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Gertrud Kolmar, Leda e il sogno di Orfeo, di Claudia Ciardi

8 giugno 2011


Pubblichiamo il primo dei due contributi di Claudia Ciardi su Gertrud Kolmar. L’intenzione è quella di far conoscere una notevolissima poetessa ingiustamente poco conosciuta.

Buona lettura.
_______
Leda e il sogno di Orfeo

«È aperta la mia finestra nel buio
e con essa è aperta la mia anima.
Vedo la ghirlanda di stelle dei cherubini
e resto in attesa del cigno.

Erra il respiro della notte sopra il giaciglio e le sedie
e avanzando tocca le mie vesti tremolanti di brividi
e mi accarezza la mano con le sue dita gelate;
nudo e freddo è il mio piede.

Fra la luce del giorno, di cui ogni lucore era appena svanito,
fra il mattino e la sera non ho saputo discernere;
e me ne andai nelle mie stanze. Ma l’essenza di me rimase
ad invocare la notte, ad invocare te.

Ti chiamo. Muta io levo per te il mio lamento.
Di desiderio mi struggo. E non oso gridare.
Altrimenti s’affollerebbero in me curiosità, collera e stupore;
mentre essi adesso in me tutti stanno sopiti.

È là dove si trova lo stagno che crescono pallide rose?
È là dove l’abisso scintilla che scavando tu cerchi l’argento,
è là la gocciola miscelata alla luna che suggendo assapori,
è là che il vento mormora azzurro come i colombi?

Il tuo capo che nelle mie gioie su di sé porta roventi dolori,
pregno di superbia altrove si volge sfuggente e si china…
Oh, attimo in cui, ecco, il tuo volo, lucente di niveo candore,
contro il cielo nero si scaglia!

Oh, attimo in cui, ecco, ti abbassi con lieve fruscìo,
in cui la tua lanugine si protende a lambirmi i seni,
in cui attorno all’amore che tremante a te tutto si dona,
l’ala piena di purezza tu chiudi!

Oh vieni. Oh vieni. S’è dischiuso il mio calice
e gravido d’umiltà e di profumi si bagna,
e sboccia nella limpida aria d’inverno
mentre del cigno resta in attesa».

(Gertrud Kolmar, Leda, traduzione di Stefania Stefani)

