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Conversazione con Yaniv Iczkovits – A conversation with Yaniv Iczkovits

17 gennaio 2011

Intervista raccolta da Giusi Meister
Le foto di questo articolo sono di Moti Kikayon

Yaniv Iczkovits
Batticuore (Titolo originale ‘Dofek’)
Trad di Antonio Di Gesù
Giuntina ed. Collana Israeliana
Anno di pubblicazione: 2010
ISBN 9788880573616

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*La biblioteca d’Israele: Innanzitutto ‘Batticuore’ è il tuo primo libro, e lasciami dire che è molto maturo, inoltre, mi ha trasmesso l’impressione che tu abbia il coraggio di entrare nella profondità delle cose, senza temerne la complessità. Infatti, i rapporti emotivi e psicologici tra i personaggi sono molto articolati e complessi, per questo vorrei sapere quanto ti ci è voluto a scriverlo.

Yaniv Iczkovits: Non so davvero dirti quanto mi ci è voluto, in realtà, per scrivere questo libro perché per me scrivere non ha un inizio preciso, mentre ha senz’altro un termine ben determinato. L’idea di ‘Batticuore’ è iniziato con delle piccole scene in cui ho immaginato che il protagonista, Yonatan,avesse la possibilità di realizzare tutte le sue fantasie sessuali più selvagge ma, all’improvviso, nel suo realizzarsi, tutto ciò diventava un incubo. Ero molto interessato ad esplorare la delusione conseguente alla realizzazione di una propria fantasia. Se ci pensi bene, questo è anche quel che succede in una situazione abbastanza normale: quando la gente va in vacanza. Al ritorno hanno sempre fatto la vacanza perfetta: il posto perfetto, il cibo straordinario, gli hotel magnifici. Molto raramente ho sentito di gente che tornava da una vacanza dicendo che era stata un fallimento, e questo perché molte persone tendono a percepire tutto in termini di successo o fallimento. Persino quando siamo in vacanza dobbiamo essere gente di successo. E questo mi fa riflettere un bel po’ su quanto le nostre vite sono misurate in termini di successo e fallimento.
E’ da allora che ho iniziato a riflettere su queste regole nascoste che informano e sorreggono la vita di ciascuno di noi: le regole nascoste che ci provengono dalla famiglia, dal lavoro, dalla percezione di noi stessi, e anche dalle sensazioni che gli altri si aspettano che noi dovremmo avere nel matrimonio, nell’amicizia etc. se non le rispettiamo stiamo fallendo nel nostro tentativo di avere una vita normale.
Yudit, ad esempio, nel libro percepisce dentro di sé, nel proprio corpo, un estraneo che fa di lei ciò che più gli piace e che le dice cosa fare e ciò che è. E’ allora, quando tutti attorno a lei cercano di aiutarla, che Yudit capisce che gli altri percepiscono la sua malattia come un fallimento. Questo significa che non possiamo neppure fallire nelle emozioni, dobbiamo avere le emozioni giuste, altrimenti…
E’ così che io inizio a scrivere, vedi? Cioè non scrivendo affatto. In effetti posso dire che mi sforzo di non scrivere perché so che la scrittura verrà quando è il momento giusto. E quale è il momento giusto? Non posso determinarlo. Penso che I personaggi di ‘Batticuore’ mi sono girati in testa per tipo due o tre anni prima che ne scrivessi. E’ stato allora che ho capito che la profondità non dipende soltanto dal tempo, ma soprattutto dallo spazio, di una prospettiva migliore da cui guardare le cose.
Sentivo che non potevo scrivere il libro in Israele, e che mi sarei dovuto isolare completamente. Credo che questo atteggiamento fosse in un certo senso una forma di codardia. Non potevo scrivere nel modo che volevo in Israele perché avrei sempre dovuto stare attento a non ferire nessuna delle persone che mi stavano intorno.
E quando ho capito che davvero non avrebbe funzionato, sapevo che sarei dovuto andare altrove per dire quel che avevo da dire.
E così sono andato in India perché costava poco ed era un posto dove poter stare in pace. Mi son sistemato in un piccolo villaggio e ho cominciato a lavorare otto ore al giorno, otto ore che poi son diventate dodici e poi sedici e alla fine ho perso completamente il conto perché ho iniziato a vivere nel mio libro. Ci ho messo sei mesi e son tornato in Israele coi primi sei capitoli e senza un soldo in tasca, e lì ho continuato a scrivere i successivi capitoli per altri due anni. Dopo tre anni il libro era finito.
‘Batticuore’ è il primo libro che ho pubblicato ma, in realtà, non è il primo che ho scritto. Comunque non credo che si dovrebbero vedere questi primi tentativi come fallimenti. Anzi, credo siano assolutamente essenziali al fine di trovare la tua voce e, soprattutto, di liberarti delle tante influenze degli scrittori che ammiri (nel mio caso Yaakov Shabtai). Avevo così tanti incipit di grandi storie che poi non ho scritto, e fantastici racconti che nessuno ha compreso, e anche un romanzo finito che è stato rifiutato da tanti editori perché ‘Non sono riusciti a comprenderne la genialità’ (veramente faceva davvero schifo come romanzo). Ma poi, quando è arrivato il momento di ‘Batticuore’ ero a mio agio con le mie capacità e, soprattutto, coi loro limiti.

