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Intervista con Yirmi Pinkus/ Interview with Yirmi Pinkus. La parola al traduttore: Raffaella Scardi

26 aprile 2011

La biblioteca d’Israele inaugura con questa intervista a Yirmi Pinkus, autore de ‘Il folle cabaret del professor Fabrikant’, una serie di speciali in cui, oltre ad intervistare l’autore e/o a recensire il libro, verrà anche chiesto al traduttore di illustrare il proprio lavoro. Crediamo, infatti, che il contributo dei traduttori sia fondamentale anche se, purtroppo, non valorizzato dall’editoria quanto meriterebbe.
Buona lettura!:)

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Yirmi Pinkus
Il folle cabaret del professor Fabrikant,con 28 disegni dell’autore
prefazione di Moni Ovadia
traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi
Cargo Edizioni, 2010
ISBN 978-88-6005-037-3
pp. 366

La biblioteca d’Israele: Tu non sei solamente uno scrittore, ma anche un validissimo illustratore e questo, del resto, è reso evidente anche nel tuo libro ‘Il folle cabaret del professor Fabrikant’ in cui il testo e le immagini si compenetrano perfettamente. Come mai hai deciso di operare questa combinazione in un libro che aveva come destinatario un pubblico adulto? E inoltre, è venuta prima la storia, oppure hai effettuato degli schizzi da cui è poi venuta l’ispirazione per il libro?.

Yirmi Pinkus: Io all’inizio volevo realizzare una graphic novel, ma devo ammettere che la scrittura, come mezzo espressivo, mi è sempre parsa estremamente affascinante. Riguardo alle illustrazioni contenute nel libro, be’, se ci pensi, Charles Dickens lo ha fatto ben prima di me, nel XIX secolo, e a quel tempo era anche una prassi piuttosto comune, davvero non riesco proprio a capire come mai poi gli autori (o gli editori) abbiano smesso di farlo. Comunque, i disegni sono venuti dopo, e il problema maggiore non è stato cosa disegnare, ma piuttosto cosa evitare di disegnare. Ad esempio, pensa al personaggio di Mimi Landau: il modo in cui ho realizzato il suo volto…ho voluto lasciare al lettore uno spazio sufficiente per esercitare anche la propria immaginazione. E’ stato davvero difficile decidere quali parti dell’immagine esplicitare graficamente e quali no. Ad ogni modo, questo non è stato il primo libro che ho realizzato, prima ci sono stati sia fumetti che graphic novels, ma questo è stato senz’altro il mio primo romanzo, diciamo così, ‘convenzionale’.

La biblioteca d’Israele: Devo ammettere che il tema che hai scelto per il libro, ovvero il teatro Yiddish, è molto originale per un autore israeliano, infatti, come sai molto bene, gli autori israeliani sembrano privilegiare piuttosto la narrazione degli aspetti politici e sociali della vita in Israele. Dimmi, perché hai scelto il teatro yiddish? Che cosa ti ha affascinato di più e ti ha convinto a scriverne?

Yirmi Pinkus: Non saprei dirti esattamente perché ho scelto il teatro yiddish per questa storia, ma di sicuro parlo meglio l’yiddish adesso di quando ho iniziato a studiarlo anni fa, e quello che mi ha appassionato da sempre è la natura sovversiva di questa cultura rispetto a quella dominante; adoro lo spirito sovversivo che la pervade. Per quel che concerne la parte della tua domanda riguardante la politica israeliana, be’, la morte di Yitzhak Rabin è stata così scioccante che ha fatto scattare qualcosa dentro di dentro me, posso dire che ha addirittura mutato la mia definizione di essere ebreo in Israele: dalla sua morte ho iniziato a cercare dei referenti culturali come ebreo, ovviamente non a carattere religioso. Molti, infatti, pensano che gli ebrei siano tutti credenti, ma questo non è affatto vero. La gente in Israele è interessata alla cultura yiddish, ma essa ha in sé un nucleo che intimorisce le persone, e non per l’olocausto, come potresti pensare di primo acchito, ma piuttosto perché implica una messa in discussione della propria identità. In Israele abbiamo un problema identitario perché la nostra è una identità piuttosto fragile. Infatti, ti senti continuamente chiedere se sei di Tel Aviv, o di Gerusalemme, se sei di destra o di sinistra. La cultura yiddish, se approfondita, implica anche una discussione in merito all’identità, ed è davvero difficile, in Israele, essere ebrei senza essere anche sionisti.
Ho lavorato su questo libro per cinque anni, e le mie richerche si sono focalizzate soprattutto sui libri che parlavano di Romania e Polonia,della società nell’est Europa e ovviament, di teatro yiddish. Per quanto riguarda il linguaggio ci ho lavorato molto con una insegnante di origine argentina, Esther Rojansky, che mi ha aiutata a non fare errori di pronuncia e translitterazione.

