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Nir Baram. Le brave persone (Il Messaggero, 23.11.2011)

28 novembre 2011

di Renato Minore
ROMA – Fino a che punto siamo padroni del nostro destino? Il nostro essere cittadini o vittime di regimi tirannici, come i regimi nazista e comunista, ci libera dalla responsabilità di scelta del bene sul male? È un regime tirannico l’unico responsabile delle scelte fatte da coloro che opprime? Sono domande grandi, essenziali vissute in prima persona dai due personaggi del romanzo di Nir Baram Brave persone (Ponte alle Grazie, traduzione di Elisa Carandina, 564 pagine, 22 euro). Mentre l’Europa assiste all’ascesa del nazismo e dello stalinismo, a Berlino la vita dell’ambizioso ricercatore di mercato Thomas Heiselberg è messa in discussione dalle ingerenze della nuova politica e anche la sua sfera di affetti è tragicamente turbata. Parallelamente a Leningrado la giovane Aleksandra Andreevna Weisberg, appartenente a una famiglia ebraica dell’intellighenzia russa, vede minacciata dal regime comunista la sua esistenza e quella dei suoi cari. Per tutta risposta i due protagonisti compiranno una scelta apparentemente plausibile, salvo poi rendersi conto delle sue drammatiche conseguenze solo quando ormai è troppo tardi.

Thomas e Aleksandra sono le «brave persone» che danno il titolo al romanzo che, molto più di un affresco storico, è una riflessione sull’uomo comune di fronte alla devastazione dei regimi. Da «brave persone», infatti, i due hanno aspirazioni e desideri innocenti e legittimi, ma non sanno, o forse non vogliono, leggere i segni tangibili della tragedia storica che si sta consumando intorno a loro. Nir Baram scrive un libro spiazzante e provocatorio, una dolorosa meditazione sulla banalità del Male che alberga in ciascuno di noi, «brave persone», rammentandoci quanto peso possano avere le scelte individuali.

Baram, figlio e nipote di due politici laburisti di spicco, è nato nel 1976 e vive a Tel Aviv, dove lavora in qualità di editor di saggistica e classici.
Brave persone è il suo quarto romanzo e gli è valso lo Eshkol Award, ma soprattutto l’accoglienza entusiasta dei mostri sacri della letteratura israeliana come Oz e Yehoshua e dell’editoria internazionale: oltre che in Italia dove è appena uscito, infatti, sarà pubblicato, tra gli altri, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania, Francia e Spagna. Lo abbiamo intervistato a Roma dove è venuto per presentare Brave persone.

E’ singolare che un giovane israeliano abbia scelto questa ottica particolare per raccontare una storia all’interno dei regimi di Hitler e di Stalin spostando l’attenzione dall’Olocausto ai meccanismi di consenso delle menti e delle emozioni che lo hanno reso possibile?

Baram: «Ciò che mi interessava capire era come e perché la gente comune ha collaborato con i regimi totalitari. Ripeto: la gente comune, non i cattivi, i perfidi, gli stupidi secondo un’ottica anche caricaturale che rende i cattivi ancora più cattivi e i buoni ancora più buoni. L’Olocausto è stato un evento decisivo alla luce del quale si possono capire fenomeni come il razzismo l’intolleranza che diventa male assoluto. Ma milioni di persone hanno creduto in un’ideologia o in un’altra, ognuno ha avuto le proprie personali ragioni. Mi interessava isolare quelle ragioni. Ma non volevo fare un confronto tra regimi».

Ma perché “brave persone”?
«E’ una definizione ironica. Attraverso il punto di vista dei due protagonisti ho cercato di capire il modo con cui interpretavano il mondo. L’importante è comprendere sulla base dell’ipotesi che non erano (ripeto) “cattivi”. Sono loro che si consideravano così, brave persone, alle prese con il minor male possibile, attraverso una serie di giustificazioni, scuse, sguardi rivolti altrove… Così pur essendo singolarmente brillanti e intelligenti, non vogliono vedere il vero significato delle proprie azioni e diventano responsabili della morte di migliaia di persone. L’ironia nasce dalla consapevolezza con cui hanno organizzato le loro coscienze, proteggendole e non capendo la vera natura delle loro azioni».

Thomas e Aleksandra rimangono come privi di protezione, di lavoro, senza tutela familiare. Thomas, per salvare il suo ego, usa il suo sapere come mezzo per dominare i gruppi etnici sottomessi ai nazisti. Sasha ha bisogno di una zattera di salvataggio per non affondare nelle profondità della depressione. Anche se non sono copie della realtà del collasso di quella vecchia Europa, entrambi diventano figure chiave per decifrare la vita sotto un regime totalitario. Le colpe e le responsabilità sono sempre individuali?

