questo contesto i ragazzi si trovano a vivere stretti un luogo claustrofobico, in una situazione esplosiva. E per celarsi al mondo esterno si creano una vita segreta, con suoi linguaggi, credenze, paure. E’ una storia sociale. E per molti versi somiglia molto a Underground bazar che parla della vita underground di un gruppo di giovani in un appartamento. Può darsi sia la mia inclinazione per quest’età e per le storie che la riguardano.

E’ davvero possibile per chi vive in una società di matrice occidentale immedesimarsi con una realtà così diversa come l’Iran ? O è solo un gioco intellettuale?
Sotto molti aspetti gli iraniani sono occidentali come tanti di noi. Vivono anche loro in un mondo in cui sono Youtube e Facebook. Ma allo stesso tempo le donne condannate sono lapidate a morte per adulterio e gli uomini uccisi perché hanno bevuto alcolici o sono gay. Nell’era di internet una dittatura crudele è una possibilità assai meno remota di quanto pensi la maggior parte di noi. Dobbiamo provare a immaginare cosa faremmo se il nostro paese e la nostra libertà ci venissero tolti, se la nostra patria divenisse un luogo in cui molte comunità sono perseguitate. Avremmo il coraggio di combattere per quella libertà? E’ un tema importante per ciascuno di noi. Ma il romanzo non parla solo degli iraniani, tratta anche di noi israeliani, delle nuove generazioni e dell’estremismo religioso che ci troviamo ad affrontare. E’ un aspetto che però in Israele, dove il libro è subito arrivato ai primi posti nella lista dei best seller, non è stato colto.

Come hanno reagito gli iraniani con cui eri in contatto quando hanno saputo che eri israeliano?
Sono stati felici di diventare miei amici e hanno mostrato una notevole curiosità nei miei confronti. Ma gli iraniani che navigano sul web non rappresentano necessariamente gli 80 milioni di persone che vivono nei villaggi e sono per lo più legati alla vita fondamentalista.

In questi ultimi mesi le voci di venti di guerra in Medioriente si accompagnano a notizie che parlano di gesti di amicizia tra i due popoli: iniziative spontanee di amicizia e solidarietà sui social network, lunghe file in Israele per vedere il film del regista iraniano Asghar Farhadi… Davvero, come scrivi, “se ogni israeliano cercasse l’amicizia di un iraniano che non ha nessun motivo per essergli amico, se facesse delle domande, e immaginasse se stesso laggiù, le nostre vite qui sarebbero un po’ meno pericolose”?
Quando i leader iraniani dicono pubblicamente che distruggeranno Israele e gli israeliani appena avranno l’opportunità di farlo, suggerisco di credergli. Ci hanno mostrato già che non sono razionali. E’ bello che si stiano cercando di creare rapporti di amicizia tra i due popoli, è importante superare i pregiudizi, ma non sono così ingenuo da affidare il mio destino a iniziative di questo tipo. Anche nei giorni della riforma del presidente Katami sono stati uccisi dalla polizia segreta più di cento giornalisti, scrittori, traduttori, editori. E il mondo è rimasto in silenzio.
“Le somiglianze tra i nostri popoli sono più profonde delle differenze che li separano, e questa somiglianza è terribile, ma anche bella”, scrivi. Cosa vuoi dire?
Sotto ogni aspetto gli israeliani e gli iraniani sono più simili di ogni altro popolo che ho incontrato. E negli ultimi tre anni sono stato in più di venti paesi…

E per ciò che riguarda i giovani?
In entrambi i paesi hanno perso la fiducia nella capacità di cambiare. Le proteste sociali esplose la scorsa estate in Israele non modificano un elemento centrale: che i giovani israeliani sono più conservatori e più pessimisti dei loro genitori. Sono meno coinvolti e meno impegnati e sprofondano nel loro falso individualismo. I miei amici iraniani hanno anch’essi perso la speranza di poter cambiare la triste e brutale realtà in cui vivono e si dedicano al sesso, alla droga e alla musica vietata nei loro nascondigli underground. Allo stesso modo noi a Tel Aviv passiamo le serate nei migliori bar e nelle spiagge più belle, senza pensare ai missili che cadono a venti minuti di distanza o alle famiglie che trascorrono la notte nei rifugi. Quando siamo scesi in piazza è stato solo per gridare che meritiamo di più. L’adrenalina ci ha tenuto su per un po’ ma non eravamo disposti a essere davvero coinvolti. Non sono pessimista, di solito sono la persona più ottimista del mondo. Ma quando si tratta di fare i conti con la realtà del prossimo futuro in Medio oriente sono realisticamente molto pessimista. E finora non mi sembra di sbagliare.