Narra il mito che Leda, figlia di Testio, re dell’Etolia, era andata in sposa al re di Sparta Tindaro. Un giorno, mentre la regina era presso il fiume Eurota, in Laconia, le si avvicinò un cigno, dietro le cui sembianze si celava Zeus. Il cigno sedusse Leda, con la quale si unì, e da questa unione nacquero i Dioscuri, Elena e Clitemnestra.
Fra le versioni più antiche della storia c’è anche quella che rappresenta Leda come colei che trovò l’uovo «del colore del giacinto azzurro» che Nemesis, figlia di Zeus e della Notte, trasformatasi a sua volta in un’oca selvatica, aveva deposto dopo essersi unita a Zeus-cigno. Leda avrebbe nascosto l’uovo sotto la cenere ancora tiepida di un sacrificio, assistendo così alla nascita della sola Elena.
Mito altamente connotato in senso erotico, in cui il tema della seduzione occupa largamente la scena, porta con sé una serie di simboli dalle radici culturali molto profonde, lontane nello spazio e nel tempo. Sia il cigno che l’uovo rimandano infatti alle cosmogonie orfiche e ai culti dell’aldilà praticati fuori dal mondo greco, presso Paleoveneti ed Egizi. Si tratta dunque di un simbolismo ampiamente condiviso dalla cultura mediterranea e allargato all’Europa settentrionale. Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che proprio dal nord e dal centro Europa si siano diffusi nel sud del Mediterraneo, dove peraltro il cigno non è un animale diffuso, quei riti e repertori che hanno contribuito alla creazione del mito degli Iperborei, la favolosa popolazione dell’Eridano o della Scizia, dove pare che Apollo se ne andasse a profetizzare spostandosi su un carro trainato da cigni (Alceo, fr. 142 Page). In particolare presso i Veneti della prima età del ferro sono state rinvenute tracce di credenze legate a una sopravvivenza ultraterrena e indizi di un culto solare, di cui i cigni e altri uccelli acquatici, come le gru, sarebbero i ministri. Parziale rielaborazione di una religiosità greca, probabilmente contaminata dall’orfismo (si pensi in tale contesto all’uovo cosmico primigenio da cui nasce Phanes, il Dioniso primitivo), questo patrimonio cultuale venne collegato inizialmente ai leggendari racconti degli Iperborei. A darne conto, in una sintesi chiarissima e approfondita, è il dottor Luigi Malnati, studioso della tomba 13 di Lovara a Villa Bartolomea, consistente in un’urna cineraria di una bambina di cinque anni. Malnati, in una gentile lettera del 2009, in risposta alle mie curiosità circa questa sepoltura e la presenza di un uovo di cigno nel corredo funerario, mi fece notare come tale oggetto fosse «piuttosto frequente anche nei corredi emiliani preromani», e valesse la pena riportare a un orizzonte religioso e rituale simile «i segnacoli ad “uovo” di Marzabotto e le pietre venete iscritte con la stessa forma». Dunque, un contesto cultuale ampio per una sostanza mitica polivalente, come già si diceva prima.
Dal momento che nel mondo antico i cigni erano considerati animali che accompagnavano il defunto nel regno dei morti, le loro uova erano ritenute un oggetto di buon auspicio per la vita ultraterrena. Ancora Malnati sostiene che l’uovo di cigno, rinvenuto pressoché integro a Lovara (manca solo una frazione della parte superiore), si trova in posizione eminente rispetto al corredo. «È risultata evidente, infatti, la valenza essenzialmente simbolica di quest’offerta funeraria, che non può in alcun modo essere interpretata come offerta relativa ad un “pasto funebre».
Quindi, il rimando è al cigno come animale guida, che dà conforto al defunto nel viaggio per l’aldilà. Ma come da questo immaginario, legato alla dimensione della morte, si approda alla quidditas erotica e generatrice del travestimento di Zeus nella storia di Leda? Certamente, difficile ricostruire per quale o quali suggestioni, il modo in cui eros si manifesta in questo mito risente dell’orfismo (generazione dall’uovo) oltre a conservare una traccia evidente di un tipo di rappresentazione arcaica della divinità, associata alla natura animale. Ma l’ornitomorfismo è a sua volta, se vogliamo, un aspetto altrettanto profondo e variegato della zoomorfìa. Nel complesso rapporto con l’ornitolatria esprime un senso della religiosità e una concezione ultraterrena tutt’altro che univoca e scontata nei diversi contesti ove ne è registrata la presenza. Si pensi al fatto che normalmente le barche solari diffuse in Europa centrale erano dotate di protomi ornitomorfe. Nel Libro egizio degli Inferi l’equipaggio dell’imbarcazione risulta composto da una serie di figure escatologiche, dei e animali, simbolo delle qualità necessarie per compiere il viaggio infernale.
Infine, circa l’intreccio tra nascita originaria, eros e vita oltremondana, si consideri il passo in cui Pausania parla del santuario delle Leucippidi (3, 15, 8 – 16, 1): «A Sparta c’è una lesche detta Poikile, e presso di essa ci sono heroa…”
[…] “Non lontano dal teatro […] un po’ più in là, c’è un colle non grande e su di esso si trova un tempio antico con una statua di Afrodite armata. Fra i templi che io conosco, questo è l’unico al quale se ne sovrapponga un altro, come un piano superiore, ed è appunto il santuario di Morpho.
Morpho è un soprannome di Afrodite […]. Lì accanto, c’è un santuario di Ilaira e di Febe. L’autore dei Canti Ciprii le chiama figlie di Apollo. Le loro sacerdotesse sono ragazze vergini, chiamate anch’esse, come le dee, Leucippidi. […] Qui pende dal soffitto un uovo avvolto in fasce: dicono che sia il famoso uovo partorito, secondo la tradizione, da Leda».
Vediamo come nello stesso spazio di culto eros si accosti a Leda, e a tale proposito vale la pena ricordare che Afrodite nel mondo greco ha una epiclesi che la lega proprio al mondo dei morti (sulla Afrodite Epitymbia si veda la mia tesi Le Erinni sulla scena tragica). Non si dimentichi infine che il cigno è un messaggero degli dei. Nelle più antiche versioni in cui fa ingresso nel mito lo troviamo legato, lo si è detto, ad Apollo, e in particolare proprio su questo animale ricadrebbe la trasmissione delle capacità di vaticinare al dio. Questo tema è ripreso anche da Eschilo che sappiamo autore di un’opera teatrale intitolata Cycnos (cf. André Wartelle, HdtE p. 28, 33). E tuttavia Apollo non è il solo dio cui l’animale si accompagna. Lo ritroviamo anche in qualità di destriero dell’Afrodite Ourania, che viene rappresenta sul suo dorso.
Per riassumere ciò che si è fin qui detto, quando si evoca Leda, ma ciò vale comunque per ogni tradizione e “persona” mitica si voglia analizzare, bisogna avere in mente che ci confrontiamo con un densissimo universo di simboli, esteso a diverse culture e strati cronologici, oltre a riportarci a una tradizione artistica e letteraria altrettanto composita e di lunga durata.

