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Poesia. Nera Corona di Paul Celan. Traduzione di Dario Borso. Postfazione di A.Zanzotto.

12 gennaio 2012

Paul Celan
Poesie sparse pubblicate in vita
Casa Editrice: Nottetempo, 2011
Collana: gransassi
Traduttore: Dario Borso
Pagine: 160
ISBN: 978-88-7452-330-6

Celan rappresenta la realizzazione di ciò che non sembrava possibile: non solo scrivere poesia dopo Auschwitz ma scrivere ‘dentro’ queste ceneri, arrivare a un’altra poesia piegando questo annichilimento
assoluto, e pur rimanendo in certo modo nell’annichilimento. Celan attraversa questi spazi sprofondati con una forza e una dolcezza e un’asprezza senza paragoni
”.
Andrea Zanzotto

I componimenti poetici di Paul Celan contenuti nel presente testo edito da Nottetempo sono stati per la prima volta tradotti dal tedesco da Dario Borso, e da lui presentati in rigoroso ordine cronologico, con l’ausilio anche del testo a fronte.
La pubblicazione è altresì completata da un saggio critico di Andrea Zanzotto che trovate qui pubblicato.

***

SCHWARZE KRONE

Mit dem Blut aus den verworrnen
Wunden tränkst du deine Dornen;
daß die kauernde verkrallte
Angst in allem Dunkel walte.

Meine irren Hände falte.

Alle Frohen, alle Frommen
sah ich singend zu dir kommen.
Du erschlugst sie mit dem Beile.
O das Gift von deinem Pfeile.

Meine trüben Augen heile.

In die Winde, in die scharfen,
reißt du alle sanften Harfen.
Trittst den süßen Tau der Tage…
Wessen Schritt – der Klang der Klage?

Mein verwehtes Tasten trage.

Mit den Schweigsamen, den vielen,
läßt du fremde Stürme spielen.
In die Stille, in die Weite,
wirfst du deine Flammenscheite.

Meinen leisen Schlaf bereite.

NERA CORONA

Col sangue di sconvolte
ferite abbeveri le tue spine,
che l’ansia unghiuta covi
regina in pieno buio.

Congiungi le mie mani folli.

Tutti i pii, tutti i beati
vidi venire cantando a te.
Li uccidesti con l’ascia.
Oh, il veleno del tuo dardo.

Guarisci i miei occhi spenti.

Nei venti, nei pungenti,
strappi tutte le arpe soavi.
Calchi la dolce guazza dei giorni…
Passo di chi? – suono del lutto?

Reggi il mio perso brancolare.

Coi taciturni, i molti,
sfreni ostili bufere.
Nel silenzio, immenso,
getti i tuoi ceppi ardenti.

Prepara il mio sonno leggero.

(Paul Celan, 1942)

(Traduzione di Dario Borso)

***
Il seguente saggio critico di Andrea Zanzotto, originariamente pubblicato su Il Corriere della Sera nel 1990, costituisce la postfazione di Paul Celan. Poesie sparse pubblicate in vita, a cura di Dario Borso, Nottetempo Edizioni, Roma 2011.

