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Shoah: “Atti di necessaria conoscenza sulla mancanza e sulla memoria” di Giusi Meister e Fabio Izzo.

28 gennaio 2011

Il seguente articolo è pubblicato nella sezione ‘Approfondimenti’ del portale di notizie e condivisione letteraria ‘Imieilibri.it’:
http://www.imieilibri.it/?p=5687

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La Shoah è qualcosa che compare nelle nostre vite un giorno all’anno.

O almeno per molti di noi, la Shoah è inevitabilmente collegata alle sue commemorazioni. Ma quello che più ci preme è cercare di tessere, senza alcuna pretesa, una trama che leghi i termini memoria e mancanza alla Shoah. Se è vero che milioni sono le pagine scritte su ciò che è avvenuto è altrettanto vero che milioni sono le pagine che non si sono potute scrivere su quello che è avvenuto. Un paradosso forse, ma pura verità.

Perché la Shoah raffigura una drammatica perdita in campo letterario (e non solo ovviamente).

Come ci viene descritto nel saggio “Shtetl” di Eva Hoffman (pubblicato da Einaudi) esisteva un mondo davvero unico e irripetibile che viveva all’interno di migliaia di piccoli villaggi dell’Europa dell’Est. Eva Hoffman si è concentrata su un paesino di nome Bransk, nella campagna polacca ai confini con l’attuale Bielorussia,che prima della guerra contava circa 4600 abitanti, equamente divisi fra ebrei e cristiani. Oggi non ci sono più ebrei a Bransk. Soltanto tracce ed echi che risuonano di tristezza, rabbia, senso di colpa e, a volte, negazione del passato. In Polonia continuano a vivere alcune migliaia di ebrei, ma la loro cultura, le loro comunità sono scomparse con la Seconda guerra mondiale. I villaggi ci sono ancora, ma il mondo che vi pulsava, i negozi, il suono dello yiddish e dell’ebraico, non ci sono più. E dire che proprio nello shtetl – diminutivo di shtot, in yiddish «città» – nel corso dei secoli si era realizzata un’esperienza multietnica, caratterizzata dalla compresenza di due società povere, gli ebrei ortodossi e un mondo contadino premoderno; lo shtetl era diventato una realtà sociale insolita, ma dotata di straordinarie risorse. È questa realtà sociale che Eva Hoffman, attraverso l’indagine scientifica e la ricerca sul campo, indaga con minuzia e passione: nel tentativo di spiegare perché nello shtetl gli ebrei furono oggetto della più incontrollata crudeltà da parte dei vicini, ma anche della più spontanea generosità; e nella speranza che una ricostruzione storica obiettiva sia anche un messaggio di tolleranza.

Un mondo, quello dello Sthtel, raccontato malinconicamente negli ultimi suoi giorni di vita, nel romanzo “La distruzione” di Piotr Szcef (pubblicato in Italia da Lindau), dove l’autore racconta con una prosa densa quanto nostalgica le ultime incosciente ore di vita di un villaggio che ancora non sa a cosa sta andando incontro.

Qualcosa di simile è raccontato anche in “Ogni cosa è illuminata”.

Parlavamo di mancanza, di pagine non scritte, di quello che ci è stato tolto, portato via, rubato, strappato con violenza. E a questo punto non possiamo non parlare di Bruno Schulz, l’autore de “Le botteghe color cannella”, scrittore diventato un vero e proprio mito letterario.

Lo stesso David Grossman nel suo “Vedi alla Voce Amore” si immagina la metamorfosi dello scrittore polacco che rifugge da tutto, precipitando nel gorgo della storia, mutandosi in un salmone.

Per un crudele gioco del destino il modello del piccolo villaggio, quasi isolato (anche se è un luogo troppo comune) dal mondo, venne riprodotto a forza nei ghetti istituiti dell’industria dell’orrore nazista, che troviamo nelle pagine di Mary Berg e di Dawid Sierakowiak, testimonianze entrambe presenti nel catalogo Einaudi.

