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Nuova sezione Royt Fodem: ‘Che fortuna essere orfano!’ di Sholem Aleichem. Contributi di Ettore Bianciardi e Seia Montanelli.

31 gennaio 2011

Royt Fodem in yiddish significa filo rosso, e un fil rouge in grado di attraversare i luoghi e i tempi della diaspora è proprio quello che si cercherà di creare qui, in questa nuova sezione. Lo yiddish, inoltre, è sembrata quasi una una scelta naturale, perché questa è la lingua che ha marcato la fine di un mondo e la transizione irrevocabile ad un altro. ‘Royt fodem’, quindi, sarà un luogo in cui focalizzare il rapporto tra la memoria e l’identità; tra un passato definitivo e un futuro in costruzione.

Inauguriamo con ‘Che fortuna essere orfano!’ di Shalom Aleichem tradotto e curato da Ettore Bianciardi
Per chi desidera scaricare il libro gratis in pdf questo è il link
http://www.riaprireilfuoco.org/books/PDF/MOTL.pdf
Per per chi vuole, invece, che gli venga stampato:
http://www.riaprireilfuoco.org/paginadimotl.htm

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Ho trovato un tesoro!
di Ettore Bianciardi

Kazimierz, vecchio quartiere ebraico di Cracovia, inverno 2008. Passeggiamo nelle strade tra i vecchi muri, conservati pressoché intatti dalla povertà e dal regime. In una piazzetta scoviamo una libreria — ebraica, entriamo, e fra i vari volumi che golosamente porto a casa c’è: Born to kvetch, un libro che mi aprirà un fantastico mondo a me finora sconosciuto: quello della lingua yiddish.
Mi aveva attratto la foto di copertina che mostra un bambino, fieramente ebreo e con la faccia corrucciata, pronta ad esplodere di rabbia. Michel Wex, autore del libro mi spiegherà, tornato in Italia, che l’yiddish, più che una lingua di una nazione che non c’è, più che l’idioma inventato intorno all’anno 1000 dagli Ebrei aschenaziti e portato con loro nelle loro innumerevoli migrazioni per l’Europa e infine in America e ovunque sottoposto a fertili contaminazioni, più di tutto questo, che sarebbe già molto, è un modo di vivere e comunicare, di pensare, di reagire alle disgrazie del mondo, di riuscire sempre ad apprezzare il bicchiere mezzo pieno.
L’yiddish è il mame-loshen, la lingua della mamma, la lingua di tutti i giorni, della shtetl, dei ghetti, contrapposta all’ebraico, che rimane la lingua delle preghiere, la lingua del Signore, il loshen-hakodesh. E questa lingua del popolo, costruita dal basso, senza formalismi e senza parole inutili, così poco nobile, ma così ricca di umanità, ha accompagnato per un millennio la vita e il pensiero degli Ebrei orientali, pian piano annientati dai pogrom russi e dalle camere a gas naziste. I sopravvissuti sono quasi tutti ormai in America, dove la lingua della mamma fatica a sopravvivere di fronte all’inglese o in Israele, dove deve cedere il passo all’ebraico, non più solo loshen-hakodsh.
Ma questa lingua deve conservare tesori letterari, mi son detto, ed allora chi sono i grandi scrittori yiddish, a parte il premio Nobel Isaac Singer? Trovo un nome strano: Sholem Aleichem, proprio le prime due parole della preghiera che apre lo Shabbat: La pace discenda sopra voi. E sotto questo pseudonimo scopro uno scrittore fantastico: Sholem Rabinowitz, nato nei pressi di Kiev nel 1859 e morto a New York nel 1916. Il primo suo testo che leggo è di poche righe, una breve lettera scritta ad un suo amico: Caro Yankel, mi chiedi di scriverti a lungo e lo vorrei fare, ma non ci sono novità: i ricchi sono sempre ricchi ed i poveri sempre poveri. Per quel che riguarda i pogrom non abbiamo più niente da temere, sia ringraziato il Signore, ne abbiamo già avuti due ed il terzo non avrebbe più alcun effetto. Mi chiedi di Hershel: non lavora da più di un anno e la ragione è che non gli permettono di lavorare in carcere. Mendel invece ha fatto una cosa saggia: è morto. Alcuni sostengono per fame, altri per tisi, io penso per tutte e due le cose. Non ho altro da dirti se non il fatto che il colera sta avendo un grande successo.
Uno capace di scrivere questa lettera – penso – è sicuramente un grandissimo scrittore ed immediatamente mi metto a leggere tutto quello che trovo di suo. C’è poco in italiano, qualcosa di più in inglese, fino a che non scopro il suo ultimo testo, non completato, rimasto sul suo letto di morte: Motl Peisi dem chazan, Motl il figlio del cantore Peisi. Appena comincio a leggere il testo inglese mi accorgo di essere in presenza di un capolavoro assoluto e mi metto in testa di tradurlo in italiano, mi sembra un dovere nei suoi confronti.
Ma trovo subito una difficoltà: il testo inglese è mancante di una pagina. Per fortuna stiamo per partire per New York, la prima cosa che facciamo è infilarci nella Library sulla Quinta e rintracciare un’altra versione inglese. Per fortuna esiste e me la porto a casa. Traduco la pagina mancante, ma nel contempo mi accorgo che le due versioni inglesi non sono coincidenti, incredibilmente alcune parti sono state omesse in una delle due versioni e altre — sono nettamente discordanti tra le due versioni.
C’è una sola possibilità per superare questa situazione, all’apparenza insuperabile: rifarsi al testo originale yiddish, che per fortuna possiedo. E così pian piano, in punta di piedi, come un bambino che prova a leggere un libro dei grandi, aiutandomi con una grammatica e un vocabolario, comincio a balbettare l’yiddish. Le difficoltà sono enormi, per me, ma ogni piccolo avanzamento mi dà gioie incredibili e scopro un mondo meraviglioso, spesso ignorato o peggio snaturato dalla traduzione in inglese. Il nome di quella bambina non è Goldie, ma Goldele ( גולדעלע ), la bevanda che i nostri tentano di vendere non è il sidro, ma il kvass, (קװאס), comunissimo anche oggi in Russia. E il titolo in italiano del libro me lo dà il terzo capitolo: מיר איז גוט – איך בין איתם; mir iz gut – ich bin yosem: buon per me – sono un orfano, ossia Che fortuna essere orfano!.
Il libro dopo una anno di lavoro di traduzione e una decina di revisioni di mia moglie Anna, vede la stampa. Motl, un bambino di nove anni, racconta la sua vita in una shtetl dell’Ucraina, in mezzo a stenti di ogni tipo, che alla fine costringono la sua famiglia a fuggire per tutta l’Europa fino a Londra, dove si imbarcano per l’America. A New York Motl scopre le meraviglie tecniche e umane della nuova terra promessa. Tutta la storia di Motl, vera metafora della tragedia del popolo ebraico, è vista attraverso la dolcezza e l’incanto di un bambino che non cessa di stupirsi della bellezza del mondo e riesce sempre a guardarlo con incredibile ottimismo ed entusiasmo.
Chi lo ha letto dice di essersi divertito, di averlo divorato, di averlo letto due volte, di essersi dispiaciuto di esser arrivato così in fretta alla fine. Cosa significa? Forse, nonostante che tradurre sia etimologicamente molto simile a tradire, sono riuscito a trasferire in italiano almeno un po’ del ritmo, dell’humour, dell’umanità che prorompe da questo testo in mame-loshen? Magari…