Per chiunque, e particolarmente per chi scriva versi, l’avvicinamento alla poesia di Celan, anche in traduzione ed in forma parziale e frammentaria, è sconvolgente. Egli rappresenta la realizzazione di ciò che non sembrava possibile: non solo scrivere poesia dopo Auschwitz ma scrivere «dentro» queste ceneri, arrivare ad un’altra poesia piegando questo annichilimento assoluto, e pur rimanendo in certo modo nell’annichilimento. Celan attraversa questi spazi sprofondati con una forza e una dolcezza ed un’asprezza che non si esiterebbe a dire senza paragoni: ma nel procedere attraverso gli ingombri dell’impossibile egli genera una messe abbagliante di invenzioni, che hanno contato decisivamente nella poesia del Secondo Novecento, non solo europeo, e che pur sono esclusive, escludenti, sideralmente inavvicinabili e non passibili d’imitazione. Ne resta messa in crisi qualunque ermeneutica, che esse pur impetuosamente aspettano, prescrivono.
Celan del resto aveva da sempre avuto la consapevolezza che quanto più il suo linguaggio avanzava, tanto più era destinato a non significare; l’uomo per lui aveva già cessato di esistere. Anche se non mancano nei suoi scritti i continui sussulti di nostalgia per un’altra storia, questa gli appare come lo svolgimento di una feroce e insaziabile negazione: il linguaggio sa di non potersi sostituire alla deriva della destrutturazione per trasformarla in altro, per cambiarle segno: ma nello stesso tempo il linguaggio deve «rovesciare» la storia e qualcosa di più della storia, deve, pur soggiacendo a questo mondo, «trascenderlo» almeno indicandone gli orridi deficit.
Se la poesia è pur sempre costruzione, composizione, anche in questo momento terminale, in cui tutto la nega mentre ne è attraversato, la storia ormai non può comunque essere sopportata né espressa, né direttamente né indirettamente, nella sua fuga multidirezionale dal senso. Celan si esprime dunque in un sistema di forme o terremoto di forme, consapevole di portarsi verso la mutezza (come egli stesso ebbe ad affermare). Questa mutezza è qualcosa di diverso dal silenzio, il quale può essere anche una forma di raggiungimento, essa vela ed insieme evidenzia una specie di «braccio di ferro» in cui una forza deteriore lentissimamente ma inesorabilmente prevale. O dovrebbe prevalere: ma ecco, crollare nella mutezza e lungo questo stesso discorso trovarsi necessitati ad una specie di suprema ebrietà di scoperte, questo è il paradosso in cui Celan si manifesta.
Egli si inoltra negli spazi di un dire che si fa sempre più rarefatto e nello stesso tempo quasi mostruosamente denso, come in una «singolarità» della fisica. Egli aggruma e smembra le parole, crea numerosi e impennati neologismi, sovverte la sintassi pur non distruggendone una possibile giustificazione fondante, usa fino alle estreme latenze il proprio sistema linguistico, il tedesco: ma nello stesso tempo si avvede che questi suoi meravigliosi disegni, queste incredibili «fughe» e «strette» lungo scale (musicali e non), queste geologie e doppi fondi improvvisamente tranciati, partono verso un qualche cosa che non è né un imperscrutabile aldilà della lingua né il ritorno a una casa natale. In ogni movenza del discorso di Celan si insinua tuttavia qualche cosa di definitivo, di lapidario, ma come di lapide che sia metafora tanto di una eternità mancata quanto di una morte che resta pur sempre «inquieta», inulta. Non ci sono più né nascite né ritorni veramente salvifici, né c’è «Heimat» per quanto anelata, soprattutto nel senso di forti riferimenti culturali, sia lungo una linea della tradizione tedesca che va da Hölderlin a Trakl, sia per un profondissimo elemento ebraico progressivamente assunto e patito in tutto il suo straordinario e atroce destino. Quello di Celan si può dire allora in ogni suo momento un dramma-azione coattamente sacro (soprattutto nel senso di sacer latino) in cui la maledizione permea la benedizione di ogni inventum poetico e umano.
E la stessa sua negazione della sacralità che in un clima di azzeramento resterebbe comunque sottintesa, è per lui stata pur sempre qualche cosa di sacro e intimatorio, di minaccioso e rapinoso, di accecato-ipnotizzante; ed è stata la piena forma di assunzione di un destino nello stesso momento in cui sembrava cessare qualunque significato anche per questo stesso termine. Restava sulla pagina la traccia di una immane fatica e di un eccelso dono creativo e amoroso in ossessiva autofrustrazione, che era tuttavia fecondissimo e anche periodizzabile in una serie di svolte, nelle sue screziate raggiere di surrealtà/irrealtà/sub-realtà, violenza patita e sedimentata sulla pagina nella stigmata dei suoi terribili rebus, quasi detriti dell’innominabile massacro.

Esistevano altre possibilità, altri atteggiamenti di fronte a problemi e situazioni analoghe, anche se non di tale necessario oltranzismo, che i numerosi e motivati sperimentalismi del nostro tempo hanno tentato. La loro premessa era considerare dati come quelli dell’esperienza celaniana quasi inclusi in una specie di sfera da investire dal di fuori, da smontare e profanizzare (profanare) incrinandola nel confronto con una serie di atteggiamenti psichici e soprattutto di codici che le fossero profondamente alieni, desunti da ogni campo del sapere (o dissapere) attuale. Si trattava in ogni caso di smontare, di aggredire dall’esterno questo «modo di mondo», per cogliere anche le più improbabili possibilità di instaurare un diverso rapporto fra storia e parola-poesia. Per Celan è stato questo un problema che si è ripresentato di continuo, che egli pienamente percepiva ma sul quale non poteva non sentirsi oscuramente impedito, nonostante le sue sterminate conoscenze, specie linguistiche, e la sua capacità di ardente simbiosi con altri mondi poetici e di esperienza (basterebbe ricordare il suo fervido, connivente rapporto con il fantasma di Mandel’štam). Ma sebbene tutto il suo lavoro si fosse svolto a stretto contatto con le più varie forme di sperimentalismo, anche col più profanizzante, favorito dal suo aver voluto Parigi come città di elezione per la sua vita quotidiana, egli aveva dimora esclusiva in una sua fedeltà incatenata ad una Parola che, per di più, si configurava per lui nella materna/assassina lingua tedesca.
Il suo occhio e i suoi prensili sensi, le sue pagine a scatti o a gradini dove la poesia «non si impone ma si espone» (è una sua frase), i suoi coltelli di pietra da sacrificio messicano, i suoi abbandoni-attacchi nei confronti della lingua, le sue manovre anche più eccessive e disturbanti, sono sempre condannate a gravitare su un’identità «eccelsa», di eccelso come vuoto ed eccelso perché nulla. Egli restava pur sempre nel cono d’ombra di un verticalismo, come «al cospetto di», a differenza di quanto poteva essere avvenuto ad altri; ma, qualunque collocazione si voglia dargli, certamente nessuno lo ha eguagliato in ricchezza nel nostro tempo della poesia. È quasi impossibile seguire Celan nelle migliaia di stazioni del suo calvario che sbocciava in infinite seduzioni, in intere selve di bagliori e morsi di agglomerazioni glaciali, di oggettualizzazioni deturpanti, di vegetalizzazioni ambigue, di storia imbavagliante e insieme esplosa in pronunce «parallele», in devastanti xenoglossie. Ma un’ostinata forza raggrumava ogni fuoriuscita intorno al non-nucleo verticalistico, perché, in fondo, quella che non viene mai meno in Celan è la violenza di un amore, assoluto proprio perché sempre più «senza oggetto». Celan non poteva uscire da questo atteggiamento potentemente, paurosamente monocorde, per entrare in quelli che dovettero apparirgli come doppi giochi, non poté superarsi (se pur ne fosse valsa la pena) in quella pulsione ad una forma di sublimità, per quanto più volte sconfessata, quale si ritrovava nelle «sue» tradizioni sovraccennate, della linea «hölderliniana» e di quella ebraica, specie chassidica, fino ad «appiattirsi» nella realtà, pur se «la» realtà egli fin dall’inizio si era imposto di voler perseguire ed aveva fatta propria fino ad arrivare all’ultimo sacrificio di sé.
Non resta che ascoltare per Celan le parole di Nelly Sachs: «Celan benedetto da Bach e da Hölderlin, benedetto dai Chassidim», traendone ragioni per una vera e propria devota gratitudine.