La biblioteca d’Israele: L’ebraico è una lingua che cambia e si evolve molto velocemente, qual è secondo te il limite e il vantaggio di scrivere in ebraico?

Yirmi Pinkus: Ci sono quattro livelli principali nell’ebraico, potremmo definirli delle stratificazioni che convivono tra loro: l’ebraico biblico, quello talmudico, l’ebraico moderno e infine quello parlato quotidianamente. E’ molto difficile, in una situazione linguistica con queste caratteristiche, essere naturali, in perfetto accordo con il tuo stile e la tua storia. Personalmente sono stato molto fortunato a conoscere il mio editor: Nelly Mirsky che mi aiutato a trovare l’ambiente stilisticamente e linguisticamente giusto per la mia storia. Lei traduce dal russo e dal tedesco autori del calibro di Dostoevskij e Gogol’. La sfida è stata questa: quanto riesci ad essere te stesso, senza perdere in naturalezza, usando un linguaggio che appartiene all’antichità? E così ho deciso di usare l’Yiddish come una spezia che aggiungesse un certo sapore in più al linguaggio, come una fonte di ispirazione.

La biblioteca d’Israele: Il libro è densissimo di un meraviglioso humour in cui riconosciamo quello tipico degli ebrei dell’Europa dell’est. L’hai assorbito nella tua famiglia?

Yirmi Pinkus: Sì, esatto, siamo una grande famiglia: dalla parte di mio padre siamo originari di Varsavia, con radici Chassidiche, per cui per me è stato piuttosto naturale parlare di quella tradizione ebraica anche se il mio rapporto con essa non è mai stato di tipo religioso ma piuttosto laico.

La biblioteca d’Israele: Domanda d’obbligo: mi parli dei tuoi autori preferiti?

Yirmi Pinkus: Gli autori che in assoluto preferisco sono Balzac, Dickens, Singer, James, e per quanto riguarda il mio lavoro di illustratore, Lorenzo Mattotti, uno straordinario artista italiano e l’americano Hirshfeld.

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The library of Israel: You are not only a writer, but also a talented magazine illustrator, and it is quite evident in your book that combines wonderful text and exquisite illustrations. Why did you decide to put them together in a book for adult readers? And what came first, the story or just some sketch drawings that inspired you the book?

Yirmi Pinkus: I was planning to create a graphic novel but writing, as an expressive mean, looked very appealing to me. As for the illustrations, well, Charles Dickens’ novels were published with illustrations on the 19th century, and at that time this was quite natural and honestly, I don’t understand why since then authors (or publishers) stopped doing that. So drawing came after and the biggest issue was not what to draw but what not to draw. For instance Mimi Landau: The way I draw her face…I wanted to leave enough space for the readers to imagine it themselves. It was hard to decide which parts of the image to expose and which parts of the image to hide. Anyway, It was not the first book I wrote, before there have been comics and graphic novels, but yes, this is the first conventional novel for me.

The library of Israel: I have to say that the subject of the book, the Yiddish theatre, is quite original for an Israeli author, in fact, as you know, Israeli authors seem to be more interested in representing the political and social aspects of the living in Israel. So why have you chosen the Yiddish theatre? What fascinated you more of it?

Yirmi Pinkus: I can’t say why I have chosen the Yiddish theatre for the novel, but I do speak Yiddish better now than when I started studying it years ago, and I grew fond of it because it is subversive, contra the general culture, I loved that subversive feeling.
As for the political answer, the murder of Yitzhak Rabin was so shocking that it changed something in me, I can say it changed my definition of being a Jew in Israel.
Since his death I started to search for cultural references as a Jew, I mean unreligious ones. Most of people think that Jewish are only religious but it isn’t true, obviously. People are interested in Yiddish culture in Israel, but it was quite frightening for them, but not because of the holocaust, as you might think, but because it introduced a question of identity. In Israel there’s a fragile identity, you keep being asked whether you are from Tel Aviv, from Jerusalem, if you are leftist or rightist.
So it is a matter of Jewish identity too, and it is very hard being Jewish here and not being a Zionist.


I started to work on the novel 5 years ago and my research focused on the history of Romania and Poland, the society in the Eastern Europe and of course, Jewish theatre. As for the language I worked hard on it with my teacher Esther Rojansky, who is an immigrant from Argentina, and it helped me not to do mistakes with the spelling and transliterations.