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Lo yiddish e Shalem Aleichem
di Seia Montanelli

La questione della lingua relativa all’ebraismo è complessa come quella dell’identità ebraica: l’ebraico è la lingua delle sacre scritture ed era morta da secoli come lingua parlata finché non venne rispolverata alla fine del diciannovesimo secolo dal lituano Eliezer Ben Yehuda, all’epoca dei primi insediamenti ebraici nella Terra Promessa: Ben Yehuda impose alla sua famiglia l’uso dell’ebraico pre-moderno (ovvero della cosiddetta variante mishnaico-talmudica) e, nonostante i problemi derivanti dalla necessità di adattare una lingua antica alla vita moderna, riuscì col tempo a convincere anche gli altri immigrati in Palestina ad adottare l’ebraico come lingua ufficiale degli insediamenti arrivando a creare un vero e proprio dizionario che ancora oggi costituisce la base della lingua ufficiale dello Stato d’Israele.
Ma la storia stessa dell’ebraismo fa sì che la questione della lingua coinvolga cittadini provenienti da numerose nazioni diverse e persone che si trovano in tutto il mondo: la diaspora fu anche linguistica e culturale. Prima che Ben Yehuda resuscitasse l’ebraico, nei vari Paesi dove esistevano comunità ebraiche si erano formate diverse lingue d’uso, perlopiù basate sulle lingue o sui dialetti locali mescolate a un certo numero di vocaboli di derivazione ebraica. Le più importanti, durature e vitali tra queste lingue sono lo yiddish (derivante da dialetti tedeschi) e il cosiddetto ladino (o giudeo-spagnolo), parlato dai sefarditi che nel 1492 furono cacciati dalla Regina Isabella dalla Spagna e si stabilirono nell’area balcanica (soprattutto in Bulgaria).
Più diffusa del ladino, lo yiddish quindi è la lingua sviluppatasi nel X secolo tra gli ebrei ashkenaziti in Renania, e poi nell’Europa centrale e orientale. La cosa che determinò uno sviluppo autonomo dello yiddish dalla lingua germanica locale fu l’introduzione successiva al Concilio Lateranense del 1215 di severissime restrizioni alla vita delle comunità ebraiche con l’individuazione in ogni città di ghetti in cui relegarle. Da questo isolamento nacque la rielaborazione della lingua-base germanica che si approfondì con le successive migrazioni verso la Polonia e la Lituania. Col tempo lo yiddish diventò la lingua degli ashkenazisti nell’Europa dell’est e in Mitteleuropa, specialmente a partire dalla fine del ‘700 con la costruzione degli “shtetlekh” (villaggi), veri e propri sobborghi in cui viveva esclusivamente una popolazione di origine ebraica e lingua yiddish. Ciò produsse una lingua fortemente territoriale e radicata che ha generato una cultura brillante e originale e una letteratura tra le più interessanti al mondo.
Quando cominciarono le persecuzioni e le violenze dei pogrom in tutta l’Europa orientale alla fine del diciannovesimo secolo, una nuova diaspora portò gli ebrei di lingua yiddish in tutto il mondo, soprattutto con la migrazione in America e in Palestina. Alla vigilia della seconda guerra mondiale lo yiddish era parlato da quasi tredici milioni di persone, ma i fatti dolorosi della Shoah e il rifiuto di molti ebrei delle radici tradizionali hanno fatto sì che oggi coloro i quali parlano correntemente lo yiddish siano a malapena un milione.
Eppure non mancano gli studiosi eminenti i quali sostengono che conoscere la lingua e quindi la letteratura yiddish sia fondamentale per capire l’ebraismo moderno – come Ruth Wisse, autrice di The Modern Jewish Canon. A Journey through Language and Culture (University Of Chicago Press, 2000) in cui affronta l’opera di autori come Franz Kafka, Vasilij Grossman, Isaac Bashevis Singer e suo fratello Israel Joshua Singer, e di Elie Wiesel, Saul Bellow e Philip Roth, inserendoli a pieno titolo nel canone della letteratura yiddish.