I social network nella tua esperienza sono stati essenziali per valicare i confini, anche se solo virtualmente.Com’è vissuto il web in una realtà come l’Iran?
Tendiamo a pensare che internet superi tutte le barriere e possa portare la voce della libertà anche nei luoghi più oscuri. Ma è anche vero che ci fornisce un mezzo molto semplice per sfuggire la realtà. Quando il tuo vicino di casa viene giustiziato davanti alla tua finestra e trascorri tutto il giorno a guardare clip divertenti su Youtube è sbagliato pensare di essere liberi. Internet ti dà l’illusione di vivere altrove, in un mondo irreale. Tutto dipende da ciò che scegli e come decidi di affrontare la situazione. Non dimentichiamo poi che vi sono ancora paesi in cui internet è proibito e bloccato.

La scelta di scrivere un libro di questo tipo è un gesto politico, una sorta di provocazione?

Nulla di politico. E’ stata una scelta molto personale, una sorta di verifica di me stesso. Volevo vivere lì. A 21 anni ogni israeliano, dopo il servizio militare, vola in Sudamerica per un anno (se è più propenso alle droghe preferisce l’India, se è più viziato l’Australia). A quell’età non ho fatto un’esperienza così: ero troppo viziato, troppo legato a mia madre, troppo ansioso di iniziare la mia carriera. A trent’anni d’un tratto ho capito di avere perso una straordinaria avventura. Ero così invidioso. Volevo così tanto essere come gli altri, correre nudo nei campi di coca della Bolivia, dedicarmi tutti i giorni a sesso e droghe. Allora ho preso un volo per la Bolivia. Ma quando sono arrivato lì ero solo un ragazzo con un trolley, che si lamentava per le zanzare e per la sporcizia delle città. La verità è che l’unica cosa che potrei fare è prendere un aereo per l’hotel Boscolo Exedra a Roma, sedermi al buio con l’aria condizionata al massimo e scrivere di me stesso che corro nudo nei campi di coca della Bolivia e mi dedico a sesso e droghe. Sono attratto dai luoghi in cui non posso andare e dalle esperienze che non ho avuto l’opportunità di vivere. E invece di vivere scrivo, collezionando avventure nell’immaginazione più che nella vita. Se mi collegate a una macchina della verità scoprirete che ho detto la verità quando racconto della Bolivia o di essere stato a Teheran o nelle zone di guerra del Libano, anche se non l’ho fatto.

Come sei entrato in contatto con gli amici iraniani?
Talvolta alle tre di notte, quando cerco di scrivere e non trovo l’ispirazione, chiedo l’amicizia a qualcuno che non ha alcun motivo di essere mio amico. E mi capita di rivolgere la richiesta a chi vive in luoghi proibiti e potrebbe essere definito mio nemico. Quando ho chiesto l’amicizia a dei palestinesi la metà non ha accettato. Quando l’ho chiesta a degli egiziani hanno rifiutato tutti. Una notte ho fatto lo strano esperimento di mandare un centinaio di richieste a degli iraniani (volevo fare una statistica, verificare se davvero mi odiavano come si dice… è una caratteristica tutta israeliana, questa di controllare tutto il tempo se la gente ti odia). La mattina dopo quando mi sono svegliato avevo un centinaio di nuovi amici iraniani che mi avevano mandato bellissimi messaggi, storie, domande, clip. Un mese più tardi mi sono ritrovato a chattare con tre ragazzi, studenti, tra cui una donna che faceva la pilota da corsa a Teheran. Sono rimasto sconvolto quando mi sono reso conto di quanti pregiudizi errati avevo su di loro e di quanti ne avevano loro nei miei confronti. E sono rimasto affascinato dai loro racconti sulla vita underground dei giovani a Teheran.

Che ruolo hanno avuto questi amici nella costruzione del romanzo?
Ho scritto Underground bazar insieme a due di loro che si sono totalmente impegnati in questo. Il fatto che non ci fosse permesso essere amici ha reso il tutto molto più passionale e romantico. Io non ho il permesso di visitare Teheran, loro non sono autorizzati a venire a Tel Aviv. Così abbiamo solo potuto immaginare, porre infinite domande e raccontarci delle storie. Abbiamo chiacchierato on line per due anni, utilizzando un indirizzo email falso per ridurre i rischi. Alla fine non ce la facevamo più ad aspettare, avevamo bisogno di vederci: la curiosità era ormai troppo forte. Per loro non era facile lasciare Teheran, ci siamo incontrati in Europa.

Hai scelto di realizzare la traduzione italiana del tuo libro a partire dalla versione francese. Per quale motivo non si è lavorato direttamente dall’ebraico?
Purtroppo è difficile trovare bravi traduttori dall’ebraico all’italiano che riescano a mantenere lo stile letterario con tenerezza e umorismo. I pochi che ne sono capaci sono molto occupati. Con questo romanzo ho apprezzato molto l’editing francese e ho capito che le modifiche create con l’editore francese avevano migliorato il romanzo, soprattutto per i non lettori israeliani, così ho pensato che tradurre dal francese l’italiano era la cosa giusta. Ormai sono tradotto in 22 lingue e ho imparato a sentire se il traduttore raggiunge il tono giusto e ad apprezzarlo.

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: