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Incontro con David Grossman (I racconti del Camerino di Paolo Maria Noseda – Camerino Rosso)

15 dicembre 2010

Ai lettori di questo articolo chiediamo di lasciare traccia del loro gradimento per la serata che ha avuto come ospite David Grossman nel blog stesso della trasmissione di cui indichiamo di seguito il link. In questo modo, lasciando un feedback positivo, aiutiamo la redazione di ‘Che tempo che fa’ a scegliere i propri ospiti. Ogni feedback è una possibilità in più che Grossman venga presto di nuovo invitato in trasmissione.
http://chetempochefa.blog.rai.it/2010/12/13/il-piccolo-ben/

Di Paolo Maria Noseda

Zaa Tovim! Ani Samearh, she hanak nu, ov dim bèhiakàd ha herev!, che sarebbe poi come dire: Ti auguro la pace! Buon pomeriggio a te, sono felice di lavorare con te ancora.
Sorride, David, come il suo piccolo Ben del libro l’Abbraccio, quando gli dico, proprio come un bimbo che gorgoglia le sue prime parole, che questo è il mio regalo per lui per la festa di Hannuka, la festa della luce, la festa di Orah, Luce appunto, la donna che anima il suo ultimo libro, timida come un cerbiatto ma forte più di un leone. Chissà, soggiungo ridendo, la prossima volta forse potrò tradurre direttamente dall’Ebraico! Sa bene quanto ami la sua lingua e quanto piacere mi farebbe poterlo fare davvero.
David, questa volta parlerà di bimbi, di tenerezza, di abbracci, di buio e di luce, di sensazioni e di emozioni, di come si impara la vita. . Prima di lavorare insieme in trasmissione, ieri, siamo entrambi partiti per Modena dove, al teatro Guido Monzani chiude la rassegna Forum Eventi. La serata in suo onore gli è valsa l’applauso di 1200 persone, un applauso caldo, un volo che si libra dalla sala e sale e scende volteggiando, come una magica e gigantesca carezza.
Invita, con grazia, a soffermarsi sulla necessità di non usare le parole degli altri, di trovare il proprio lessico, di non essere vittime di clichés, di guardare le cose per ciò che sono e di non considerare l’infanzia solo come un ricordo inopinatamente felice.
No, l’infanzia è territorio di paure, di apprendimento, di fatica, anche.
Ma c’è un babbo, una mamma che ti aiutano, che ti sostengono e che ti fanno capire, con un abbraccio appunto, che non sei solo, nonostante non possano entrare nei tuoi incubi, non possano risparmiarti le paure. E’ in quel magico territorio che è la tua cameretta di bimbo che, finalmente, il tuo babbo e la tua mamma, spogliatisi dell’autorità che hanno su di te durante il giorno, ti abbracciano per farti decollare verso quel bellissimo viaggio dentro l’oscurità che è il sonno, con levità, con grazia e con amore. E, forse, lo fanno mentre ti narrano, leggendola, una delle favole che David ha scritto.
Tuttavia, scrivere storie non è semplice. Lo prova il fatto che fra i mille accadimenti giornalieri di cui veniamo a conoscenza, solo uno o tutt’al più due divengono “storie” da raccontare. David dice che perchè un fatto divenga storia occorre che soddisfi almeno due requisiti: 1) il bisogno di raccontarlo ad altri e 2) la coscienza che, una volta narrato e, quindi, divenuto storia, è come se trovasse spontaneamente una sua collocazione nel nostro cuore.
Un articolo letto sul giornale ti informa, certo, ma non riesce quasi mai a farti immedesimare in una situazione a te sconosciuta, come ad esempio, la guerra. E’ compito dello scrittore farlo, dipende dalla sua maestrìa e da quanto sentimento riesce a trasporre nelle parole che usa se il lettore abbandona il mero atteggiamento di giudizio e riesce ad intraprendere invece il ben più difficile viaggio nell’immedesimazione e della presa di coscienza che tutto valga uno sforzo di comprensione. Dice: immaginate una casa con le pareti mobili ed il pavimento che vibra in continuazione come scosso da un tremolìo di un terremoto. Chi potrebbe mai vivere in una casa simile? Israele non sarà mai una vera “casa” per i suoi cittadini se continuerà ad essere una casa i cui confini mutano in continuazione. Ma neppure i Palestinesi potranno mai sentirsi a “casa” se non verrà riconosciuto loro il diritto ad averne una.
La delicatezza e l’attenzione di cui è pervaso il suo discorso e che gli sgorgano così naturalmente dal senso profondo di rispetto che ha nei confronti di tutti, non impediscono a noi che lo ascoltiamo di carpire anche il profondo significato delle sue pause, del non detto, di ciò che viene lasciato, appunto, al cuore degli ascoltatori. Del suo dolore.
Eppure, dopo tanto, tanto tempo, sulla strada del ritorno, a notte fonda, ho sentito il piccolo Ben cantare. Con una voce distesa, chiara e felice.
Mi torna in mente la nostra conversazione di poche ore prima: parlavamo di poesia, di come sia bella, efficace, essenziale, di come ci si arrivi dopo un lungo viaggio, di come le parole di una canzone siano anche poesia. Con il suo dolcissimo sorriso, quasi a scusarsi della bricconata commessa, mi guarda e mi dice che, sì, a te lo posso dire, il mio prossimo libro contiene poesie, sì che ho composto, cioè scritto; cioè, beh, vedi, sì non sò se siano davvero poesie… si schernisce, come sempre, sminuendo cose che invece sono geniali e grandi.
Aspetterò, aspetteremo, piccolo Ben, il tuo nuovo libro, proprio come fanno i bimbi, con la trepidazione e l’impazienza di chi attende un dono, penso, mentre dopo l’ultimo abbraccio, chiudo la portiera dell’auto che lo riporta in albergo.
A domani, piccolo Ben. Viaggeremo insieme fino a Genova per partecipare a Mediterranea. Voci tra le sponde: un altro viaggio, nuove emozioni e la grande gioia di lavorare, vivendo, al tuo fianco ancora per un giorno.

Paolo Maria Noseda è l’interprete della trasmissione ‘Che tempo che fa’.
Sua è la voce attraverso la quale ci arriva il pensiero di Autori con la A maiuscola come David Grossman.
Scrive Paolo: ” L’interprete diviene la “voce” della persona che deve tradurre, ma non solo. Per pochi minuti, per ore o giorni, l’interprete diviene il tramite della comunicazione e deve anche saper comunicare il cuore degli ospiti. Questa è appunto una delle caratteristiche salienti e meravigliose del mio lavoro, ma è anche una grande difficoltà: da un lato occorre non tradire la personalità, i contenuti e l’immagine della persona la cui comunicazione devo gestire, dall’altro l’interprete deve rendersi conto dove si collochi il confine fra creatività e realtà. E’ necessario calarsi nella personalità di colui o colei che si traduce e tuttavia senza esagerare. Scegliere un registro, uno stile, un modo di espressione – spesso in una manciata di secondi – significa anche essere molto umili ed accettare anche tratti caratteriali che possono essere soggettivamente fastidiosi o inopportuni e non filtrarli attraverso un giudizio personale.”.

http://chetempochefa.blog.rai.it/2010/12/13/il-piccolo-ben/

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3 commenti leave one →
  1. minna permalink
    15 dicembre 2010 15:20

    Benvenuto a Paolo Maria Noseda in questo blog.

    “I racconti del camerino” è un titolo fantastico!

    Paolo, sei un grande interprete, io credo che il 70% del successo di Che tempo che fa sia merito della tua bravura!

    Come si fa a iscriversi al tuo fan club?

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