Compresso dagli orrori di quel mondo, privato della sua magia, il ghetto non poteva che esplodere come ci viene raccontato nel Yossl Rakover si rivolge a Dio (edizioni Adelphi):

“Nel settembre 1946 una rivista di Buenos Aires in lingua yiddish pubblicava questo libro presentandolo come l’ultimo messaggio scritto da un combattente del ghetto di Varsavia mentre il cerchio della morte si stringeva intorno a lui. Pochi conoscevano allora con precisione la storia della rivolta ebraica a Varsavia e della atroce tragedia che con essa si consumò, ma subito il testo dell’ignoto combattente, che, simile a un nuovo Giobbe, chiama in causa il Signore e il suo silenzio di fronte al trionfo dell’orrore, cominciò una lunga e singolare peregrinazione per il mondo, giungendo in Israele e in Germania. Quando il vero autore si fece vivo presentandosi come ebreo lituano emigrato in Palestina allo scoppio della guerra, iniziarono grandi dispute”.

Altra diaristica da menzionare è quella di Elie Wiesel, scrittore rumeno, premio Nobel per la pace nel 1986, autore de “La notte” (Giuntina, 2007)

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte al campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherà quel silenzio notturno che mi ha tolto per tutta l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso.
Mai.

Si discute ancora oggi sulla Shoah, ma non è questo che vogliamo fare oggi. Non ora e non qui.

Come ogni materia di discussione, anche la Shoah ha un suo linguaggio.

Il linguaggio è la cifra, la relazione, il filtro.

Lo strumento con cui l’individuo entra nel mondo.

Qui non parleremo del linguaggio culturale, ovvero di quello che codifica e decodifica un popolo, la sua storia, la sua identità e il cammino, bensì ci concentreremo sul linguaggio individuale.

Un linguaggio che l’individuo costruisce dentro di sé per affrontare il mondo e la storia, per non lasciarsene schiacciare. Badate che dopo la Shoah vi è stato il silenzio da parte di molti sopravvissuti.

Un silenzio che alcuni sono riusciti a superare ritrovando dentro di sé il significato e il senso. Se non della Catastrofe, almeno della propria Vita. Un ritorno doloroso a quel deserto anche per raccontarlo, per trasmettere a chi non c’era se non comprensione, almeno conoscenza.

E’ per tutto questo che, qui di seguito, abbiamo pensato di restituirvi pensieri e discorsi sulla Shoah nella loro purezza, così come sono nati da chi l’ha vissuta in prima persona, o rivissuta attraverso un membro della propria famiglia.

Ogni sinossi sarebbe una cesoia del senso ultimo.

Dove è necessario, saranno brevemente illustrate la vita dell’autore o le tematiche principali dell’opera, per una migliore comprensione del testo.

Stessa nazione di Wiesel, Aharon Appelfeld è l’autore di “Paesaggio con bambina’’ (Guanda, 2009). Egli, infatti, nasce nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, da una famiglia di origine ebraica. Fu deportato insieme al padre dopo che i nazisti ne avevano ucciso la madre. A soli otto anni fuggì , e trascorse i successivi tre anni vagando in completa solitudine per i boschi. Nella storia di Tsili Kraus, la bambina del titolo, ultimogenita di una famiglia di bottegai ebrei dell’est, Appelfeld ripercorre la fuga dallo sterminio attraverso un viaggio erratico nei boschi e nelle campagne. Quello che si trovò lui stesso ad affrontare. ‘’Paesaggio con bambina’’ è uno sguardo trasparente in cui si impigliano i frammenti taglienti di un intero mondo.

Dice Appelfeld: “Ogni cosa ti succede nella vita dovrebbe avere alla base una domanda fondamentale: Quanto significato attribuisco alla mia esistenza?’. Si dovrebbe sempre cercare di trasformare le cose negative in positive, nella vita. Inoltre, per quel che concerne la Shoah, se i tuoi genitori sono stati torturati perché ebrei, tu dovresti cominciare a chiederti se essere ebreo è davvero una cosa tanto sbagliata da far meritare, a coloro che lo sono, di essere torturati e uccisi solo per questo.

Ecco, se inizi a far questo, se inizi a studiare cos’è l’ebraismo, avrai iniziato a trasformare una cosa cattiva in buona. Iniziare a comprendere cos’è la Bibbia, cos’è la religione e cosa il giudaismo, trasformerà una mostruosità in un qualcosa capace di generare in te la ferma volontà di comprendere il mondo’’.

Il linguaggio, così come l’uomo, finisce con lo spostarsi, trovando nuove sponde di memoria in altre terre. Inevitabile quindi che la sponda ultima, per ora, di questa immensa ondata tragica della storia finisca in Israele.

David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua sono i traghettatori ideali in questo viaggio dalle mille complessità ed implicazioni. Umane e storiche.

