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Tel Aviv, il genio ora abita qui. (E.Loewenthal, La Stampa)

7 gennaio 2012


A un solo secolo dalla sua fondazione è stata eletta fra le dieci città più creative del pianeta

di Elena Loewenthal

Chissà che cosa direbbe di questo risultato il manipolo di uomini, donne e bambini che in una calda mattina di aprile del 1909 si ritrovò sulle dune a fondare Tel Aviv, sorteggiandosi i lotti di terreno appena acquistati: sabbia a perdita d’occhio verso nord, l’affollata Giaffa con i suoi dedali di vicoli a sud, il mare di fronte a sé. I 60 fondatori di Tel Aviv avevano piena coscienza del momento storico, immortalato da un’eloquente fotografia: non stavano solo posando le fondamenta di un ameno quartiere residenziale, bensì dando vita dopo duemila anni alla prima, vera città ebraica, lasciandosi alle spalle un passato diasporico ingombrante e doloroso.

A poco più di cent’anni, Tel Aviv è entrata nella classifica delle dieci città più creative del mondo stilata dal quotidiano canadese «The Globe and Mail», in compagnia di colossi quali Londra, Shanghai, Sydney. Ma non è tutto, perché la vocazione della metropoli israeliana pare proprio essere quella di collezionare medaglie, ultimamente: l’anno scorso, nientemeno che il National Geographic l’aveva inclusa fra le dieci «top beach cities» del globo. Perché si può dire bene o male di questa città, ma certo i suoi orizzonti sono sempre più vasti, suggeriti dal mare dove il sole tramonta ogni sera senza fretta e dall’umanità che la abita e la visita.

Nata per guardare verso il futuro lasciandosi alle spalle il fardello del passato diasporico, Tel Aviv è diventata negli ultimi anni meta turistica in un Paese dove per un verso le vicissitudini politiche e militari hanno sempre fatto da deterrente alla curiosità, per l’altro, l’unico turismo concepibile pareva quello religioso. Ora, invece, frotte di giovani arrivano da tutto il mondo perché sanno che qui ci si diverte come in pochi altri posti, palati fini hanno pane per i loro denti, intenditori d’arte e design trovano spunti interessanti. Senza contare un clima gentile quando in Europa è inverno pesto. Tel Aviv è davvero la città che non dorme mai, come recita il suo slogan.

E non solo svagandosi, anche lavorando. Se Israele annovera circa 2500 start-up, società fondate da giovani e dalle loro idee innovative, è soprattutto a Tel Aviv che questo spirito prende corpo. Nei settori più disparati: dall’high-tech, ovviamente, dove le avventure strabilianti non sono così rare. Pensiamo a Viber, l’applicazione per telefoni intelligenti che consente di comunicare a costo zero e conta al momento milioni di download in tutto il mondo. O a Shai Agassi, che nel 2003, appena trentenne, ha ideato un modello urbano di infrastrutture per veicoli elettrici, in previsione di quel futuro non troppo remoto in cui il petrolio sarà esaurito.

Ma non c’è solo la tecnologia, a fare di Tel Aviv una città creativa in un modo contagioso: ci sono le arti, la moda, la cucina, l’architettura. Qui convivono in pacifica disarmonia pachidermici centri commerciali e piccole botteghe dove i giovani provano a inventare e «si mettono sul mercato». Magari con il loro bel diploma dell’accademia d’arte Bezalel di Gerusalemme o del Shenkar College of Fashion di Tel Aviv, che ha un suo atelier nei docks del vecchio porto, ora vetrina di ristoranti di tendenza, mostre fotografiche e persino di un pornoshop per una clientela rigorosamente al femminile. Cent’anni di vita, per una città, sono davvero pochi: in fondo Tel Aviv è una città bambina. Nata sull’effimera sabbia e in palese contrapposizione all’eternità di pietra e afflato divino di cui è fatta Gerusalemme, Tel Aviv è stata capacedi crearsi un’identità originale. Ha inseguito per un po’ l’etichetta di città «trasgressiva» tout court, ma se ne è ben presto sbarazzata perché, come tutti i luoghi comuni, in fondo non dice nulla. È una città aperta, piuttosto, in cui idee, esperienze e sensazioni comunicano liberamente. Sarà merito del mare, di una storia ancora tutta da costruire, delle anime che ci vivono e pensano, dei tanti visitatori che vengono qui, respirano quest’aria, e tornano.

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One Comment leave one →
  1. 7 gennaio 2012 17:55

    L’articolo di Elena Loewenthal, come del resto il suo libro sul tema uscito un paio di anni fa, ben interpreta lo spirito di questa città piena d’inventiva e di entusiasmo. Ogni volta che ci torno è una nuova scoperta.

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