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Intervista con Ron Leshem-Interview with Ron Leshem

23 aprile 2012

(Scroll down for the English translation of the interview)

Ron Leshem, Underground bazar
Traduzione di Cinzia Bigliosi
Casa editrice: Cargo
Collana: Narratori di Cargo
384 pp.
ISBN:978-88-6005-050-2

La Biblioteca d’Israele: La prima cosa che mi ha colpita del tuo libro è la sua vividezza. Ha quasi una consistenza materica e, grazie alla tua scrittura, sei stato in grado di ricreare un intero mondo, ebbene, è questo, a mio parere, ciò che differenzia uno scrittore da uno Scrittore. La tua capacità di mimesi è incredibile, parlami di questo tuo forte desiderio di scoprire l’altro.
Ron Leshem:Sono sempre stato attratto dallo scrivere di cose e luoghi a cui non mi è consentito accedere. In un certo senso è come essere un attore: la capacità di essere un giorno un re e quello seguente una prostituta. Sai, i ragazzi che studiano per diventare sceneggiatori , molto spesso, si sentono dire dai loro insegnanti che dovrebbero focalizzarsi soprattutto sulla propria esperienza personale di vita, be’, non funziona così, anzi, credo che dovrebbe essere l’opposto. Immagina se ora ci chiedessero di scrivere di una famiglia di agricoltori in Corea, dovremmo cercare di essere il più accurati possibile, non credi?. Se dentro a tutto questo portassimo la nostra personale sensibilità, la nostra esistenza, il risultato sarebbe solo apparentemente più imbevuto di vita mentre, in realtà, un simile approccio nei fatti, impoverisce il potere creativo e lo limita. Pensando al mio personale vissuto, ad esempio, io scriverei prima della mia infanzia difficile in kibbutz, e ne scriverei anche nel secondo romanzo, rappresentandone stavolta gli aspetti divertenti. In questo modo, il lavoro che ne uscirebbe fuori sarebbe di una noia tremenda. Quello che dovrebbero fare piuttosto questi ragazzi , allora, è scoprire quella cosa meravigliosa chiamata ‘ricerca’. Un insegnante che omette di fare questo, a mio parere, ti priva dell’opportunità di diventare qualcun altro.
Questo, del resto, è esattamente quel che ho fatto per scrivere Tredici soldati. Io non sono mai stato sul campo di battaglia, ero infatti un ufficiale dell’intelligence, ma volevo essere fortemente accanto a questi ragazzi mandati in Libano, così come volevo adesso comprendere i giovani iraniani di Teheran in Underground bazar. Volevo davvero capire che cosa li spinge ad arrendersi a questa sorta di religione politica, e che cosa significa vivere in un luogo in cui molte cose sono proibite, e ti è dato di vivere una sorta di palliativo di vita libera solo di nascosto , in modo sotterraneo . Ho fatto le mie ricerche su tutto questo. Io credo che dovresti sempre essere animato dalla passione per quel che fai, ed essere pronto a
superare i tuoi confini personali e diventare l’altro.

La Biblioteca d’Israele: C’è sempre una specie di senso di perdita che abita i tuoi romanzi, e non sembra esserci spazio per il conforto. Scrivere è una consolazione per te, oppure no?
Ron Leshem: Tredici soldati è stato pubblicato da Random House negli U.S.A., una specia di immensa fabbrica, e la signora addetta alle pubbliche relazioni che si occupava di me, una tipa piuttosto tosta e stentorea, mi insegnava che cosa avrei dovuto dire e cosa omettere del libro. ‘La prima frase’ mi diceva ‘Dovrebbe sempre essere: questo non è un libro di guerra ma d’amore’, e io gli rispondevo ‘Sì, va bene, ma questo E’ un libro di guerra’. Ho scoperto così che anche in America la gente non voleva leggere di guerra perché ne era stanca. Soltanto che lo stesso mi era già stato detto ben prima in Israele, tanto è vero che la casa editrice era convinta che non avrei venduto una sola copia del libro proprio perché la gente voleva scappare da guerre tanto fresche. Be’, io sono la prova che l’editore si sbagliava, eccome.
Per rispondere adesso alla tua domanda: io scrivo per ragioni orribili: 1) Vorrei essere sempre qualcun altro. Colleziono le avventure degli altri perché non sono bravo a collezionarne di mie, e allora ho questa necessità di essere qualcun altro; 2) Ho il profondo bisogno di convincere gli altri, ma non lo dico in un senso politico, anche se sono consapevole che tutto è politica, ma non è quest’ultima il mio fine primo; 3) Vorrei che i miei personaggi mi sopravvivessero. E’ orrendo, invece di vivere una vita mia, di essere felice, preferisco focalizzarmi su questo e, credimi, morirei con un bel sorriso dipinto sulle labbra se dovesse succedere. Non chiedermi il perché, e nemmeno per chi lo faccio, ti sto semplicemente rendendo partecipe di quello che
succede dentro di me.