* La biblioteca d’Israele: Da donna ho trovato molto interessante come hai focalizzato, e quanto profondamente, la narrazione sui personaggi femminili. Non solo ne hai fatto il cardine della storia, ma, a parere mio, sono anche quelli che rendono Yonatan (uno dei protagonisti del romanzo) consapevole della perdita di senso e della mancanza di un percorso nella propria vita. Come mai hai deciso di mettere proprio le donne al centro della storia e di farne il centro emotivo di essa?

Yaniv Iczkovits: Onestamente ti devo dire che io vedo le donne come una speranza, ma la speranza non sta nel fatto che ci dovrebbero essere più donne degli uomini, ma piuttosto nell’infrangere e farsene beffe di questo mondo tutto al maschile (perché diciamolo che questo mondo è piuttosto ridicolo). Penso che Mira e anche Alex (due delle protagoniste del romanzo) stanno proprio facendo questo a Yonatan: fare a pezzi le sue fantasie e, naturalmente, c’è anche Yudit che reclama la sua femminilità.
Io vedo nelle donne una speranza perché sono più sensibili alle differenze che alle somiglianze. E’ ovvio che ora qui sto generalizzando, ma mentre gli uomini, spesso, cercano un terreno comune, le donne individuano le differenze. Questo le rende più attente ai dettagli. Mettiamola anche in un altro modo: gli uomini sentono di dover provare la loro unicità attraverso la carriera, il carattere, la forza, la saggezza etc. (mi anche io). E per questo fanno delle sciocchezze. Invece, il punto di osservazione da cui partono le donne è quello di focalizzare le differenze. Noi siamo tutti diversi per natura, e non ci sarebbe neppure bisogno di sforzarsi tanto per esprimere ciò che ci connota già individualmente. C’è già. E proprio per questo motivo penso che le donne si relazionino agli uomini (anche ai propri mariti) come delle madri che devono badare ai propri figli. Mi piace molto questo genere di donna, e credo che si possa imparare molto da loro. In aggiunta a tutto questo io credo che la prossima rivoluzione sociale possa davvero venire dalle donne. E questo perché oggi gli viene richiesto di vivere in questo impossibile mondo al maschile. Devono avere una carriera, essere madri perfette, rimanere magre, giovani e bellissime, e così mi sembra che stiano accumulando molta frustrazione. Tutto questo potrebbe portare un cambiamento bell’ordine sociale, e mi spingo a dire anche nella struttura e nella natura della famiglia.

* La biblioteca d’Israele: Il tuo libro mostra la lotta che l’individuo è costretto a condurre, non importa se donna o uomo, per adattare se stesso e la propria vita a quelle che sono le norme non scritte della società israeliana, ed è una storia profondamente pervasa da un senso di violenza. Ma pensi davvero che sia proprio questo l’atteggiamento della società israeliana di oggi?

Yaniv Iczkovits:Quanto ho scritto ‘Batticuore’ avevo intenzione di scrivere della violenza silenziosa presente nella società israeliana. Quel genere di violenza che si nasconde al di sotto della superficie: la violenza di stampo borghese. Questo tipo di violenza è repressa ricorrendo allo sforzo continuo di mostrare che siamo normali, che siamo a posto, e che Israele è una società che corre perfettamente sui binari dettati dalle leggi esattamente come ogni altro Paese etc.
Al fine di mantenere questa violenza ben nascosta sotto la superficie siamo costretti a reprimere parecchie cose: l’occupazione, il fatto che a soli 10 km dalle nostre case c’è una guerra che si sta svolgendo, che stiamo mandando i nostri figli a 18 anni in guerra, che l’economia parla di grandi risultati, numericamente parlando, ma che nei fatti solo poche persone si stanno arricchendo mentre la maggioranza rimane in forti difficoltà economiche e lotta per arrivare alla fine del mese. E noi dobbiamo nascondere tutto questo ai nostri figli perché loro non devono sapere dei 3 milioni di palestinesi che vivono in una terra di nessuno etc. E’ evidente che al fine di mantenere questa normalità la gente debba poi pagare un prezzo personale molto alto.
Yudit avverte che questo prezzo, nello specifico, è nel proprio corpo e nella propria famiglia. Scopre così che la sua vita personale, le sue emozioni più nascoste, sono controllate da regole che non comprende. Yonatan paga invece questo prezzo nelle sue relazioni interpersonali. Si distacca progressivamente da ogni senso di intimità, indifferente alla propria famiglia, al proprio padre che è malato, a sua moglie, e tutto quello che gli importa veramente sono le sue fantasie, in cui viene trascinato come un pedone in una partita di scacchi. Effettivamente, a ben pensarci, tutte le persone che formalmente dovrebbero essere considerate normali, sono poi nel libro piuttosto irrisolte ed estremamente violente.
Eppure, da quando ho scritto ‘Batticuore’ le cose sono cambiate in Israele in relazione a questa violenza silente di cui parlavo. Ciò che è successo è che questa violenza non è più affatto così sotterranea e silenziosa. E’ emersa completamente, è a disposizione di tutti. In questo momento mi trovi in uno stato di profondo pessimismo. Le cose che prima strisciavano sotto la superficie stanno scoppiando come il pus e niente riesce a porre un freno a tutto ciò. La nostra società sta diventando esplicitamente razzista, le persone non si vergognano più di esprimere idée terrificanti e questo è preoccupante. Ogni critica ad Israele è immediatamente percepita come antisemitismo e la memoria dell’olocausto è spesso profanata da interessi politici ottusi che non sono in grado di veicolare valore universalistico di stampo umanitario. Onestamente sono molto preoccupato che la società israeliana stia diventando sempre di più nazionalistica e religiosa. E quel che mi preoccupa ancora di più è che la classe media della società israeliana si sta abituando a rimanere confortevolmente inconsapevole, e che nulla riuscirà a tirarla fuori dalla routine delle proprie azioni.

