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Anteprime. ‘Ben Haverim’ di Amos Oz, Kibbutz esperimento infantile e crudele (da ANSAmed)

5 aprile 2012


di Aldo Baquis

TEL AVIV, 3 APR – Elaborando il progetto collettivistico del Kibbutz “i nostri Padri fondatori cercarono di cambiare la natura umana in un colpo solo. Ma quel tentativo fu infantile e crudele“: questi i sentimenti che impregnano gli otto brevi racconti contenuti nell’ultimo libro di Amos Oz. Il titolo (‘Ben Haverim‘) è volutamente ambiguo. Può essere tradotto ‘Fra amici’, o anche ‘Fra compagni’. E nel Kibbutz Yqhat immaginato da Oz i due termini non erano per niente sinonimi. Mentre alla fine degli anni Cinquanta si stagliano sullo sfondo gli obiettivi dei Padri fondatori di creare una società egualitaria e armoniosa, “di plasmare un Uomo Nuovo”, i personaggi di Oz sono chiamati ad affrontare questioni molto personali: amore, invidia, timidezza, sconforto. Non essendoci più spazio in superficie “la cattiveria e l’egoismo si dettero allora alla clandestinità – spiega lo scrittore – e minarono il kibbutz alla base“. I personaggi presentati da Oz sono quelli che meno corrispondono allo stereotipo del ‘kibbutznik’, con i bicipiti in mostra e il ciuffo ribelle. Ci sono invece il vecchio falegname Martin Vanderberg, un idealista votato a diffondere l’esperanto come lingua di fratellanza umana; il malinconico giardiniere Zvi Provisoner, che colleziona aggiornamenti su calamità mondiali essendo incapace di trovare migliori argomenti di conversazione; e c’é Yuval, un bambino di 5 anni atterrito al pensiero di dover trascorrere la notte – in base ai principi educativi, rigidi ed egualitari – nella palazzina comune con i coetanei, piuttosto che a casa, fra le braccia dei genitori. Tutti sono più o meno disadattati, tutti si sentono prigionieri di un meccanismo più forte di loro.

“In questo libro non c’é una tesi. Non sono venuto a sgozzare ‘vacche sacre’
” ha assicurato Oz, presentando questa settimana il nuovo libro a Tel Aviv. Riferendosi ai 30 anni da lui vissuti in Kibbutz, ha ammesso che talvolta “le vacche possono anche emettere un cattivo odore. Ma sul Kibbutz sono state ormai immolate così tante ‘vacche sacre’ che io mi sento di dover difendere l’ultima. Che oltre tutto continua a dare latte“. I semi di ‘Ben Haverim‘ furono gettati mezzo secolo fa quando Oz si imbatté in ‘Winesburg, Ohio‘ dello scrittore americano Sherwood Anderson. Se si poteva scrivere racconti memorabili su una cittadina trascurabile come quella, pensò allora Oz, nulla impediva di concentrare l’attenzione sulla stalla e sul pollaio del suo kibbutz di allora, Hulda. Ma – avrebbe compreso in seguito – gli mancava ancora la prospettiva necessaria. Il Kibbutz viveva allora una fase di grande fermento. Solo oggi, a 70 anni compiuti, con una casa affacciata sul deserto di Giudea, Oz si sente in grado di trarre qualche conclusione. “Il Kibbutz ha ancora un futuro” ha assicurato. “Forse io non ne sarò testimone. Magari in un altro tempo, magari in un’altra terra, ci saranno persone che cercheranno una versione morbida del Kibbutz. Una forma collettivistica che – diversamente dalle religioni e dalle ideologie – non pretenda di cambiare l’uomo.
”La natura umana – ha concluso – va lasciata in pace“.

Proprio oggi è stato reso noto che nei kibbutzim (che per certi versi hanno introdotto la proprietà privata) è in corso una “rivoluzione demografica” e che il numero complessivo dei loro abitanti ha toccato quest’anno la cifra record di 140 mila.

I nuovi abitanti – parte dei quali sono residenti a pagamento, e non membri a tutti gli effetti – hanno detto di aver cercato oggi nel kibbutz “una migliore qualità di vita, in una atmosfera agricola”.

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