The library of Israel: Hebrew is a language that changes and evolves very fast so what is the limit and what is the advantage of writing in Hebrew?

Yirmi Pinkus: There are four main layers of Hebrew: Biblical Hebrew, Talmudic Hebrew, Modern age Hebrew and current Hebrew. You have to understand that it is very difficult to be natural to your style and story.
I was quite lucky to meet my editor, Nily Mirsky. She a translated the Russian and German masters such as Dostoevskij and Gogol to Hebrew, and helped me a lot in creating the right lingual and stylish environment in my novel.
But there’s the catch: how much can you use the old language without being unnatural? So I used the Yiddish as an additional flavor, as a source of inspiration.

The library of Israel: The book is permeated with a marvelous smart humour, and it really adds a taste to it. That’s the famous East European Jewish humor isn’t it? Have you absorbed it in your family?

Yirmi Pinkus: Yes, we are actually a big family: on my father’s side they come from Warsaw, he is of Chassidic descent, so to me it was quite natural to talk about that Jewish tradition even if my own connection to that is secular, not religious.

The library of Israel: Tell me about your favourite authors:

Yirmi Pinkus: My favourite authors are Balzac, Dickens, Singer, Henry James. As an illustrator I love Lorenzo Mattotti, a very prominent Italian artist and the American Al Hirschfeld.

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La parola al traduttore: Raffaella Scardi

La biblioteca d’Israele: Pinkus ha detto di aver lavorato molto sul proprio yiddish per questo libro, ne deduco che la lingua da lui utilizzata ti ha messo a dura prova come traduttrice, ce ne vuoi parlare?

Raffaella Scardi: La lingua era molto complessa. Non tanto per le frasi e parole in yiddish, che l’autore stesso aveva tradotto in ebraico, quanto perché aveva voluto creare in ebraico un linguaggio da romanzo ottocentesco, usava termini rari o in disuso, costruzioni non sempre scorrevoli, a volte pompose e altisonanti… all’inizio è stato molto difficile, ho pensato che ne sarebbe uscito un libro illeggibile in italiano, ma poi sono entrata nell’atmosfera, nell’ambiente. Mi sono resa conto che finalmente avevo l’occasione di utilizzare lessico e sintassi usati nell’infinità di classici che ho letto da ragazza e dai quali in seguito mi sono allontanata. La letteratura israeliana che ho tradotto fino ad ora aveva strutture e un tono molto diversi: era più moderna, spesso asciutta, essenziale. Qui ho potuto divertirmi a ricreare in italiano un mondo, e un linguaggio, ormai poco in uso.

La biblioteca d’Israele:Tu e l’autore sembrate aver avuto un’ottima interazione, e Yirmi mi ha raccontato che gli hai chiesto quali fossero stati i suoi autori di riferimento. Tra questi c’era Balzac e il libro ‘Il cugino Pons’ e tu prima di procedere alla traduzione de ‘Il folle cabaret del professor fabrikant‘ hai provveduto a leggerlo lasciando l’autore entusiasta e sorpreso. In pratica, hai voluto prendere consapevolezza di quella che è stata l’intelaiatura stilistica e narrativa originaria su cui si è innestato il suo lavoro. Parlami di questo metodo che utilizzi per entrare nel mondo dell’autore che ti appresti a tradurre.

Raffaella Scardi: Non mi è sempre necessario leggere altri romanzi in vista di una nuova traduzione, quello che però è essenziale è calarsi nel mondo e nel linguaggio che si traduce. Incontro sempre l’autore di persona, prima o durante la traduzione, per sapere cosa ha ispirato il suo lavoro, cosa è importante per lei o lui, cosa voleva trasmettere. Naturalmente chiedo anche motivo e caratteristiche delle scelte linguistiche.
Per il romanzo di Yirmi ad un certo punto mi sono trovata immersa in un ambiente che prima non conoscevo: quello del teatro yiddish. E’ stato affascinante. Se Yirmi citava una canzone, la andavo ad ascoltare su youTube, cercavo foto delle attrici famose di cui parla, informazioni su personaggi e storie che cita. Nell’ultimo mese, il fatidico mese della revisione del testo, quando è già tutto tradotto e deve diventare un’opera nata in italiano e non solo una traduzione, mi sembrava di vivere insieme alla combriccola di vecchie signore. Devo dire che anche i disegni hanno aiutato, era tutto molto concreto e vivo. Ad un certo punto ho pubblicato su facebook un video di una canzone che avevo trovato e mi aveva veramente commossa… ero veramente fuori dalla realtà.

La biblioteca d’Israele: A parte gli autori che hanno ispirato Pinkus, hai dovuto prepararti su altri testi? E se sì quali.

