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Leshem: tenera è la notte a Teheran (da Il Corriere della sera)

4 aprile 2012

Ron Leshem, Underground bazar
Traduzione di Cinzia Bigliosi
Casa editrice: Cargo
Collana: Narratori di Cargo
384 pp.
ISBN:978-88-6005-050-2

Leshem: tenera è la notte a Teheran
Un giovane iraniano tra Internet, alcol, droga, libri proibiti e voglia di libertà.
Lo scrittore israeliano racconta l’estremo con un lirismo che ricorda Fitzgerald.

Di Alessandro Piperno

Fu Roberto Saviano il primo a segnalarmi con entusiasmo Ron Leshem. Devi leggerlo, mi disse. È roba tua, insisteva. Mi bastò assaggiare qua e là Tredici soldati – il primo fortunato libro dell’allora per me sconosciuto Ron Leshem – per capire che più che mia era roba sua: roba di Saviano. Un romanzo-inchiesta sulla convivenza di un gruppo di giovani soldati a Beaufort, avamposto bellico ai confini con il Libano. Una ricostruzione emozionata e terribile della claustrofobica vita in trincea di un drappello di militari israeliani massicci e iper-addestrati. Un’esistenza assurda, spaventosa, scandita dal tempo diluito della guerra e dal terrore di essere accoppati, riscaldata dal sacro fuoco dell’amicizia virile e della nostalgia di casa. Quel cocktail di disincanto e romanticismo era davvero emozionante. L’afflato savianesco non stava solo nel modo spregiudicato di mescolare i dati reali a quelli fittizi con effetti che non stento a definire epici. Il savianismo si esprimeva soprattutto nell’ambivalenza del punto di vista.
È indubbio, infatti, che Tredici soldati sia un libro deliberatamente antimilitarista, scritto da un ragazzo di Tel Aviv di chiara ascendenza liberal, la cui esperienza militare, per altro, fu, a suo tempo, decisamente meno avventurosa di quella vissuta dai suoi eroi. Eppure… Eppure, l’interesse di Leshem per i suoi personaggi – la vita che conducono, i rischi che corrono, l’ideologia spartana che li ispira – è così morbosamente empatico che il punto di vista antibellico svanisce, lasciando il campo al sentimento di sospensione che distingue la letteratura seria.
E ora eccomi qui, dopo qualche anno di attesa, alle prese con la seconda prova di Leshem. Frattanto la sua spavalderia, l’amore del rischio si sono fatti ancor più insostenibili. Niente più Israele. Addio trincee puzzolenti Ora tocca all’Iran. Ovvero il Paese in cui, con un po’ di fatica, chiunque può entrare, tranne un israeliano. No, gli israeliani non li vogliamo. Gli israeliani qui non esistono.
Converrete con me che lo shock semantico prodotto dal fatto che un israeliano abbia cercato di immedesimarsi in un personaggio iraniano è già di per sé un ottimo motivo per leggere Underground bazar. Quello che non potete sapere è quanto la vostra fiducia verrà ripagata.
Nella postfazione Leshem racconta come Underground bazar sia nato da due anni di clandestini contatti telematici (social network) con alcuni ragazzi iraniani. Niente di strano: Leshem, per divertirsi, ha bisogno di materiale esplosivo. Non saprebbe che farsene di un adulterio a Parigi, o dell’ennesimo omicidio a Oslo o a Stoccolma. Ora, è impossibile per noi stabilire se i contatti in Iran da lui rivendicati nella postfazione esistano davvero, o se siano anch’essi un’invenzione romanzesca. È evidente che tale ambiguità non è meno avvincente di tutto il resto.
Vi risparmio volentieri la trama. Quello che posso dirvi è che si tratta dell’educazione sentimentale di Kami, un ragazzo di campagna giunto in città (la Teheran dei nostri giorni) per studiare: la sua iniziazione e la sua scoperta del mondo avvengono attraverso Internet. Il fulcro del romanzo è tutto nell’ipocrita distanza che corre tra le istituzioni vetero-khomeiniste ansiose di proibire qualsiasi cosa, e la prassi del dissoluto mondo giovanile in cui Kami si ritrova invischiato. Non c’è esperienza proibita ed estrema che si risparmi: dal lusso alla droga al sesso, senza soluzione di continuità.
Come tutti i libri intimamente riusciti Underground bazar è pieno di magagne: forzature, inverosimiglianze, didascalie (ci sono momenti in cui la sentenziosa indignazione dell’Autore nei confronti del regime iraniano prende decisamente il sopravvento sulle più modeste perplessità del Narratore). Ma, mi verrebbe da dire, lasciamo Il culto dell’armonia e della verosimiglianza agli scrittori senza talento! E concentriamo la nostra attenzione su ciò che più conta: l’aria che si respira nel romanzo. Leshem non è cambiato, in qualche misura è maturato. La cosa che gli viene meglio è raccontare l’estremo con lirismo adolescenziale. C’è in lui una specie di romanticismo fitzgeraldiano. Un tono di voce che avremmo difficoltà a perdonare a chiunque. Ma non a uno scrittore israeliano. E tanto meno a uno scrittore israeliano che ambienta un libro in Iran.
E qui siamo al punto. A un certo punto Kami, il Narratore, rievocando l’estenuante guerra contro l’Iraq, scrive: «Una guerra divampata e conclusasi con i due Paesi accampati quasi sugli stessi confini e sulle stesse posizioni. Niente è cambiato. Teheran viveva sotto una tempesta incessante di missili, e le sirene, i funerali, le notti interminabili, le strade ce lo ricordano ancora oggi, ovunque le targhe che commemorano il lutto e la gloria degli eroi si mescolano alle insegne pubblicitarie della Sony e della Samsung».
È difficile, leggendo, non pensare ad Israele. No, non voglio enfatizzare le curiose corrispondenze che legano la società israeliana a quella iraniana. Naturalmente mi guardo bene dal confondere uno stato totalitario (come altro definirlo?), controllato da un’oligarchia religiosa oscurantista e violenta con una democrazia moderna in cui vigono i diritti civili e dove a tutti è concesso di esprimersi liberamente e sinceramente e, nel caso, di svignarsela.
L’analogia di cui parlo è anzitutto emotiva. Il senso di belligerante immobilità, il fremito alla schiena che dà il pericolo scampato e il pericolo in agguato, per non dire del rancore del lutto che trova un contraltare nel pantagruelico appetito di vita. E soprattutto la lacerante contraddizione di un Paese in cui l’integralismo convive con la più secolarizzata e diffusa depravazione.
Questo mi pare un punto determinante. Negli ultimi anni mi è accaduto più di una volta (soprattutto per ragioni professionali) di ritrovarmi alla stessa tavola con uno scrittore israeliano. Ebbene, non ne ho trovato uno solo che non si lamentasse (a diritto) della situazione politica e sociale in cui versa Israele. Allo stesso tempo però non ne ho trovato uno che – da me interrogato sull’opportunità di andare a vivere altrove – non mi abbia guardato come se fossi impazzito. Altrove? Di quale altrove andavo farneticando? Non esiste altrove. Esiste solo Israele.
Ecco, mi chiedo se non sia questa specie di patriottismo implicito e disperato, unito a un’incombente sensazione di disfacimento, a donare al libro iraniano di Leshem un tono così euforizzante. Perché stupirsi? Niente della letteratura specula sulle umane disgrazie.

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