* La biblioteca d’Israele : Possiamo dire che, in qualche modo, ‘Batticuore’ è un libro che ci parla di tanti tipi di distanza? Distanze geografiche, psicologiche, emotive che inducono un senso di apatia e di spaesamento nella vita dell’essere umano. Quali sono le cause di questa apatia, oggi, nella società israeliana?

Yaniv Iczkovits : L’apatia è sempre il risultato di un tuo porre un limite al tuo impegno nei confronti del mondo. Tutti noi siamo apatici in una certa misura, ma la domanda è dove posizioniamo i nostri limiti (L’Africa? Gli animali? I lavoratori immigrati? Le religioni diverse dalla nostra?). Ma c’è questa illusione, in Israele, che si possano davvero tracciare dei limiti artificiali, come ad esempio, quelli tra ebrei ed israeliani. Puoi dire ad esempio: noi dobbiamo occuparci di noi stessi, e che i palestinesi e gli arabi si occupino di se stessi. Ma guarda cosa accade a Yudit nella storia: lei se ne frega della politica. Non sa neppure cosa accade nei territori occupati, ma poi suo figlio Udi parte per il servizio militare proprio nei territori occupati in mezzo alla popolazione civile palestinese. E’ allora che Yudit comprende Udi si sta allontanando sempre di più e sta piombando nell’apatia. Lei sente distintamente che lo sta perdendo, anche se non sa cosa ha suo figlio in testa. Dopo questa esperienza nell’esercito Udi decide allora di partire per l’India e di trovarsi una famiglia adottiva. Ed è allora che tutto ciò che Yudit ha cercato di reprimere fino a quel momento le torna indietro sotto forma di eventi personali. Sostanzialmente il punto è questo: quando cerchi di tracciare un limite artificiale questo ti farà cadere nel momento in cui meno te lo aspetti. Anche perché, vedi, le distanze in Israele sono veramente ridicole. E’ tutto così claustrofobico. Ma da quando la situazione in Israele è così complicate, la gente è stanca di sapere come vanno le cose e di preoccuparsene. E’ come avere un dolore e farsi curare da un medico pessimo che ti dice di tenertelo il dolore, e che non c’è cura alcuna. E tu, invece di cambiare medico. Ti tieni il dolore e ci vivi assieme perché, anche se il dolore ti sta mangiando vivo tu sei stanco di passare da un dottore ad un altro, e quindi, provi a sopravvivere così.
Allo stesso modo, l’apatia non è solo un modo di relazionarsi verso persone differenti o differenti relazioni, ma penetra nella tua vita, in seno alla tua famiglia, nel senso che attribuisci alla tua stessa vita.
Quella stessa distanza è altresì percepibile nel linguaggio, nel modo in cui parli delle cose, di quali cose parli e di quali, invece, non intendi parlare affatto.
Le parole che usi sono il sottotesto nei tuoi discorsi. Ad esempio, nel libro Yudit scopre che tutti i suoi pensieri sono come vestiti di seconda mano, come se qualcun altro li avesse già indossati per lei, e Roiki, il figlio di Yudith ha sviluppato un vero e proprio problema col linguaggio, come se si stesse ribellando a queste parole già consumate. Yonathan avverte poi di non riuscire a parlare al proprio padre perché è come se si esprimessero in due lingue diverse. Dorfman parla addirittura al plurale, e tutti coloro che si muovono nel libro hanno problemi proprio con le distanze di tipo linguistico.
Spesso, a pensarci, non possiamo neppure parlarci l’un l’altro, non solo all’interno delle singole parti della società, ma nemmeno dentro alla nostra propria famiglia.