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14 commenti leave one →
  1. 12 gennaio 2012 07:49

    Che meraviglia!

  2. dario borso permalink
    13 gennaio 2012 19:34

    il critico del corriere (ex di famiglia cristiana) ha obiettato che non ho tenuto la rima.

    • 13 gennaio 2012 19:36

      No, dico, anche tu che non tieni la rima!:))
      La prossima TUTTA in rima, per favore: sole, cuore, amore. E anche ‘tutti i luoghi tutti i laghi’ se ci sta!;)

  3. 13 gennaio 2012 20:31

    C’è un bel libro edito da Giuntina in cui si analizza proprio la vicenda tra Celan e Adorno sulla possibilità di riuscire ancora a scrivere poesie dopo Auschwitz. Ero in biblioteca qualche tempo fa e mi lessi le poesie di Celan. Sono sconvolgenti e bellissime. All’epoca rimasi fulminata da Latte nero, anche questa e’ altrettanto intensa. Questo e’ un libro da leggere… Non avrò abbastanza vita per leggere tutto!
    Aggiungo anche che la lingua di Celan si configura come opposta alla lingua del regime, schematizzata in parole chiave, in parole nuove dal senso profondamente modificato. Il tedesco di Celan e’ misterioso proprio perché riscopre un significante da un significato ormai morto.
    Penso che tradurlo sia opera immensa e di immensa fatica, complimenti dunque al traduttore!

  4. agnese gatto permalink
    13 gennaio 2012 21:01

    splendido lavoro! complimenti e congratulazio vivissimi!

  5. 14 gennaio 2012 00:09

    La rima la rima! Nella poesia di Celan….glissons.
    Leggere la postfazione di Andrea Zanzotto, mi fa una particolare impressione: di udirlo ancora, con commozione forte, leggere la poesia che ama, di risentire tramite la sua voce. la sua resa d’amore!parlare del rischio di caduta della linea, dalla afasia sfiorata agli oltranzismi e alla solitudine dura, del dono della parola di poesia, esposta e molto altro…
    DA RILEGGERE TUTTA!
    fortunata la combinazione fra Borso e Andrea Zanzotto, beneaugurante!
    Maria Pia Quintavalla

  6. 14 gennaio 2012 01:02

    GRAZIE per la segnalazione dell’esistenza di questo libro tanto importante !
    Non oso pensare a una traduzione in rima….Brrr
    lucetta frisa

  7. 16 gennaio 2012 00:22

    Caro Dario, ti lascio questo breve messaggio. Leggerò con calma (e non al volo), il libro che hai tradotto.

    Ti ringrazio con tutto il cuore, a presto
    Nina*

  8. 16 gennaio 2012 21:50

    vi ringrazio tutti. personalmente, sono contentissimo di aver raggiunto il mio obiettivo: far pubblicare a nottetempo il librino entro l’estate 2011 (clausola del contratto). era importante che andrea lo vedesse, e infatti l’ha visto (ora che ci penso, potrei passare a giusi la trascrizione che feci a suo tempo di un programma rai 1976, in cui andrea parlava di celan – e magari aggiungerci un’altra poesia di celan tradotta da me, ma tarda). unico neo: i curatori tedeschi delle poesie sparse non esistono.

  9. 27 ottobre 2012 23:14

    Can I simply say what a comfort to uncover somebody that truly
    knows what they’re talking about over the internet. You definitely realize how to bring an issue to light and make it important. More and more people should look at this and understand this side of the story. I was surprised that you’re not more popular since you surely have the gift.

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