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Sezione Royt Fodem-Fil Rouge. E naturalmente non dimenticare Chaim Grade, di Ettore Bianciardi

8 novembre 2011

Royt Fodem in yiddish significa filo rosso, e un fil rouge in grado di attraversare i luoghi e i tempi della diaspora è proprio quello che si cercherà di creare qui, in questa nuova sezione. Lo yiddish, inoltre, è sembrata quasi una una scelta naturale, perché questa è la lingua che ha marcato la fine di un mondo e la transizione irrevocabile ad un altro. ‘Royt fodem’, quindi, sarà un luogo in cui focalizzare il rapporto tra la memoria e l’identità; tra un passato definitivo e un futuro in costruzione.

di Ettore Bianciardi

«E naturalmente non dimenticare Chaim Grade», così concludeva una amica, esperta di letteratura ebraica, presentando la mia prima traduzione dall’yiddish, quella di Che fortuna essere orfano, di Shalom Aleichem. La frase era al termine di una serie di nomi di scrittori yiddish da me ben conosciuti, ma quel nome era completamente sconosciuto, ma mi sembrava si riferisse ad uno scrittore molto importante.
Mi misi subito alla ricerca di notizie sull’autore: c’era veramente poco, solo scarne notizie su Wikipedia: scarne, ma piene di interesse. Innanzitutto la notizia recente della morte della sua seconda moglie, che, dopo la morte dell’autore nel 1982, a 72 anni, aveva tenacemente impedito la traduzione delle sue opere inedite e perfino la loro consultazione.
Poi la sua vita, tragica almeno negli anni della gioventù. Nato a Vilnius in Lituania, ebbe un’educazione secolare e anche religiosa nella yeshiva di Novaradok, dove si insegnava la dottrina Musar. Uscito dalla yeshiva a 22 anni, divenne un brillante membro della corrente Giovane Vilna, ma per poco, perché la follia nazista gli uccise moglie e madre e lo costrinse alla fuga in Unione Sovietica. Tornò in Lituania solo per constatare il genocidio degli Ebrei e la totale scomparsa della loro cultura. Si sposò una seconda volta e dopo un breve peregrinare in Europa, varcò l’oceano per stabilirsi a New York, dove scrisse le sue opere maggiori e dove morì.
E poi ancora: ‟Benché molto meno famoso di Singer e Aleichem è da considerare tra i più grandi e profondi scrittori yiddish. Le sue opere oggi sono difficilmente rintracciabili in traduzione inglese”. Figuriamoci in italiano: non era stato tradotto neanche un capitolo della sua opera.
Ce n’era abbastanza da stimolarmi. Immediatamente compro tutte le traduzioni inglesi delle sue opere, ma non ne riesco a trovare una, quella di: Tsemakh Atlas, di yeshiva, opera in due volumi, fortemente autobiografica. Sento che è questa opera il testamento spirituale dell’autore ed insisto nella ricerca, sia dell’edizione originale in yiddish che di una traduzione inglese. Alla fine, dopo molti tentativi vani, riesco a venire in possesso, tramite una libreria antiquaria britannica della traduzione inglese, e tramite un avvocato bibliofilo del Connecticut, anche dell’originale yiddish. I miei sforzi sono premiati dal primo volume, che contiene una dedica autografa dell’autore.
Inizio la traduzione che mi impegnerà per sette mesi: controllo ogni parola dell’originale yiddish, scopro inesattezze ed approssimazioni nella versione inglese, cerco invece di riprodurre in italiano la stessa espressività dell’originale yiddish. La traduzione inglese trasforma, chissà perché, tutti i discorsi indiretti in diretti; semplifica e banalizza il testo. Ad esempio l’autore chiama lo stesso personaggio, la moglie del protagonista, a volte con il suo nome, Slave, altre volte con: la moglie del lerner, la signorina Stupel, la sorella di Volodie, la rebetsin, a seconda del contesto narrativo. In inglese è sempre tranquillamente Slave.
La mia fatica è premiata, pagina dopo pagina, dalla grandezza e dalla profondità del testo.
Si tratta della storia della vita di un lerner, Tsemakh Atlas, che è convinto, nella migliore tradizione dei seguaci della dottrina Musar, che non sia sufficiente, per essere un buon Ebreo, seguire alla lettera gli insegnamenti della Torah. Prima è necessario liberarsi delle pulsioni negative che abitano nell’animo umano, come il verme che è dentro una bella mela. Tsemakh però è fortemente soggetto alle passioni, si innamora di una donna bellissima e la sposa, smettendo di fare il lerner, salvo poi pentirsene, abbandonare la moglie e andare a fondare una nuova yeshiva. Ma le passioni lo inseguono e lo tormentano. In più, come se non bastasse, Tsemakh ha un tormento anche maggiore: per quanti sforzi faccia, per quanto si umili e si sottoponga a severe ore di meditazione e di isolamento, non riesce a credere all’esistenza del Creatore Unico.
Tsemakh è una grandiosa rappresentazione dell’animo umano ed intorno a lui si muove una miriade di personaggi, grandi e piccoli, tutti diversi da lui, che rappresentano tutte le possibili sfaccettature dell’umanità.
Fondamentale è la figura di un famoso rabbino, nel quale forse l’autore vuol rappresentare il suo maestro di Novaredok, che si oppone alla convinzione di Tsemakh ammonendolo che tutti gli uomini sono un misto di bene e di male: Yeder eyner iz a gants shtetl mit gute un shlechte yidn, mit a sak yetzer hores un yetzer toyv (Ogni uomo è un’intera shtetl, con Ebrei buoni e cattivi, con tante inclinazioni cattive e tante inclinazioni buone). Ed è pertanto sbagliato e perfino dannoso cercare di eliminare le pulsioni malvagie, si rischia di esaltarle. Ma Tsemakh non ne è convinto e continua, fino alla fine del primo volume a cercare la sua moralità.
Ecco: il libro è da una parte un romanzo, dall’altra un profondo saggio sulla morale, su come debba comportarsi l’uomo se vuole vivere in accordo con l’insegnamento divino. D’altronde è questo lo scopo di ogni religione: insegnare all’uomo come vivere. Anche se negli ultimi tempi ce ne stiamo dimenticando e cerchiamo di ridurre la morale ad una pura scelta personale.
È una corsa contro il tempo: riesco a far stampare il primo volume per poterlo presentare per la Giornata Europea della Cultura Ebraica, nella meravigliosa sinagoga di Pitigliano, delizioso paese tra Toscana, Umbria e Lazio, definito la Piccola Gerusalemme, per la forte presenza ebraica, oggi, ahimè, terribilmente diminuita.
Il primo volume: Ogni uomo è un villaggio è pronto e disponibile per chi lo voglia leggere.
Il secondo volume è lì sul mio tavolo che mi aspetta: lo guardo con una certa apprensione, ma con la certezza che mi regalerà ancora forti emozioni.

Qui di seguito i link ai seguenti libri tradotti da Ettore Bianciardi:

Scholem Aleichem, Che fortuna essere orfano
http://stradebianche.stampalternativa.org/libri/chefortunaessereorfano.html

Chaim Grade Ogni uomo è un villaggio:
http://stradebianche.stampalternativa.org/libri/ogniuomoeunvillaggio.html

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