* La biblioteca d’Israele: Nel tuo libro parli di Verona. Ne hai parlato perché ci sei stato e ti è davvero piaciuta come città, o piuttosto perché è ormai una specie di simbolo dell’Amore, data la storia di Romeo e Giulietta

Yaniv Iczkovits : Ho deciso di scrivere di Verona perché l’ho visitata durante il mio viaggio in Europa. Sono stato in Italia tre mesi e Verona è stata forse, la seconda o terza città che ho visitato. All’inizio il mio viaggio è stato piuttosto turistico: me ne andavo in giro con la classica guida per turisti, stando attento a visitare tutti i posti consigliati, a bere il migliore espresso possibile in Italia e tutte le stronzate di questo tipo. Poi, a Verona, è successo qualcosa. Non ho davvero idea di che cosa sia accaduto realmente, ma quando ho visto la statua di Giulietta, e tutta quella gente che si faceva belle foto sorridenti al balcone, be’, ho capito che era arrivato il momento che assumessi un approccio differente e cominciassi a scoprire la città lasciandomi trasportare dai miei passi, smettendola di fare il mero turista. Solo allora ho davvero imparato a godermi il viaggio

* La biblioteca d’Israele: Quando prestavi servizio militare ti sei rifiutato di servire nei territory occupati, e così sei diventato un ‘Refusenik. A causa di questo tuo rifiuto hai passato 30 giorni in prigione. Udi (uno dei protagonisti di ‘Batticuore’) decide di andarsene in Idia terminato il servizio militare, e in effetti questa non è affatto una decisione poco comune, in Israele, in quanto parecchi ragazzi dopo il militare deicdono di andarsene lì o in America Latina. Pensi che lo facciano per riconquistare una specie di libertà, per godersi un po’ la vita, o in questa scelta è compreso anche un desiderio di trovare la propria identità?

Yaniv Iczkovits: Be’, è sempre molto difficile generalizzare. Alcuni ci vanno per le droghe e le feste, per sfogarsi. C’è anche da capirli. Se ci pensi hai vissuto i migliori anni della tua vita in un sistema molto disciplinato. Altri, invece, compiono una vera e propria ricerca spirituale. Ed è così che cominciano a praticare il buddismo, lo yoga, e leggono Hermann Hesse. Insomma, tutto quello che contiene le parole ‘’natura’’, ‘’respirare’, o ‘sé’. L’aspetto divertente di tutto questo è che questa specie di viaggi sono diventati una sorta di esperienza obbligatoria in Israele, qualcosa che devi assolutamente fare dopo la leva. Ed è così che si sono messe a punto tutta una serie di cose che devono assolutamente essere fatte: ciò che devi fare, le droghe che devi provare, le persone con cui devi stare, i posti che devi vedere. Alla fine, temo proprio che la ricerca dell’identità e il salvarsi la vita siano diventate parte della “what to do list”. Proprio come la guida che mi ero portato durante il mio viaggio a Verona e che era davvero una roba schifosa.

* La biblioteca d’Israele: Ti faccio esattamente la stessa domanda che ho fatto anche ad Aharon Appelfeld: ‘’Come dovrebbero relazionarsi i giovani israeliani al passato al fine di costruire qualcosa in cui l’identità, la memoria e il future possano essere mescolati assieme? E soprattutto è una operazione possibile?’

Yaniv Iczkovits:Questa è una domanda piuttosto difficile, ma ci sono sicuramente un po’ di cose che possiamo fare. Innanzitutto possiamo guardare al passato e riconoscere ciò che è successo, anche quelle che ci creano disagio. Intendiamoci, io sono un sionista entusiasta di esserlo, nel senso che credo fortemente che dopo quello che è accaduto nel corso della seconda guerra mondiale, gli ebrei hanno pienamente diritto al loro Stato. E’ finito il tempo di essere cittadini indifesi di Paesi altri. La storia stessa ce l’ha provato. Ma poi, oltre a questo, dobbiamo anche riconoscere che questo Stato ha anche causato ingiustizie sia alla regione che alla popolazione locale. Se non riconosciamo questo, allora, non c’è alcuna possibilità per noi di fare altro nel futuro perché ci affidiamo a false supposizioni. Questo, tuttavia, non significa affatto che le sofferenze in questione siano parallele, e che Nakba sia pari all’olocausto, ma che, piuttosto, dobbiamo prendere coscienza degli errori commessi nella creazione del nostro Stato. Dobbiamo dire agli arabi: ebbene, abbiamo fatto molti errori e li vogliamo correggere. Riconosciamo il vostro dolore e la vostra sofferenza, e le vostre case che avete perso e la vostra proprietà, così come l’impossibilità di continuare l’occupazione e di mantenere gli insediamenti. D’altro lato, però, abbiamo intenzione di rimanere, non abbiate nessun dubbio in merito. Pertanto, cerchiamo di costruire un futuro partendo da qui.
Se reprimiamo le cose che ci provengono dal passato o cerchiamo di giustificarle facendoci accuse reciproche, allora non costruiremo mai la fiducia. E io credo che tutti i problemi in Israele siano fondamentalmente problemi di fiducia.
Noi non vogliamo conoscere la loro storia partendo dal passato.
Loro non voglio conoscere la nostra storia partendo dal passato.
Per questo motivo loro ci sembrano gente irrazionale e noi sembriamo loro gente irrazionale. E come puoi pensare di metter su negoziati con gente irrazionale?

