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Film. The exchange di Eran Korilin.

23 settembre 2011

Un giorno un uomo entra a casa sua come fosse la prima volta e, d’un tratto, la sua vita gli è estranea, come non l’avesse mai vissuta. Si ritrova ad osservarla da fuori. Un intreccio straniante, come molto cinema israeliano che, al pari di quello prodotto in Paesi feriti o dove pesa una censura imposta o autoinflitta, adopera espedienti narrativi ed artifici registici spesso per raccontare vicende allegoriche.

In forza dell’impulso dato alla produzione cinematografica nazionale grazie a recenti leggi sul cinema, Israele è in pieno fermento creativo. Lo ha dimostrato spesso, anche alla Mostra di Venezia, dove Lebanon di Samuel Maoz ottenne – strameritatamente – il Leone d’Oro nell’edizione del 2009.

Film come Jaffa, sempre del 2009, di Keren Yedada, oppure To Take a Wife di Ronit e Shlomi Elkabetz – premiato alla Settimana della Critica nel 2004 -, o Beaufort di Joseph Cedar del 2007, premiato a Cannes hanno segnato il passo alla nuova cinematografia prodotta nella terra più contraddittoria e ferita del nostro Pianeta.

Il giardino dei limoni (2008) di Eran Riklis e lo splendido Valzer con Bashir (2008) di Ari Folman – candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero – ne sono gli esempi più celebri.

“Questo film è figlio di una riflessione, seguita al successo del mio precedente La banda: ho viaggiato molto, soprattutto per frequentare luoghi come questo, fuori dai soliti contesti abituali. La sensazione più evidente è quella di un vuoto, strano e al tempo stesso piacevole: non si fa nulla di speciale, in realtà, e questo ti permette di guardare molto. Si apre un mondo nuovo, e proprio questa è la sensazione che ho voluto continuare ad esplorare nel film”. Così l’israeliano Eran Kolirin presenta The Exchange, in Concorso al Lido, incentrato su un uomo, Oded (Rotem Keinan), che incomincia a (ri)osservare il mondo intorno a lui dopo aver fatto rientro a casa in un orario insolito, a mezzogiorno, un momento della giornata in cui la luce è differente, i piccoli particolari riemergono…
“Dopo La banda ho capito che dovevo misurarmi con il cinema in un altro modo, che era giusto porre un punto di domanda lungo il percorso”, spiega Kolirin, che aggiunge: “Sarebbe stato troppo facile realizzare un film simile a quello, ma allo stesso tempo ingiusto nei confronti di chi, da quel momento, ha iniziato a nutrire fiducia nei miei confronti. Era doveroso per me porre dei dubbi, confrontarmi con un film che ne esaltasse il concetto, che ragionasse su quegli elementi di base che costituiscono le nostre certezze”. Un film sullo sguardo, che non può non far venire alla mente Blow Up di Michelangelo Antonioni: “Non nascondo sia stato un mio punto di riferimento costante – dice il regista – ma da noi in Israele ce lo sogniamo lo stile italiano. Israele è un luogo dove lo stile non esiste, è un luogo di sopravvivenza”.

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One Comment leave one →
  1. 25 settembre 2011 17:56

    Il cinema israeliano sta producendo davvero splendidi capolavori. Probabilmente quando un Paese è in una situazione critica, è anche maggiormente capace di produrre qualcosa di innovativo a livello creativo.

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