La Biblioteca d’Israele: Che cosa dovrebbe essere in grado di trasmettere la scrittura alla gente?
Ron Leshem: Conforto, indubbiamente, e anche la capacità di sorprendersi perché, vedi, la gente non si sorprende più. Sembra davvero che abbiamo ascoltato e visto tutto. Nell’era di internet le giovani generazioni hanno dimenticato, o forse non hanno mai imparato, che cercare qualcosa è ben più importante che trovarla. Non siamo più in grado di cercare perché tutto quel che vuoi è accessibile attraverso un semplice click su google, e questo è piuttosto triste.

La Biblioteca d’Israele: Parliamo di social network. Hai scritto questo libro usando molto Facebook e le chat, dunque possiamo dire che hai sondato le molteplici potenzialità dei social network. Ho davvero apprezzato come hai esplorato, in un modo molto sentimentale, quella ingenuità che caratterizza la prima esperienza, il primo contatto con il web. Una ingenuità che abbiamo sicuramente perso, ed è ormai un fatto che internet è in grado di falsificare la realtà, oltre che di amplificare il vuoto.
Ron Leshem: Volevo che internet stessa diventasse un personaggio vero e proprio. Internet , infatti, dà l’opportunità a noi tutti di aprirci, così come quella, in pari misura, di scomparire nella matrice e di fuggire dalla realtà in un mondo alternativo. Così, mentre la tua attenzione si perde dietro a degli stupidi filmati di gatti e cani su You Tube, e la tua mente è focalizzata su quel mondo, il tuo vicino viene impiccato perché omosessuale. I diciottenni di oggi pensano di sapere tutto del mondo, e sono annoiati prima ancora di iniziare proprio perché non hanno fatto nessuna vera esperienza della realtà, e continuano a vivere in questa bolla alternativa e falsa.

La Biblioteca d’Israele: Niloofar è il simbolo della profonda complessità della società iraniana che continua a galleggiare sulle contraddizioni ed è costantemente sul’orlo di esplodere. Focalizziamoci allora su questi concetti: complessità, contraddizioni, bisogno di fuggire. Dopotutto si attagliano anche alla società israeliana, per cui il gap non sembra tanto grande, a pensarci bene.
Ron Leshem: A causa del mio lavoro negli ultimi due anni ho visitato almeno 22 Paesi, e ho potuto vedere coi miei occhi come ci siano somiglianze con la realtà israeliana in diversi luoghi. Gli iraniani ci assomigliano molto: sono la stessa mescolanza di cultura araba ed occidentale. Appena vedi Niloofar pensi che sia una specie di principessa della libertà, dipendente dall’avventura e affatto interessata a lottare per la giustizia. E’ lei che fa scoprire a Kami la vita sotterranea che si svolge a Teheran, che lo espone a quella libertà falsa, avvelenata e così difficile da maneggiare. Tutto quel sesso e quella droga, sono qualcosa assolutamente privo di struttura interna e, proprio per questa ragione, ti fanno venir voglia di riappropriarti delle tue radici culturali e religiose per sentirti di nuovo al sicuro. Questo è ciò che succede a Kami. Ci sono molte somiglianze tra Israele e l’Iran,e le giovani generazioni si occupano molto meno della realtà, sono meno partecipi e aperte al cambiamento. Non credono affatto nella loro capacità di crearlo, questo cambiamento. Sono convinto che, se ogni israeliano avesse un amico iraniano, la vita sarebbe ben diversa: avere amici iraniani mi ha aperto moltissimo la mente. Io credo nella pace, nonostante tutte le difficoltà che abbiamo, e Israele sta lottando per mantenere la propria libertà e dimensione liberale, visto che, ed è un fatto, ci sono persone dall’altra parte del confine, che lapidano le donne come nella Bibbia.