E così il risultato, in tutta questa situazione, è una fortissimo inclinazione al fanatismo religioso e ad un nazionalismo di tipo estremistico. Inoltre, è importante notare che tutte queste situazioni non hanno un precedente nel passato. Non sono affatto parte della storia. In pratica sono collegate a convinzioni fortemente ideologiche ma non lasciano spazio al dialogo in alcun modo. Questo è quel che succede quando non guardi al tuo passato con un coraggio sufficiente a conoscere i lati meno piacevoli di te stesso. Esattamente ciò che accade quando ti poni da una prospettiva limitata rispetto al passato. Questo accade anche nella tua vita, è lo stesso. Quando ti fermi a riflettere su te stesso, hai veramente la voglia di conoscere I lati oscuri del tuo carattere? Vuoi davvero prendere coscienza della tua invidia, rabbia, tristezza, del tuo ego che è parte di te stesso, o preferisci ignorare tutto e reprimere?.


* La biblioteca d’Israele: Mi parli dei tuoi prossimi progetti?

Yaniv Iczkovits:Dopo ‘Batticuore’ ho pubblicato un altro romanzo “Adam and Sophie” che si confronta in particolare con il tema della memoria: sulla relazione tra ricordare e dimenticare: il modo in cui le cose ci tornano alla mente e, quando ci capita di dimenticarle, per quale motivo ciò accade, infine, il modo in cui la memoria viene profondamente modellata dal presente e come essa stessa lo modella . Ad esempio, uno dei protagonisti è un sopravvissuto dell’Olocausto, e inizia progressivamente a dimenticare ciò che è accaduto nel suo passato (è successo davvero ad un membro della mia famiglia), ma questo non gli impedisce affatto di continuare a parlare dell’Olocausto ai bambini a scuola.
Un altro progetto si è appena concretizzato nella pubblicazione di “The Laws of Succession” che parla di un perito immobiliare che viene licenziato perché infelice (oggi non basta solo lavorare, devi anche essere felice del lavoro che fai) e anche se sembra che la sua vita stia letteralmente cadendo a pezzi, alla fine, si scopre che in realtà lui sta resistendo e difendendosi, ma in un modo tutto suo. Questa storia, in particolare, è sulla necessità di mantenere un proprio senso di dignità, specialmente di questi tempi in cui ci viene richiesto di rimanere in silenzio e accettare tutto. La dignità personale e l’importanza dell’ego, dal mio punto di vista, sono temi parecchio sottovalutati. Molte persone, specialmente quelli che si atteggiano a spirituali, ci dicono che non dovremmo assecondare il nostro ego. Ma l’ego è la forza della nostra vita. L’ego ci fa diventare ciò che siamo. Può essere che delle volte debba venire modificato, ma non di certo represso .
In ultimo, i miei prossimi progetti comprendono un romanzo sulla virilità. Penso proprio che sarà molto più diretto, perché mi sembra proprio che i tempi stiano diventando sempre più definitivi e drastici. Ho appena iniziato a scriverlo, ma mi sta già conducendo su degli interessanti sentieri narrativi inesplorati che davvero non mi sarei aspettato di intraprendere.

Biografia di Yaniv Iczkovits

Yaniv Iczkovits è nato a Rishon LeZion, Israele, nel1975. He served in nel corpo scelto dei paracadutisti come ufficiale combattente. Dopo l’eservito ha viaggiato in India, Napoli e il Tibet. Dopo aver completato gli studi universitari nel programma interdisciplinare per studenti meritevoli dell’università di Tel Aviv, ha conseguito un MA in filosofia e ha studiato per un anno a oxford. Nel 2002 è stato tra i primi firmatari della “combatant letter”, che dichiarava il suo rifiuto, e quello di molti altri riservisti, di servire nei territori occupati. Per questo ha trascorso 30 giorni in un carcere militare. Ha conseguito il Ph D. in filosofia alla università di Tel Aviv University sviluppando il tema della dimensione etica nel pensiero di Ludwig Wittgenstein’s, e all’università di Tel Aviv ha poi anche insegnato per 8 anni. Oggi sta svolgendo il Postdoc alla Columbia University di New York.

Iczkovits ha conseguito l’Haaretz Prize for Debut Fiction per il suo romanzo Batticuore (2007), e il Prime Minister Prize per il suo secondo romanzo Adam and Sophie (2010). Ha di recente pubblicato The Laws of Succession.

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The library of Israel: Well, first of all ‘Pulse’ (‘Batticuore’ in the Italian translation) is your first book, and it is very mature, as it really gave me the impression that you dare to delve into the depth of things, that you don’t fear complexity. In fact, the emotive and psychological relations between the characters are quite articulated and complex, can you tell me how long did it take you to write this book?