Ma come tutto questo si trasforma per l’appunto nell’interpretazione letteraria moderna e contemporanea? Quale fascino del mito antico si esercita sull’immaginario artistico del ‘900 che ne recepisce tanto favorevolmente la materia, pur riadattata al contesto emotivo di una nuova epoca? La sintassi mitica giunge dal mondo antico a scardinare le false costruzioni del presente, mettendo a nudo la più che dannosa rimozione della riflessione operante nell’attualità.
“L’arte ha il compito di trasfigurare il reale per liberarlo da quella patina di pseudo-certezze che vorrebbero farcelo apparire sempre vecchio e scontato; solo a questo patto essa è in grado di svelarci l’essenza più profonda del reale”.
Così Isaak Babel’ si pronuncia a proposito dell’inventio artistica, e in particolare letteraria, nella quale vede un’operazione destinata a cogliere un maggior grado di verità di quella che è nel reale.
Per la poesia della Kolmar tuttavia bisogna andar oltre anche questa lezione di Babel’, essendo il suo verso più che imitazione, più che trasfigurazione.
Leda, dominata peraltro per un grado altissimo da sensuale ritualità erotica, è un esempio di che cosa il mito greco diventi nelle tessiture liriche della poetessa, interprete personalissima e solitaria dei simboli e dei caratteri antichi. Cosa andava vaticinando la sua Leda, quale frutto si accompagnava al suo cigno?
Carattere schivo in mezzo all’affollatissima quanto disorientate Berlino weimariana, Gertrud dona alla sua poesia una quiete rara, scegliendo l’isolamento del proprio giardino, in cui coltiva una sensibilità insolita e preziosa per la congestione dei tempi.
Quella stessa atmosfera in cui Walter Benjamin, suo cugino e tra l’altro attento e premuroso lettore dei suoi componimenti, non mancò di calarsi per rilevarne la sconfortante deriva culturale.
«Il più europeo di tutti i beni, quella più o meno piccata ironia con cui l’esistenza del singolo reclama sempre un corso dissimile dalla vita della collettività nella quale esso si ritrova sbalzato, i tedeschi l’hanno smarrito del tutto». Questa l’amara e preoccupata anamnesi di Benjamin all’indomani del viaggio, compiuto nel 1923, attraverso la Germania ferita dall’inflazione, un assunto che qualche anno dopo entra con intatto convincimento, anzi rafforzato, nella galleria di prose di Einbahnstrasse (Strada a senso unico). Qui l’intensità crescente della percezione dei pericoli annidati nell’idea dell’uomo e della vita come merce-oggetto fa mettere a fuoco ancor più seccamente la denuncia.
In questo continuo scivolamento dei piani della realtà, nella inarrestabile deformazione di cose e persone, le metamorfosi poetiche della Kolmar, senza scendere a patti con l’universo incostante delle avanguardie, rivendicano sommessamente uno spazio in cui i sensi possano esercitarsi pienamente e raccogliersi attorno a visioni carnali e autentiche.
L’eros cola dalle strofe di Leda come una linfa che risveglia il calice delicato della vita e in cui altra vita rinasce, arrivando così nuovamente a consacrarsi alla sua vera essenza di fertilità. Altro non sopravvive, altro appiglio non si trova se non nel manifestarsi dell’impulso erotico che abbatte il velame della notte e permette di risalire dal gelo abissale della solitudine; sempre cercando nelle terre incolte, selvagge e fantastiche del sé l’elemento perturbante, in grado di rovesciare e divagare fino alla chiarezza.
Cinta dal vento primordiale dell’attesa, la fertile notte orfica, rivelatrice di un mondo denso di istinti che incrociano sguardi umani e ferini, avvolge Leda che, affacciata alla finestra della propria anima, presente nella trepidante vaghezza del buio l’unione col suo amante. A sua volta, il cigno, creatura del demi-monde, affiora da un paesaggio sognante, messaggero di una lingua modulata su tocchi lievi e accenni sensuali, destinati alla seduzione del corpo.
Nel 1924, Yeats, altra somma voce della lirica contemporanea, dà alle stampe il celebre sonetto Leda and the swallow, ospitato inizialmente sulle pagine del Dial, poi entrato nella memorabile raccolta I cigni selvatici a Coole. Evidentemente affascinato dalla forza mitica e dal misticismo allegorico che questo animale sprigiona e di cui intuiva il potere altamente rappresentativo in poesia, si interroga sulla sua Leda, come se in lei cercasse la sintesi estrema dell’unione erotica, la massima espressione del connubio di sangue e sensi, capace di offrire la vera visione, ossia ciò che condivide le caratteristiche di shapeliness e stillness raggiungibili attraverso l’arte.