David Grossman con il suo “Vedi alla voce: Amore” (Mondadori, 1998) ci porta in “Quel paese là”. Un paese che ha visitato, suo malgrado, la zia Itka, il cui numero tatuato sul braccio sarà per sempre muto testimone del campo di sterminio in cui venne imprigionata.

Ricorda Grossman: “Quando mi sono sposato con Ruth, zia Itka venne alle nozze e sul braccio si era messa un cerotto. Aveva nascosto così il numero tatuato sul braccio perché non voleva turbare l’allegria della festa. E io, il cuore mi si spezzava dalla pena e dalla pietà che provavo per lei. Per tutta la sera non riuscii a distogliere lo sguardo dal braccio. Sentivo come se lì, sotto quel cerottino pulito, zia Itka avesse un abisso molto profondo che ci aspirava, ci risucchiava tutti, gli ospiti, l’allegria”.

Amos Oz nel suo “Una storia di amore di di tenebra” (Feltrinelli, 2005) ci parla della propria famiglia. Poliglotta, colta, europea. Strana la storia e strana la vita, a volte. Gli ebrei, spesso più affettivamente e culturalmente europei degli altri europei, furono estromessi a forza da un’idea e da un sentimento. Quante famiglie con le stesse caratteristiche di quella di Oz si rifiutarono, spesso ostinatamente, di allontanarsi dalla loro Europa, nonostante i primi inquietanti segnali della Catastrofe che si stava per abbattere su tutti.

Eppure, nonostante la violenza del distacco, chi sopravvisse, portò poi con sé, come un doloroso souvenir, quell’idea e quel sentimento in una terra, Israele, tutta in costruzione. Un terra che aveva appena iniziato ad uscire dal tempo del mito per entrare in quello della storia. Amos Oz ce lo racconta così: “Nella scala di valori dei miei genitori, tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto: Tolstoj e Dostoevskij erano in sintonia con la loro anima russa, tuttavia credo che -malgrado Hitler- considerassero la Germania più civile della Russia e della Polonia; e la Francia ancor più della Germania. L’Inghilterra era persino più su della Francia. Quanto all’America – la loro convinzione qui s’incrinava: laggiù, in fondo, si sparava agli indiani, si svaligiavano diligenze, si depredavano l’oro l’oro e le fanciulle. L’Europa era la loro terra promessa proibita, landa incantata di campanili e piazze lastricate di antiche pietre, tranvai e ponti e chiese turrite, villaggi sperduti, sorgenti benefiche, boschi, nevi e pascoli”.

Abraham Yehoshua ne “Il signor Mani” (Einaudi, 2005) ci racconta come la Shoah abbia lavorato come un’ascia sulla memoria e l’identità. Un taglio dai margini incerti che ha costretto intere generazioni a riflettere sulla costruzione sia collettiva che individuale di questi due concetti. Concetti di carne, però, non già evanescenti parole. Un libro molto denso, molto complesso e molto ebraico, e quindi, anche molto universale:

Perciò sono corso da quel Mani, sapevo che molti dei nomi della lista si apprestavano a fuggire e a sparpagliarsi ovunque, e ho preso con me un altro soldato, per poter conservare la chiarezza di spirito, e ho fatto bene a correre perché dietro casa sua era ancora legato quel mulo. L’ho colto pallido, confuso, e gli ho detto: signor Mani, sono venuto a dirle che lei non ha nulla da temere, non ha alcun bisogno di fuggire, perché lei si è già completamente annullato, no? Adesso lei è soltanto un uomo, un puro e semplice homo sapiens, che vive a Crosso fra le rovine di una civiltà che perfino se avesse voluto non avrebbe potuto conoscere l’ebreo, perché a quei tempi l’Ebreo non aveva inventato ancora se stesso”.

Infine, terminiamo con Lizzie Doron e il suo “Perché non sei venuta prima della guerra?’’ (Giuntina, 2008). Helena, la madre della scrittrice, fu una reduce da Buchenwald rifugiatasi poi in Israele.

Un passato e una verità di cui Helena non parlò mai. Una frattura che, coloro che non avevano vissuto personalmente la tragedia della Shoah, potevano solo intuire scontrandosi con le apparenti pazzie e la bizzarria dei comportamenti inspiegabili di Helèna, una donna che non trovò mai le parole, se non queste:

“Al mondo ci sono persone buone, persone cattive e persone che sono state ad Auschwitz”.


L’immagine qui sopra è intitolata ‘Foglie morte’ ed è conservata al Museo della Shoah di Berlino

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