Yaniv Iczkovits: I cannot tell you how long it took me to write this book, because writing for me has no definite beginning, although it has a definite end. The idea of ‘Pulse’ begun with a very small scene from the book, in which I’ve pictured the protagonist, Yonatan, who gets the opportunity to fulfill his wildest sexual fantasy, but suddenly, in real life, his fantasy becomes a nightmare. I was very much interested in the disappointing experience of fulfilling a fantasy in real life. You see it a lot when people describe their vacations: it is always the perfect vacation, the perfect place, great food, great hotels. I’ve rarely heard someone coming back from a vacation telling everyone it was actually boring, because many people tend to perceive everything in terms of success or failure. Even in our vacations we have to succeed. It made me think a lot about how everything in our lives is measured in terms of failure and success. I then begun to think about all these hidden rules, the rules that each of us lives by: the hidden rules we have in our families, in our jobs, in our perception of ourselves, and even in the feelings that we are supposed to be sharing in marriage, friendships etc., or else we fail to live normally. And then came Yudit, the other protagonist, who senses a stranger living in her body, and this stranger is doing with her whatever he wishes, telling her what to do and who she really is. She then realizes that all the people around her, who are basically trying to help her, really perceive her illness as a failure, which means that we even have to succeed in our emotions. We must have the right emotions or else…
So this is how I begin to write, by not writing at all. In fact, I kind of force myself not to write, because I know that writing would eventually come when the time is right. What is the right time? I cannot really point a specific moment. I think that I’ve been rolling the characters of ‘Pulse’ for around two or three years before I actually wrote them. I decided then that depth is not only a matter of time, but it is most importantly a matter of space, of a better perspective. I felt that I couldn’t write the book in Israel, and that I needed to be completely isolated. I think it has something to do with cowardliness. I couldn’t write as I imagined in Israel because I was always careful not to hurt anyone in my surroundings. And when I realized that it doesn’t work, I knew that I have to go some place else in order to say what I wanted to say.
So I went to India because it was cheap and quiet. I settled in a small village, starting to work 8 hours a day, which became 12, and then 16, and then I lost count because I actually lived in my book. So it took me six months to come back to Israel with the first six chapters and no money at all, and then I continued to write the next chapters for about two years. The novel was completed after 3 years.
I would also say that ‘Pulse’ is the first book I’ve published, but it is not the first book I’ve written. I believe one shouldn’t see these barren attempts as failures. They are essential to finding your own voice, and especially, getting rid of influences from writers you admire (for me it is especially Yaakov Shabtay). I had so many beginnings of great novels that were never actually written, magnificent short stories that no one understood, and even one completed novel that was rejected by most publishers because they “failed to acknowledge its genius” (it was a really bad novel). But when I came to write ‘Pulse’ I was already familiar with my skill, and most importantly, with its limits.

*The library of Israel: Being a woman I’ve also found interesting how much, and how deep, you focused on female characters. Not only they’re prominent in the story, but somehow, in my opinion, they also make Yonatan (who is one of the main character of the story) conscious of his lost path and the lack of sense in his life. So why have you decided to make of them, somehow, the emotive core of the story?

Yaniv Iczkovits: I admit that I see in women a kind of hope, but the hope is not in being more man than men, but it is in shattering and laughing about this manly world (because it is quite a ridiculous world). I think that Mira and Alex (in her way) are doing it to Yonatan, breaking his fantasies into pieces, and of course, Yudit who struggles to reclaim her women-hood. I see hope in women because I think that they are more sensitive to the differences rather than the similarities. This is of course a brute generalization, but while men often seek common ground, women will spot the differences. This makes women more attentive to details. We can put it differently: some men feel they have to prove their uniqueness through their career, character, strength, wisdom, etc. (including myself). It makes them do crazy things. But the starting point for women is that of difference. We are different by nature. There is no need to go into a lot of effort to express our distinctiveness. It is already there. So I think that some women look at men (even at their husbands) like mothers are looking at their children. I like this kind of women. you can learn a lot from them.
In addition, I believe that the next social revolution will come from women. This is because women today are required to live in an impossible manly world. They are required to have a career, be perfect mothers, remain skinny, stay young and cool, and it seems that women are justly accumulating a lot of frustration. It could probably bring about a change in the social order, and I even dare to say in the structure and nature of a family.

*The library of Israel: Your book shows the struggle of the individual to adapt himself, no matter if a man or a woman, to the unwritten norms of Israeli life; and it is pervaded by a sense of deep violence. Do you really think that it is the attitude of Israeli society nowadays?