«E lei così catturata,
così dominata dal sangue brutale dell’aria,
ha assunto anche il sapere di lui insieme al potere
prima che il becco indifferente la lasciasse andare?»

Sviluppata su tonalità diverse, la Leda della Kolmar si muove per geografie notturne e maggiormente soffuse. Ciò che invece può considerarsi la nota di un comune fondale figurativo è lo spunto sinestetico, ossia il diffondere e sovrapporsi dei sensi sollecitato dalla presenza di eros.
Una è la tensione verso la conquista di un frutto intimo, di natura enigmatica e incerta come si evince dalla domanda che Yeats volge a se stesso, colto dalla Kolmar nel momento in cui il corpo, sciogliendosi e sconfinando nell’attesa dell’altro, recupera la verità.

Bibliografia

per il mondo antico:

L. Salzani, A. Drusini, L. Malnati (Villa Bartolomea), Orfeo in Veneto. La tomba 13 della necropoli di Lovara, QdAV, 16, 2000, pp. 138-148

C. Ciardi, Le Erinni sulla scena tragica: percorsi di un immaginario, relatore Prof. Enrico Medda, Università di Pisa, A.A. 2007-2008

A. Wartelle, Histoire du texte d’Eschyle dans l’antiquité, Les Belles Lettres, 1971

per le opere di letteratura contemporanea:

W. Benjamin, Strada a senso unico [titolo originale: Einbahnstrasse], a cura di Giulio Schiavoni, Einaudi, 2006

G. Kolmar, Metamorfosi e altre poesie, a cura di Stefania Stefani, Via del Vento edizioni, 2008

W. B. Yeats, I cigni selvatici a Coole, traduzione di A. Marianni, Bur, 1989

*si vedano anche i contributi su wikipedia curati da Claudia Ciardi:

http://it.wikipedia.org/wiki/Gertrud_Kolmar

http://it.wikipedia.org/wiki/Via_del_Vento_edizioni

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