Il padre della letteratura yiddish moderna è Mendele Moykher Sforim, pseudonimo dello scrittore ebreo Shalom Jacob Abramowicz (Kapuli, Belorussia, 1835-Odessa 1917), autore di opere come Fishke Lo zoppo (Fishke der Krumer del 1869), in cui la proverbiale ironia yiddish e il gusto per la satira sociale dell’ebreo nel ghetto convivono con uno sconfinato amore per il popolo ebraico, eternamente diviso tra assimilazione, ortodossia e spinta al sionismo.
Tuttavia il vero cantore e profeta della letteratura yiddish è Shalom (o Sholem) Aleichem – in ebraico שלום־עליכם, in russo Шолом-Алейхем – pseudonimo di Sholem Naumovich Rabinovič, scrittore di origine ucraina, nato a Pereyaslavl il 2 marzo del 1859 e costretto nel 1905 a migrare negli Stati Uniti, dove morì nel 1916, quando in Russia meridionale si scatenò la violenza dei pogrom.
Aleichem (lo pseudonimo fa ovviamente riferimento al saluto “la pace sia con te”), fu il primo autore di libri per bambini in yiddish e grande sostenitore di altri autori di lingua yiddish: nel 1888 pubblicò due numeri di una rivista, “Di Yidishe Folksbibliotek” (“La biblioteca popolare yiddish”), che fece conoscere molti giovani scrittori yiddish.
Shalom Aleichem aveva iniziato a scrivere in russo e in ebraico al principio della sua carriera (il suo primo scritto fu un vocabolario alfabetico degli epiteti usati dalla sua matrigna), ma dal 1883 in poi produsse più di quaranta volumi in yiddish e nel 1890 era già diventato lo scrittore di riferimento per tutta la cultura yiddish.
Le sue opere sono state tradotte in molte lingue; il suo testo più famoso rimane Tevye il lattaio, monologo sapido ed esilarante in cui coglie i profondi mutamenti nella società ebraica delle “shtetl”, dove i giovani – costretti a veder migrare i propri famigliari e a migrare loro stessi, per la fame e le persecuzioni – sognano il progresso e l’America. In esso è condensata tutta la filosofia dell’autore condotta sul filo sottile che divide il comico dal tragico.
Si tratta di un testo che ha avuto per decenni una popolarità eccezionale, al punto che ne è stato tratto nel 1964 un fortunatissimo musical – “Il violinista sul tetto” – la prima piéce in lingua inglese sulla vita degli ebrei in Europa Orientale ad avere un grande successo commerciale.
Il tema principale delle opere di Shalem Aleichem è la vita delle comunità ebraiche nei piccoli centri dell’Europa dell’est (fantastici I Racconti della Shtetl. Scene di vita ebraica in un’Europa scomparsa, pubblicati in Italia da Bompiani), e nelle grandi città degli Stati Uniti, colta in quei momenti così comici che solo da un sereno senso del tragico possono determinarsi, raccontati con uno stile brioso e a tratti malinconico a cui è difficile resistere. I suoi personaggi sono sovente umili e sprovveduti, incapaci di rendersi conto di vivere fuori dal tempo e tesi a rincorrere sogni impossibili riguardanti un mondo che non c’è più, derisi dagli stessi figli che – armati di una nuova consapevolezza – vogliono emanciparsi e andarsene dalle ristrette mura di quelle comunità così miopi, arretrate e provinciali.
Meraviglioso è anche Il cantico dei cantici che racconta una tenera storia d’amore tra due adolescenti, Shimek e Buzi, sorta di Paolo e Francesca animati da curiosità, romanticismo e una buona dose di chutzpah. La vicenda prende le mosse da uno shtetl, e l’amore fra i due cresce insieme alla scoperta dei versi del “Cantico dei Cantici”di Re Salomone e deve affrontare diverse peripezie e tormenti.
Ma tutta l’opera di Aleichem è magnifica, dai testi incompiuti a quelli ancora da ritrovare e da scoprire.

