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Le Parole di Yehoshua e Amos Oz: un Nuovo Vocabolario Morale (Filippo la Porta, Corriere della sera del 13/12/2010)

16 dicembre 2010

Forse il merito principale degli scrittori israeliani consiste nell’ aver reinventato il nostro vocabolario morale.
Abraham Yehoshua, grande romanziere cui è stato conferito il premio Cardarelli per la Critica, ha voluto sottolineare ieri a Tarquinia (sede del premio) il valore della normalità. Un tema cruciale, già presente alla sua riflessione nell’ Elogio della normalità del lontano 1991 (ma in verità i suoi illuminanti libri di saggi – letterari, politici, civili – sono ancora troppo poco conosciuti dal lettore italiano). Storicamente per un ebreo, ricordava Yehoshua nella conferenza stampa, la parola «normale» equivale poco meno che a un insulto: sinonimo cioè di piattezza, standardizzazione, omologazione. Mentre dovrebbe evocare secondo lui un pluralismo ricco e maturo, una convivenza civile pacifica (che ci permetta di scegliere liberamente il modo di vita che preferiamo).
Così qualche anno fa Amos Oz in Contro il fanatismo ci aveva invitato a rivalutare il concetto di compromesso, generalmente screditato e considerato espressione di disonestà. Per Oz invece il compromesso è essenzialmente vita, confronto con la realtà (nella quale spesso un diritto si fronteggia con un altro diritto – vedi il conflitto mediorientale – e, come sappiamo, il tragico nasce dal fatto che ognuno ha le sue ragioni): dunque il contrario del compromesso non è l’ idealismo ma il fanatismo, la morte.
Per capire il significato innovativo, e anzi felicemente «eversivo», di queste posizioni basti guardare alla cultura italiana degli ultimi decenni e alla nostra irresponsabile retorica del nomadismo.
Quanti elogi estetizzanti dell’ esilio e dello sradicamento. Quante apologie dell’ instabilità, di una «anormalità» vertiginosa, dell’ essere tout court destabilizzati. E perlopiù chi fa questi elogi vive esistenze protette, confortevoli e prive di qualsiasi rischio reale. Oz e Yehoshua, con la loro esperienza drammatica di situazioni conflittuali, spesso estreme, ci ricordano tra l’ altro che una vera radicalità risiede in una rilettura delle parole che usiamo e delle mitologie fasulle che producono. Filippo La Porta

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