La Biblioteca d’Israele: Non ci ascoltiamo gli uni con gli altri’, queste parole sono tratte da un dialogo tra Amir e Kami. Tu vivi in Israele e, dunque, puoi senz’altro scrivere di questo argomento in modo decisamente consapevole. Tu credi che gli opposti possano davvero essere in grado di creare un dialogo?
Ron Leshem: La società israeliana si divide, sostanzialmente, in due tribù, e non riusciamo a comunicare tra di noi. Quando guardo al modo in cui gli ultraortodossi non sono liberali e non sostengono in alcun modo la nostra volontà di essere ciò che vogliamo essere, be’, mi fa pensare che non abbiamo una lingua comune e che non siamo davvero in grado di comprenderci.

La Biblioteca d’Israele: I libri e il loro fascino. C’è un momento in Underground bazar in cui Kami e Niloofar incontrano Mohammad al mercato nero. Mohammad dice:‘’Questo è l’unico vero modo di vendere i libri, e verrà il giorno in cui i libri saranno venduti solo così’’.Questa è una affermazione molto forte, secondo me, riflette forse anche le tue preoccupazioni in merito al futuro dei libri nell’era di internet?
Ron Leshem: Quale sarà il future del libro nell’era di internet? Ah, non lo so, ma volevo esprimere il mio pensiero in merito alla vendita dei libri al mercato nero: accedere a qualcosa di proibito te lo rende molto più attraente, romantico e appassionato. Questo è, ovviamente, qualcosa dal fascino estremamente decadente, ma ti permette di volare con la fantasia. Underground bazar, del resto, non è un libro sulla dittatura in Iran ma, piuttosto, sul modo in cui la gente vive sotto qualsiasi tipo di dittatura. Come mi comporterei se vivessi nelle stesse condizioni? Mi arrenderei? Deciderei di combattere? Volevo mettermi nei panni di chi affronta tutto questo e testare la mia reazione.
La gente si abitua ad ogni cosa, anche a quelle peggiori, e questo è il vero centro pulsante della storia, oltre che – e lo credo fermamente-, il problema principale di tutto.

****

The library of Israel: First of all let me tell you that your book is extremely vivid. I almost have a material consistency, and you’ve been able to recreate an entire world with your writing, and that’s what makes of a writer a Writer with capital W. Your mimesis is incredible, please, tell me something about your strong will to discover the other.
Ron Leshem: Yes, I am always attracted to writing about things and places I am not allowed to be. You know, writing is like being an actor , the ability to be one day a king and another day a prostitute, being under the skin of someone different, is a necessary feeling for me. Those who study script are frequently taught by their creative writing teachers , to focus on their own personal experience of life, but it doesn’t work. It should be the opposite. Now, if we start writing about an agricultural family in Korea, we must be accurate enough, isn’t it?. It might seem much more real if we bring into it our sensitivity, our life, but if you only write about your life, your creative power is strongly limited . As for me, I’d write first of my hard childhood in the kibbutz, then the second novel would be about my funny life in the kibbutz, and it’d soon turn into a boring work. What these guys should be taught, instead, is the amazing thing of research, if you don’t do it, as a teacher, then you are taking from me the opportunity to be someone else.
That’s what I exactly did when I wrote ‘Tredici soldati’. Infact, I was an intelligence officer, I have never been on the battlefield, but I wanted to be with these guys in Lebanon, as much as I wanted to understand the guys in Teheran now in ‘Underground bazar’. I deeply wanted to know what makes them surrender to this sort of political religion , and what means living in a place where so many things are forbidden and some kind of a free life can only be lived underground . So I’ve made my researches. You should always be passionate about the things you do, and being ready to become someone else.

The library of Israel: There’s always a sense of loss that lingers in your books, there seems to be no soothing or comfort. Is writing a consolation to you or not?