Di recente grazie all’opera di Ettore Bianciardi, scrittore e saggista, figlio di Luciano Bianciardi e cultore della letteratura ebraica, i lettori italiani hanno potuto scoprire il divertente e commovente Che fortuna essere orfano!, in originale Motl dem Peisi chazan ovvero Motl il figlio del cantore Peisi, che è probabilmente l’ultimo lavoro di Aleichem ed è incompiuto, senza che questo tolga nulla alla sua bellezza (il testo è anche disponibile gratuitamente in formato digitale).
Il romanzo racconta le peripezie del piccolo Motl, un bambino ucraino di nove anni costretto a migrare in America in seguito ai pogrom, della vita di stenti e miseria nello shetl in cui è nato, fino al viaggio e all’arrivo nel nuovo mondo, dove scoprirà che tutto ha un prezzo, soprattutto la libertà – e che l’America non è proprio un sogno da realizzare, quanto una realtà da accettare e provare a migliorare. Fortunatamente Motl vive ogni cosa come se fosse un evento eccezionale, una meraviglia, il mondo rappresenta per lui una continua scoperta e la sua ingenuità diverte e commuove come nella più pura tradizione yiddish, in cui l’ironia è un modo per reagire al male e alla sofferenza, specie quando queste sono soverchianti.
Ma il testo è anche il racconto malinconico della fine dell’ebraismo orientale, con l’adesione degli ebrei immigrati alla vita e alle nuove regole americane e i loro sguardi perplessi di fronte al nuovo corso delle cose. Da leggere, insomma, insieme a Oliver Twist di Dickens o Huckelberry Finn di Twain.
Tutta la letteratura di Shalem Aleichem è un’esortazione al riso pur nel dolore, ed egli fu fedele a questo assunto fino alla morte: «fate che il mio nome sia ricordato con il riso, o non ricordatelo affatto», è quanto disse infatti ai suoi cari prima di morire, invitandoli a «leggere il mio testamento e scegliere anche una delle mie storie, una di quelle molto felici, e recitarla nella lingua che comprendete meglio».
Le riunioni continuano ancora oggi e negli ultimi anni sono state aperte al pubblico.

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5 commenti leave one →
  1. Nick permalink
    6 febbraio 2011 17:40

    un piccolo appunto su Tewje: in realtà il progresso o l’America non sono né prospettiva né sogno delle figlie del povero lattivendolo. Il progresso le attacca e le sommerge, ma l’America non è menzionata se non, verso la fine del romanzo, quando viene proposta a Tewje. Forse si è fatta un po’ di confusione con l’altro grande romanzo di Sholem Aleichem, “Menachem Mendel”!

  2. 7 febbraio 2011 07:52

    Gentile Nick, hai perfettamente ragione, in realtà la necessità di sintetizzare nella revisione del pezzo ha comportato una semplificazione e quindi l’imprecisione accorpando due elementi diversi (avevo scritto in prima stesura che è il progresso a compromettere il sistema di vita nei villaggi e all’interno delle famiglie relativamente alla storia di Tewje e solo successivamente anche il miraggio dell’America come in Menachem Mendel).
    Grazie dell’attenzione.

    • Nick permalink
      9 febbraio 2011 12:03

      Grazie a te per il bellissimo articolo: uno dei rari sprazzi di interesse verso un patrimonio letterario stupendo, purtroppo poco conosciuto e ignorato dallo stesso ambiente ebraico.

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