Raffaella Scardi: Non tanto su testi ma, come accennavo sopra, ho trovato un’infinità di materiale su internet: musiche, poesie, storie, dizionari e storielle yiddish (tipo: sequela di ebrei americani che raccontano in quali occasioni i loro nonni usavano una certa espressione in yiddish), ricette, volti, di tutto.

La biblioteca d’Israele: Te la pongo alla fine, ma dovrebbe essere la prima domanda in assoluto. La colloco in coda alle altre, quasi a chiudere il cerchio, perché credo davvero che sia la cifra di senso di tutto, e anche la domanda più difficile. Tu, Raffaella, traduci splendidamente dall’ebraico, mi dici cosa significa per te tradurre da questa lingua e quali difficoltà affronti e quali gioie ancora provi nonostante le innumerevoli traduzioni che hai fatto?

Raffaella Scardi: Per me tradurre dall’ebraico significa gettare un ponte fra le due lingue, le due culture e le due società delle quali faccio parte, che mi hanno resa la persona che sono. Significa mostrare agli italiani che cos’è veramente Israele, cosa c’è nel profondo dell’anima di un paese tanto sofferto, che non si può capire solo leggendo la cronaca. Secondo me niente come la letteratura riesce a trasmettere quel che ribolle nei meandri oscuri, nei luoghi nascosti da cui nascono le reazioni istintive delle persone. L’ho scoperto scrivendo la mia tesi di laurea, che si occupava appunto di tre scrittori israeliani, e di come nelle loro opere letterarie emergevano voci completamente diverse dall’invito all’azione razionale e ragionato dei discorsi pubblici. La mia gioia nel tradurre è proprio questa: spero di aprire uno spiraglio attraverso il quale un occhio curioso può scoprire paure, sogni, passioni e moventi veri.
La mia gioia è anche trasferire un mondo intero da una lingua che amo all’altra che amo ancora di più.

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9 commenti leave one →
  1. scawer permalink
    26 aprile 2011 08:29

    Io non sono ebrea, ma da anni studio leggo e mi interesso molto della cultura ebraica: letteratura, lingua, musica, storia, tradizioni, testi religiosi ecc.
    Questa intervista è veramente bella. Inoltre, sono traduttrice (da inglese e francese, non di narrativa) e sono rimasta molto colpita dall’attenzione – rara, purtroppo – che avete dato al ‘mestiere’. Grazie F.A.

  2. 27 aprile 2011 14:55

    Cara Giusi, l’intervista che hai fatto alla traduttrice è bellissima, come bellissima è l’immagine della traduzione come ponte culturale. Ho sempre ammirato i traduttori, li considero degli artisti della parola e sono grata per il loro lavoro, fatto con passione e dedizione.
    Se noi lettori per primi cominciassimo a rendere fondamentale il loro lavoro, anche gli editori dovranno provvedere a considerarli indispensabili e dunque a valorizzarli come meritano! (E a escludere chi invece non lo merita…ma si fa pagare poco…)
    Un saluto
    Angela

  3. Francesca permalink
    27 aprile 2011 18:00

    Giustissimo. Difficile che uno molto bravo si faccia pagare poco. E’ un lavoro durissimo, sempre perfettibile, che richiede tanto tempo, concentrazione, una vasta cutura e disponibilità di strumenti. Ma chi legge se ne accorge. Io che sono traduttrice (non di narrativa, ma l’inglese lo so bene) mi accorgo degli errori anche nei film. Vabbe’ nei film è difficile perché devi rispettare anche i ‘tempi’. Ma un libro ci può perdere tantissimo. Così come certi libri perdono molto da una ‘cattiva’ correzione di bozzze, anche se si capisce che l’originale sarebbe bello…

  4. 30 aprile 2011 23:34

    Grazie @Scawer! Io credo che i traduttori siano assolutamente fondamentali e che meritino una attenzione maggiore.
    @Angela: la penso come te:)

  5. Francesca permalink
    1 maggio 2011 14:20

    C’è da aggiungere che, forse proprio per la scarsa retribuzione, il lavoro di traduzione non sempre è fatto bene. Così certi libri ne risultano molto danneggiati. Come del resto da una correzione bozze non accurata. Quando in passato ho avuto bisogno, per precedenti impegni, di qualcuno a cui affidare parte del mio lavoro, dopo ho faticato così tanto che sarebbe stato meglio fare da sola. Certa gente non sa neanche consultare un dizionario, o non ha mai messo piede nel paese dove si parla la lingua di partenza (per non parlare di vedere o leggere un film/libro in originale). Credo che la traduzione sia l’arte di porsi sempre problemi e domande.

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