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Il libro dell’ignoto di Jonathon Keats (Recensione di Benedetta Tobagi – La Repubblica)

11 gennaio 2011

Come sono belle le storie dei giusti nell’era digitale

Capita, talvolta, nel mezzo dell’ordinaria frenesia di una giornata, di bloccarsi un istante e compiere un gesto insolito, come alzare gli occhi verso l’alto, senza uno scopo preciso, e scoprire un rettangolo di cielo. la sospensione inattesa dà accesso a una dimensione di pensiero diversa, come l’incontro con certe poesie. Alcuni libri fanno lo stesso effetto, è il caso dei dodici racconti de “Il libro dell’ignoto. Storie dei 36 giusti” (Giuntina), originale variazione sul tema della leggenda ebraica secondo cui trentasei donne e uomini, ignoti al mondo e persino a se stessi, salvano ogni giorno la terra dal rischio della furia distruttiva di un dio disgustato dal male compiuto dagli uomini.
Autore è il poliedrico Jonathon Keats, romanziere, opinionista di “Wired”, esperto di tecnologie e nuovi linguaggi nonché artista concettuale, autore di provocazioni brillanti, dalla banca dell’antimateria al big bang come orgasmo divino. Keats ha il talento del narratore, le storie dei “suoi” giusti sono favole sospese tra il fantastico e il realismo minuto del quotidiano, come quadri di Chagall. Ambiantati in tanti shtetl (i villaggi ebraici premoderni dell’Europa orientale) immaginari, vibrano dell’anima sottile di quel mondo scomparso e rivisiatno la tradizione talmudica con una sensibilità tutta del XXI secolo. La scrittura è misurata, allusiva, poetica e insieme dissacrante, come si conviene alla tradizione dei racconti ebraici (attinge a piene mani all’eredità del premio Nobel Isaac Singer). Un gioco accademico erudito fornisce il pretesto narrativo: il manoscritto sarebbe frutto delle ricerche di uno studioso affermato che per seguire il richiamo di una misteriosa pergamena si metterà sulle tracce degli eredi dei 36 giusti: perderà la posizione, il prestigio, la credibilità, forse la vita, per accostarsi alla dimensione di mistero che ogni esistenza sempre contiene, ma è destinata a rimanere inaccessibile a chi si confina nel raziocinio o nell’erudizione filologica. Per non stuzzicare l’ira divina, i nomi ritrovati sono celati da lettere dell’alfabeto ebraico: ciascuna è una storia.
Le vite dei giusti incespicano senza volerlo in temi universali, l’amore, la morte, la speranza di salvezza, la guerra, ma anche, in controluce, le nevrosi contemporanee. L’incanto si mescola con la disperazione, eventi atroci sono sintetizzati in poche righe, con lo stesso pudore che userebbero i personaggi per alludervi. Percorsi iniziatici di sofferenza ed emarginazione trovano soluzioni inedite, senza tracce di pietismo consolatorio. Costante l’effetto di spaesamento: i giusti sono gli scarti della società. Sono Dalet il ladro, Vav la sgualdrina, Bet la veggente bugiarda, Aleph l’idiota, Tet il fannullone a innescare involontariamente un meccanismo di trasformazione profonda che coinvolge l’intera comunità del villaggio. Il limite e la mancanza sono l’esperienza necessaria di ogni maturazione. “Il destino è un caso”, esordisce la prefazione, sono i bisogni e gli errori a mettere in mto le macchine potenti del destino: come vuole l’ebraismo, l’uomo è co-artefice, non mero strumento di un disegno provvidenziale, in una costante tensione dinamica tra volontarismo e accettazione.
Chi direbbe mai che la bellissima Chaya, erede della prodigiosa sapienza del padre rabbino, abbia da imparare da quel marito idiota di cui non sopporta d’essere tanto innamorata, attraverso l’intervento apparentemente malefico di un dybbuk, un demone? Oppure che un paese ricco e ordinato abbia bisogno di passare attraverso il caos del gioco d’azzardo e una stagione di abbandono per arrivare a una dimensione di vita matura e flessibile? Che serva il figlio bastardo di una prostituta molto simile a Bocca di Rosa perché l’abitudine alla menzogna venga rigettata da un’intera comunità? La purezza s’annida nel suo contrario, le esperienze di rottura, viatico per l’autenticità, ignorano o capovolgono le convenzioni, il senso comune di ciò che dovrebbe essere buono. La strada, anche quando non è tragica, è sempre tortuosa, e soprattutto solitaria.
L’amore è narrato con intensità, in una fitta trama di incontri fatali che capovolge i cliché romantici con delicata ironia. Amore come capacità di abbandonare una parte di sé per far spazio all’altro e insieme istinto carnale: nel solco che dal Cantico dei Cantici arriva a Singer, sesso e desiderio sono imprescindibili, spesso sono addirittura ciò che consente il compimento di un’evoluzione spirituale. Affascinante pure il filo di riflessione sul vuoto, incubo contemporaneo per eccellenza. E’ nel vuoto creato da un apparente maleficio che Aleph e Chaya impareranno ad amarsi compiutamente; i furti di Dalet insegneranno agli abitanti di un paese che ha perso l’anima a riscoprire i desideri autentici, a cominciare dal semplice e simbolico godimento del pane fresco.
Lasciatevi trovare da queste storie, percorretele come un esercizio di meditazione laica, una crepa da cui lasciar filtrare pensieri sottilmente disturbanti, am preziosi. Come recita la massima talmudica in esergo: “Non disprezzare nessuno e non ritenere nulla impossibile, poiché ogni uomo ha la sua ora e ogni cosa al suo posto”.

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