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L’anno prossimo a Tel Aviv (Fiammetta Martegani ,Peacereporter 29/12/2010)

7 gennaio 2011

Dal nome biblico, all’attuale punto di riferimento per la comunità lgbtq. Una città che rimane fedele allo spirito originario d’Israele

Se esistesse una macchina del tempo, quanti desidererebbero potersi catapultare impovvisamente dalla più antica culla del monoteismo al centro dell’edonismo del Mediterraneo?

La macchina del tempo esiste già: si chiama sherut, ed è un taxi collettivo che percorrendo 50 chilometri in 50 minuti porta da Gerusalemme, capitale della Holy Land, alla Sin City, fondata nel 1909 ai piedi dell’araba Jaffo, e battezzata col toponimo biblico di Tel Aviv (Ezechiele, 3:15) che letteralmente sta a significare «collina della primavera», ma che dal punto di vista simbolico rappresenta soprattutto il luogo d’incontro tra antico, ovvero la mitologica montagna biblica Tel, e moderno, rappresentato dall’arrivo della primavera, Aviv.

Per questa ragione Nahum Sokolov, uno dei più illustri leader sionisti del XIX secolo, decise di ultizzare questo toponimo al fine di tradurre in ebraico il manifesto del sionismo moderno: Altneuland, scritto nel 1902 dall’ideatore e visionario dello Stato di Israele, Theodor Herzl.
In quest’opera rivoluzionaria, il padre del sionismo moderno illustra in modo pionieristico la sua visione politica laica e democratica relativa allo Stato del popolo ebriaco nella «Terra di Israele», sottolineando il valore irrinunciabile di una società ebraica aperta: “fondata sull’idea che noi siamo il prodotto comune di tutte le nazioni civilizzate. […] Sarebbe immorale se mai decidessimo di escludere qualcuno da questo progetto, a prescindere dalle proprie origini, opinioni e credenze politiche o religiose. […] C’e’ un unico modo per farlo: la piu’ totale tolleranza”.

Nell’attuale Israele questo ruolo é stato assolto, fino ad oggi, in modo esemplare da Tel Aviv, città che ancora non esisteva ai tempi in cui Altneuland fu tradotto da Sokolow in Tel Aviv, ma il cui titolo divenne ispirazione per fondare la prima città «ebraica», e, in quanto tale, radicalamente diversa rispetto alla «giudaica» Gerusalemme.

La narrativa liberal-sionista del XX secolo ha così ampliamente contribuito a costruire e mantenere il ruolo secolare della città di Tel Aviv all’inerno della società israeliana, facendone, a partire dagli anni Novanta, il centro di riferimento per la comunità LGBTQ (lesbo, gay, bisex, transgender e queer) non soltanto ebraico-israeliana ma di tutto il Medio Oriente.

La svolta è cominciata nel 1993, quando in occasione della prima Pride Parade irsaeliana, non a caso organizzata a Tel Aviv, il colonnello Uzi Even decide di partecipare sfilando in uniforme militare e per tale ragione viene arrestato e sospeso dal suo servizio. Ciò spinge l’allora premier Yitzhak Rabin a mutare la legislatura militare relativa all’omosessualità, decretando in modo ufficiale il diritto della comunità omosessuale a poter prendere parte al servizio militare, per altro obbligatorio per donne e uomini fin dal 1948, ovvero dallla nascita dello Stato di Israele. Sei anni piu’ tardi lo stesso Even diverrà il primo membro ufficilamente omosessuale a far parte della Knesset, il parlamento israeliano.

Tuttavia, più che la Knesset, un ruolo decisivo nel rappresentare i diritti della comunità LGBTQ israeliana è stato rivestito, soprattutto nell’ultimo decennio, proprio dalla municipailtà di Tel Aviv, che dal gennaio 2008 ha istituzionalizzato il primo LGBTQ Community Center nel mondo ad essere interamente finanziato grazie al contributo diretto dei cittadini.

Negli stessi anni, la comunità LGBTQ di Tel Aviv diventa protagonista anche del picccolo e grande schermo israeliano, grazie in particolare alla coppia Eitan Fox – Gal Uchovsky, uniti oramai da diciotto anni nel lavoro e nella vita, e icone a livello internazionale della Tel Aviv gay.
Dal 1997 al 2000, infatti, sono stati rispettivamente regista e sceneggiatore di Florentin, la prima serie televisiva israeliana volta a rappresnetare la vita della comunità LGBTQ di Tel Aviv nel quartiere omonimo, considerato la nuova Soho di Tel Aviv, frequentato principalmente da studenti, artisti e più in generale dalla sempre piu’ dilagante comunità hipster.

Nel 2006 e’ la volta del primo lungometraggio della coppia dedicato allo stile di vita spensierato e anticonformista di chi vive nella “bolla”, ha buha, termine con cui gli israeliani tendono a fare riferimento alla peculiare dimensione bohemian e liberal che caratterizza Tel Aviv rispetto al resto del Paese: una bolla che tuttavia, in quanto tale, è sempre precaria per definizione, e quindi anche destinata a scoppiare da un momento all’altro. The Bubble racconta, infatti, le storie di un gruppo di coinquilini che condividono lo stesso appartamento a Tel Aviv, negli anni della seconda Intifada.

Aldilà del complesso spaccato storico-politico, il film celebra una vera e propria love song nei confronti della città, come luogo di incontro tra diverse alterita’: ebrei e musulmani, donne e uomini, gay e straight, che, in comune, vivono tutti l’esperienza dell’amore, prima di tutto nei confronti di Tel Aviv.
Un amore che si respira ogni giorno camminando per le strade della città, dove donne e uomini di ogni gusto estetico e sessuale possono esprimere liberamante e senza troppe etichette o ideologie, il proprio stile di vita metrosessuale, frequentando gli stessi luoghi e locali hipster praticati anche da straight, e facendo di Tel Aviv uno spazio queer dove identità differenti non si scontrano lungo i confini rigidi tracciati quotidianamente sulla carta del Medio Oriente, ma altresì si incontrano in uno spazio comune, dove è possibile costruire (e talvolta ricostruire) la prppria identità, come in un collage infinito i cui pezzi continuano a cambiare.

Parafrasando il testo biblico, “l’anno prossimo a Tel Aviv!”: un utopia che diventa realtà, come quella immaginata da Herzl ormai più di un secolo fa e che forse un giorno, neanche troppo lontano, potrà essere davvero meta di tutti coloro che amano questo Terra, luogo millenario di incontro di Civiltà.

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