Yaniv Iczkovits: When I wrote ‘Pulse’ I wanted to write about the silent violence in Israeli society. It is the violence under the surface: the bourgeois violence. This violence is repressed by a constant struggle to show that we are normal, that everything is o.k., that Israel is actually a perfect normative society, like any other country, etc. In order to maintain this violence under the surface we have to repress so many things: the occupation, the fact that 10 kilometers from our homes there is a war going on, that we are sending our children to the army when they are 18, that the economy looks great in numbers but very few people are becoming rich and most people are staying poor and struggling each month, that we have to hide all of this from our children because we don’t want to tell them about the 3 millions Palestinians who are living in no country, etc. It is perfectly clear that in order to maintain this normality, people have to pay a huge personal price. Yudit feels this price in her family and in her body. She finds out that her personal life, her innermost feelings are controlled by rules she doesn’t even understand. Yonatan is paying this price in his interpersonal relations. He is becoming detached from any sense of intimacy, indifferent to his family, to his sick father, to his wife, and all he cares about is some fantasy that he is led into like a pawn in a chess game. In fact, all the so called normal people in the book are quite insane and extremely violent.
But since I wrote ‘Pulse’ I think that something happened in Israel in relation to this silent violence. What happened is that this violence is not silent anymore. It is completely on the surface, opened for everyone. In fact, you catch me at a time that I’m extremely pessimistic. Things that were always under the surface are now bursting out like mus, and there is no one to stop it. Our society is becoming explicitly racist, people are not ashamed anymore to express dreadful ideas, and this is really worrying. Every criticism on Israel is immediately interpreted as antisemitism, and the memory of the Holocaust is being often violated by political narrow interests instead of universal humanistic lessons. To be honest, I’m really concerned that Israeli society is becoming more and more nationalistic and religious. And what worries me the most is that the mainstream of Israeli society is so used to being comfortably numb, that it seems that nothing could throw them of their routine to take action.

*The library of Israel: May we say that ‘Pulse’ is also a book about distances? Geographical distances, psychological distances, emotive distances that induce a sense of apathy and loosening in human life. What are the causes of this apathy, today, in the Israeli society?

Yaniv Iczkovits: Apathy is always the result of setting a limits to your engagement with the world. We are all apathetic to a certain extent, and so the question is where do we set our limits (Africa? Animals? Foreign workers? Other religions?). But there is an illusion in Israel that you can draw certain artificial limits, like the limit between Jews and Arabs. For example, you say: well, we have to care about ourselves, let the Palestinians and the Arabs take care of themselves. But then see what happened to Yudit: she didn’t care about politics. She didn’t even know what is going on in the occupied territories. But then her son Udi joined the army and went to serve in the occupied territories in the midst of a civil Palestinian population. Yudit suddenly realized that Udi is becoming more and more distant and apathetic. She felt like she was losing him. She didn’t know what’s going on in his head. After his experience in the army, Udi decided to stay in India and adopt a new family. So everything that Yudit has tried to repress came back to her in the most personal form. Basically, when the limit you try to draw is artificial, it would come back to you where you least expect it.
Because you see, the distances in Israel are absolutely ridiculous. It is so claustrophobic. But since the situation in Israel is so complicated, people are tired from knowing about it or being concerned about it. It is like a pain you have in your body, and you have a really bad doctor, and he tells you that there is no cure and you’ll have to get used to it. But instead of going to a different doctor, a better one, you simply try to live with it. And even though you are ill, and this illness is eating you alive, you try to live with it because you are tired from doctors. So apathy is not only a relation towards other people or different situations, it also penetrates your innermost personal life, your family, the sense you make of your own life.
It is also a distance you make in your language, in how you talk about things and what things you are not willing to talk about. What kind of words you use, and what is the subtext in your words. For example, Yudit discovers that all her thoughts feel like used clothes, second and third hand clothes, as if someone already wore them for her, and Roiki, Yudit’s child is having troubles in his speech, as if he is rebelling against this used language, and Yonatan feels like he cannot speak to his father, that they speak two different languages, and Dorfman is speaking in the plural, and everyone in the book has issues with linguistic distances. We often cannot even talk to each other, not only within various parts of society, but within a family.

*The library of Israel: You also write about Verona in your book. Have you written about it specifically because you’ve been there and you’ve also enjoyed the place, or because it is some kind of a symbol of love, due to the story of Romeo and Juliet?

Yaniv Iczkovits:I’ve written about Verona because I’ve visited there during my traveling in Europe. Actually, I’ve traveled in Italy for three months and Verona was maybe the second or third place I visited. At the beginning of my trip I was very “touristic”: walking with a boring guidebook, marking all the “recommended” places, drinking the “best” espresso in Italy and all this bullshit. And then, something happened in Verona. I don’t know what it was, but when I visited the Juliet statue, watching all the people taking their smiley snapshots on the balcony, I realized that I have to take a different approach and be more of a wanderer and less of a tourist. It was only then that I really learned to enjoy traveling.

*The library of Israel: You refused as a soldier, to serve in the occupied territories, becoming a ‘Refusenik, and due to this objection, you spent 30 days in jail. Udi, in the story, decides to go off to India after the military service, and that’s not so uncommon, as many youngsters decide to fly off to India or South America. Do you think that they do it just to breathe freely, to savour life, or somehow that’s also a quest for identity?