«In fondo sono due persone molto diverse, impegnate in situazioni diverse, entrambi volevano esplorare i loro talenti, capire dove la ricerca poteva portare quei talenti, valorizzandoli al massimo. Nel corso dell’azione Aleksandra lotta con il suo senso di colpa. Thomas al contrario non si sente colpevole, si muove cinicamente nell’organizzazione per trovare spazio al suo talento. La questione della responsabilità riguarda la loro condizione in quel particolare momento storico, ma riguarda anche ogni regime, specie quando attraversa un momento di crisi. Quali sono le nostre responsabilità singole, in primo luogo come esseri umani e poi come politici? Possiamo dire che siamo apolitici e non avere responsabilità, come fa Thomas? Come in altri regimi dobbiamo osservare che tantissime persone affiancavano il nazismo e lo stalinismo usando il meglio di sé e alla fine si sono trovate responsabili di migliaia di morti».

I suoi personaggi si rendono conto della grandezza del disastro troppo poco e troppo tardi. Restano con la limitata conoscenza degli esseri comuni che vivono la vita giorno per giorno. Non sono Mefistofele… Dopo aver venduto l’anima al diavolo, potrebbero ancora cambiare idea, potrebbero ancora scegliere?

«Oggi sappiamo che il 95 per cento delle persone hanno collaborato con quei regimi. E’ un fatto assodato, storico. Alcuni conoscevano bene la loro natura “maligna”. Thomas ad un certo punto dice che non è importante la conoscenza delle cose, ma il modo con cui questa conoscenza si organizza nella tua mente. Dopo che ha saputo che grazie ai suoi modelli teorici applicati dai nazisti sono stati uccisi gli intellettuali in Polonia, lui continua a mettere il suo talento al servizio del regime. Deliberatamente sceglieva di non sapere, come Albert Speer. Ecco: è essenziale il modo con cui si organizza la conoscenza nella propria testa. Non conosco nessuno che non abbia mentito a se stesso…».

Questo rende il problema rilevante anche ai nostri tempi. La storia è diversa, ma gli esseri umani non lo sono? Trasportano sul piano del conflitto israeliano-palestinese le “brave persone” possono essere spinte ad un nazionalismo estremo?
«Se un romanzo storico non dice nulla sull’attualità è un problema. Un buon romanzo storico si svolge su entrambi i terreni, la storia e l’attualità. Il rapporto tra negazione e collaborazione è sempre essenziale in qualsiasi regime. Ad un amico che aveva iniziato a collaborare ai programmi televisivi-spazzatura, ho chiesto: “Come fai a collaborare con la cultura raccogliticcia che ha distrutto la cultura in Israele?” Qual è la storia che ci si racconta a se stesso, questo è il problema. E’ lo stesso meccanismo (anche se in proporzioni tanto diverse) in atto per l’Olocausto: è il modo in cui si giustificano le proprie azioni, in cui si convince la propria coscienza».

Lei sfiora la Shoah, che crea un senso di identità e di identificazione e aiuta a vedersi come vittime Lei dice: siamo noi che scegliamo la nostra vita la nostra realtà, la nostra storia. Però, siccome la storia la facciamo noi, ognuno di noi, possiamo anche diventare “brave persone”, non siamo al riparo da nessuna tragedia storica.
«Tempo fa vedevo in tv la scena dolorosa e drammatica di soldati israeliani che portavano via giovani palestinesi dalla loro casa. La mia ex ragazza, che è di sinistra e contro l’occupazione, è sbottata, ha detto: “perché ci fanno vedere queste scene di venerdì sera?” Confrontandosi con la vita di tutti giorni,lei non voleva vedere quella sofferenza dei palestinesi in quel giorno specifico. In Israele, a causa dell’Olocausto, ci sentiamo le vittime finali del ventesimo secolo. Questo ci consente di negare tutte le sofferenze che i palestinesi hanno sulle proprie spalle da 43 anni».

La letteratura israeliana non può essere apolitica, il suo libro dimostra che l’apatia on esiste e nulla è apolitico?
«Ogni cosa è politica, ma non nel senso che siamo tutti coinvolti nella politica, ma nel senso che non si puo’ scrivere senza questa coscienza politica, non vale certo quello che diceva Speer il quale si considerava un professionista, un ente non politico…Credo che non esista nessuna letteratura al mondo che non sia politica, specie in una società in crisi. Ma non dobbiamo per questa ragione ridurre la letteratura israeliana in un pamphet politico, caratterizzato dal determinismo e dalla predicazione. In Europa, quando si parla di noi, si fa un mix, ma letteratura e giornalismo sono due regimi distinti. Per uno scrittore del mio paese è importante non ridursi soltanto a raccontare il conflitto, l’occupazione

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