Ron Leshem: Tredici soldati came out for Random House in the US, they are a huge factory , and so this tough, strong pr woman taught me what I was allowed to say and what not. ‘The first sentence’ She said ‘should always be: this is not a war story, this is a love story’, and I replied ‘ok,But this IS a war story’ . That’s how I discovered that also in America people do not want to read about war because they are tired of it. Anyway, I was told the same when I brought the first draft of the book to the publishing house in Israel , and they were sure that it wouldn’t have sold a copy because people wanted to escape from so fresh wars. Well, I am the proof that the publishing house was wrong
Now let’s come to your question: I think I write for horrible reasons: 1)I always wanna be someone else. I collect adventures of others, because I am not good at collecting adventures in my own life, so I have the urge to be someone else; 2) I am also in the deep need to convince others, I don’t mean it in a political sense, even if I am aware that everything’s political, but that’s not my goal; 3) I’d want my characters to survive me. It is horrible, instead of living a life that makes me happy, I prefer focusing on this, and believe me, I’d die with a smile if it should happen. I don’t know why I do it, and I don’t know for whom either, but apparently that’s what happens inside of me.

The library of Israel: What should writing bring to people then?
Ron Leshem: Comfort, yes, and also being surprised because people don’t get surprised anymore. It seems that we’ve heard and seen everything. In the internet age, especially the young generations have forgotten, or never learnt, that looking for something is definitely more important than finding it. We don’t know how to search anymore because whatever you want to find you can check it fast on Google, and this is sad.
The library of Israel: Social networks. You’ve writing this book using Facebook, chats, so you’ve explored the many potentialities of social networks. I’ve loved how you’ve explored, sentimentally explored, I might say, that naïve attitude to the first experience with the web. A naivety that we’ve surely lost. Is a fact that Internet can also easily fake reality and amplify the void.

Ron Leshem: I wanted the internet to be a character. Internet brings us all the opportunity to open ourselves but also the opportunity to disappear in the matrix and to escape from reality In an alternative world. So your attention gets lost on you tube watching these stupid videos of cats and dogs, your mind is set on that world when your neighborhood is executed because he is homosexual. Those who are eighteen today think to know everything about the world, and are already bored of it because they do not experience reality, and live in this alternative, fake bubble.

The library of Israel: Niloofar is a symbol of the deep complexity of Iranian society that keeps floating on contradictions: always on the verge of an outbreak. Let’s focus on these concepts: complexity, contradictions, need to escape. Well, they can easily fit also the Israeli society, so, perhaps, the gap isn’t that wide.
Ron Leshem: Due to my work, the last two years I’ve been travelling to 22 countries, and I had the opportunity to find similarities to Israel in many places. Iranians are so close to us, the same mixture of Arab and Western culture. The first glimpse you have on Niloofar is that she’s the princess of freedom, she’s addicted to adventure and not interested in fighting for justice. It’s her that exposed Kami to the underground life in Teheran, to that fake, poisoning, freedom, so hard to handle. All that sex and drugs and mess, is something without an inner structure, and it makes you wanna come back to the roots of your culture and your religion, to feel safe. That’s exactly what happens to kami. There are many similarities between Israel and Iran, as the young generations today are less caring about the situation, less sympathetic and less open to change. They do not believe in their ability to change. I believe that If every Israeli would have an Iranian friend on the other side, life would be different. Having Iranian friends opened up my mind so much. I believe in peace, besides all the difficulties that we have. Israel is fighting to maintain its freedom and liberal life, when people on the other side of the border are stoning to death women like in the Bible

The library of Israel:We are not listening to each other’ these words are taken from a conversation between Amir and Kami, in your book. You live in Israel, so you can surely write about it in a very conscious way. Do you think that opposites can really build a dialogue?
Ron Leshem: Israeli society is divided in two tribes and we do not talk to each other. When I look at the ultraorthodox and the way they are not liberal and do not support in any way our will to be what we want to be, It makes me think that we have not a common language, and do not understand each other.

The library of Israel:Books and their fascination. There’s a moment in the story, when Kami and Niloofar meet Mohammad in a black market shop. Mohammad says ‘’This is the only way to sell books, there will come the time when books will be sold only in this way’’. This is a very strong statement, in my opinion, does it also reflect your worries about the future of the books in the internet era?
Ron Leshem: What is the future of books in the era of internet? I don’t know, but I wanted to express my feelings about selling books on the black market: making available something forbidden, it becomes even more attractive, romantic and also passionate. It is, obviously, something decadent, but also makes you fantasize. Underground bazaar is not a book about Iran dictatorship, but rather about people who live under any kind of dictatorship. What would I do if I was under those circumstances? Surrender? Fight? I wanted to put myself in their shoes and check my reactions. People get used to anything, even the worst ones, and that’s the pulsing core of the story, and also the main problem, I think.

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