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David Grossman e L’Aquila, un dolore e una forza comuni (da Vanity blog)

30 marzo 2012


di Tiziana Pasetti
“Le rovine di questa città, le sue strade deserte, mi hanno molto commosso”. Con queste parole è iniziato l’incontro all’Aquila con il grande scrittore israeliano David Grossman, organizzato da Minimondi e L’Aquila Fenice e moderato dal direttore di Radio3 Marino Sinibaldi, mentre si avvicina il triste anniversario del sisma.
Camicia azzurra e sorriso timido, Grossman è esattamente Grossman, anche fuori dai suoi libri, anche dal vivo. I modi misurati, la voce senza melodrammi spiazzano. Ma chi lo ha letto sa che non è uomo dalla retorica sciatta e scontata.
Dice “avete un dolore che conosco”. Dice “mi si è spezzato il cuore, mentre camminavo per le strade deserte di questa vostra città. Ogni colore, il colore della vita che le ha percorse, è andato via. Resta una fotografia in bianco e nero”.
“Io vi guardo in faccia” continua l’autore che ha creato Yair e Myriam, il suo amore – forse – il suo coltello – di certo.
“Io vi guardo in faccia” dice il papà che in una guerra ha perso un figlio di venti anni appena, Uri “e ricordo il mio dolore. Con voi posso condividere il dramma che ha colpito la mia famiglia sei anni fa. Perché in voi vedo il mio stesso dolore, il mio personale e quello della mia terra, Israele. Voi e noi conosciamo cose che altri non conoscono e non possono capire. La fragilità della vita, che può finire in un attimo. La vera consolazione può venirci solo da chi ha vissuto le stesse cose. Tutti noi dipendiamo dagli altri per poterci risollevare dalle nostre ceneri. La rabbia, anche l’odio, sono la prima reazione, che però paralizza, fa sentire vittime.
“Il modo giusto per tornare alla vita è agire, non cedere alla passività.”
David Grossman, uomo di pace, ha un’arma. Per dialogare e per non morire. “La letteratura è una forma di dialogo, tanto più utile in luoghi dove questo non c’è, ad esempio tra israeliani e palestinesi. Non si conoscono, in realtà. L’unica cosa che vedono, quando guardano all’altro, è il riflesso della loro paura. La letteratura è utile perché cerca di guardare con gli occhi degli altri, del nemico. Ancora, i libri ci salvano. Io sono stato soldato nella prima guerra del Libano, nel 1982. Ogni sera mi sedevo per dieci minuti in veranda e leggevo un libro che ho sempre amato molto, La promessa dell’alba di Romain Gary. Mi dicevo, leggilo e non ti accadrà nulla, questo libro ti proteggerà.”
“Il potere della letteratura è il contrario del potere della guerra. La guerra ci cancella. I libri restituiscono identità e umanità.”
David Grossman chiude ricordando anche la sua veste di papà narratore e scrittore di storie per bambini: “Ho cominciato a scrivere quando è nato il mio primo figlio. E leggevo per lui già dalle prime settimane di vita. Mia moglie, psicoterapeuta, mi invitava ad abituare i nostri figli all’ascolto di quella speciale melodia. Quando la mamma e il papà leggono favole al bimbo non esercitano più alcuna autorità, restano soli di fornte ai figli e con loro si incontrano in un luogo della scoperta e della comprensione, dove si è tutti bambini”.

L’originale dell’articolo è disponibile qui:
http://blog.vanityfair.it/2012/03/david-grossman-e-l%E2%80%99aquila-un-dolore-e-una-forza-comuni/

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2 commenti leave one →
  1. Tiziana Pasetti permalink
    30 marzo 2012 14:23

    Grazie per aver ripreso il mio articolo, Giusi. Sono onorata. Tiziana Pasetti

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