Yaniv Iczkovits: Well it is very hard to generalize. Some people really go for the drugs and the parties, blow of some steam. You could really understand it. I mean, they spent their best years in a very disciplined system. Others go for a more spiritual quest. They get into Buddhism, Hinduism, Yoga, Herman Hesse, whatever involves words like “nature”, “breathing” or “self”. It is funny because these kinds of trips have almost become in Israel a kind of convention. I mean, it is something that you are supposed to do after the army. So there are all kind of practices that have been developed accordingly: things you have to do, drugs you have to try, people you have to be with, places you need to see. So I’m worried that the quest of identity and the life savior stuff are also becoming part of the “what to do” list. It is just like the guidebook I had in Verona which was really lousy.

*The library of Israel: I’m going to ask you the same question I made to Mr Aharon Appelfeld: ‘’How should young people relate to the past in order to build something in which identity, memory and future can be mixed up together?. Is it possible to do it?’’

Yaniv Iczkovits:This is a very hard question, but there are a few things we can do. We can look at the past and recognize everything that happened, even things that will make us feel extremely uncomfortable. I mean, I’m an enthusiastic Zionist in the sense that I strongly believe that after what happened in WWII, Jews are completely entitled to their own state. No more being weak citizens in other countries. History has proved it for us. But then, we have to see that this state has brought enormous injustice to the region and to its local people. If we don’t see that, we cannot build anything in the future, because we are relying on false suppositions. This doesn’t mean that the suffering is parallel, or that the Nakba is like the holocaust, but it does mean that we have to acknowledge the mistakes that were made in creating our state. We have to say to the Arabs: look, we made a lot of errors and we wish to correct them. We acknowledge your pain and suffering, we acknowledge your lost homes and property, we acknowledge the impossibility of maintaining the occupation and the settlements. On the other hand, we are here to stay, no doubt in that. So let us see how we can build a future from here.
If we repress things from the past, or try to justify them by mutual accusation, we can never build trust. And I believe that all the problems in Israel are problems of trust. We are not willing to acknowledge their story from the past. They are not willing to acknowledge our story from the past. And so, they seem irrational to us, and we seem irrational to them. And how can you negotiate with irrational people? So the upshot of this situation is a strong inclination towards fanatic religion and extreme nationalism. And note that all of these institutions don’t really have a past. They are not really part of history. They have very strict ideologies but no possible dialogue. And this is what happens when you don’t look at the past with the required courage to acknowledge unpleasant things about yourself. This is what happens when you set a limit at your perspective on the past. I mean it is just like looking at your own life. When you think about yourself, are you willing to acknowledge the dark parts in your character? Are you willing to realize your envy, greediness, desires, anger, sadness, ego as part of who you are, or you just ignore it or repress it.

*The library of Israel: Can you please tell me about your next projects?

Yaniv Iczkovits:Well, since ‘Pulse’ I’ve published another novel called “Adam and Sophie” which really deals with questions of memory: on the relation between remembering and forgetting: how we remember, and when we forget, and how the memory is shaped by the present and shapes the present. For example, one of the protagonists is a Holocaust survivor who begins to forget what happened in the past (it really happened to someone in my family), but it still doesn’t prevent him from continuing giving his Holocaust testimony to children at schools.

Another project was a novella I just recently published “The Laws of Succession” which is about a real estate appraiser who is fired because he is unhappy (today we are not simply required to work, we are also required to be happy at our work), and although it seems that his life are falling apart, it turns out that he is fighting back in his own way. This is really a story about maintaining our sense of self dignity, especially in times that we are required to keep silent and take it all. Self dignity and ego, in my view, are being underestimated. Many people, especially spiritualists of different kinds, tells us that we shouldn’t act out of ego. But an ego is the force of life. It is what makes us who we are. It should be modified sometimes, but it must not be shut.

My next project would be a novel about manhood. I suspect it would be much more direct and forthcoming, since I really think that times are becoming more and more drastic. I just started to write it, but it is taking me to some very interesting paths that I didn’t previously explore.

Biography:

Yaniv Iczkovits was born in Rishon LeZion, Israel, in 1975. He served in an elite paratrooper unit as a combatant officer. After the army he went traveling in India, Naples and Tibet. After completing undergraduate studies in the interdisciplinary program for outstanding students at Tel Aviv University, he earned an MA in philosophy and studied for a year at Oxford University. In 2002, he initiated the “combatant letter”, which declares his and many other reservists’ refusal to serve in the occupied territories. He was sent to military jail for 30 days. He completed his Ph D. in philosophy at Tel Aviv University on the ethical dimension in Ludwig Wittgenstein’s thought, and taught in Tel Aviv University for 8 years. Presently, he is conducting Postdoc research at Columbia University in New York.

Iczkovits received the inaugural Haaretz Prize for Debut Fiction for his novel Pulse (2007), and the Prime Minister Prize for his second novel Adam and Sophie (2010). He recently published a novella called “The Laws of Succession”.

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