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Discorso di accettazione del Friedenspreis 2010 conferito a David Grossman a Francoforte

2 novembre 2010

Il 10 ottobre 2010 David Grossman ha ricevuto nella chiesa di St. Paul a Francoforte il Friedenspreis, il premio per la pace conferito ogni anno dalla Associazione dei librai tedeschi in occasione della Fiera del libro di Francoforte.
Riportiamo qui di seguito il discorso di accettazione del prestigioso premio tenuto in quella sede.

Quando ho cominciato a scrivere A un cerbiatto somiglia il mio amore
sapevo di voler raccontare la storia di Israele che da più di cento anni –
ancor prima che diventasse una nazione – si trova in uno stato di
guerra. E sapevo che l’avrei raccontata attraverso la storia privata,
intima, di una famiglia.
Sarete forse d’accordo con me che il vero grande dramma dell’umanità
è quello della famiglia. E ognuno di noi è un personaggio di questo
dramma in quanto in una famiglia è nato. Ai miei occhi i momenti più
significativi della storia non sono avvenuti sui campi di battaglia, in
sale di palazzi o di parlamenti bensì in cucine, in camere da letto
matrimoniali o in quelle dei bambini.
In A un cerbiatto somiglia il mio amore ho cercato di mostrare come il
conflitto mediorientale proietti se stesso, la sua brutalità, sulla fragile
e delicata sfera familiare e come, inevitabilmente, ne modifichi il
tessuto.
Ho cercato di descrivere la lotta che persone intrappolate in questo
conflitto, o in un qualunque scontro violento e protratto, devono
sostenere.
È la lotta per mantenere il sottile e complesso intreccio dei rapporti
umani e sentimenti di tenerezza, di sensibilità, di compassione, in una
situazione di durezza e di indifferenza nella quale il volto del singolo
viene cancellato. A volte paragono il tentativo di preservare questi
sentimenti nel pieno di una guerra a quello di camminare con una
candela in mano durante una violenta tempesta. Concedetemi ora di
condurvi, con una candela in mano, in mezzo a questa violenta
tempesta.
Se mi chiedeste cosa mi auguro per il conflitto israelo-palestinese la
mia risposta, ovviamente, sarebbe che finisse al più presto, si
risolvesse e regnasse la pace. Ma forse allora insistereste a chiedere:
«E se le ostilità dovessero andare avanti ancora a lungo, quale sarebbe
il tuo più grande desiderio?». Dopo aver provato una punta di dolore
per questa domanda risponderei che in quel caso vorrei imparare a
essere il più possibile esposto alle atrocità e alle ingiustizie, grandi e
piccole, che il conflitto crea e ci presenta ogni giorno, e non chiudermi
in me stesso o cercare di proteggermi.
Per me essere uomo in uno scontro tanto prolungato significa
soprattutto osservare, tenere gli occhi aperti, sempre, per quanto io
riesca (e non sempre ci riesco, non sempre ho la forza di farlo). Però
so di dovere almeno insistere, per sapere ciò che succede, cosa viene
fatto a nome mio, a quali cose collaboro malgrado io le disapprovi nella
maniera più assoluta. So di dovere osservare gli eventi per reagire, per
dire a me stesso e agli altri ciò che provo. Chiamare quegli eventi con
parole e nomi miei, senza farmi tentare da definizioni e da termini che
il governo, l’esercito, le mie paure, o persino il nemico, cercano di
dettarmi.
E vorrei ricordare – e spesso è questa la cosa più difficile – che anche
chi mi sta di fronte, il nemico che mi odia e vede in me una minaccia
alla sua esistenza, è un essere umano con una famiglia, dei figli, un
proprio concetto di giustizia, speranze, disperazioni, paure e
limitatezze.
Signore e signori, oggi mi conferite questo prestigioso “Premio della
pace”, e della pace voglio parlare. È indispensabile parlarne, insistere
a parlarne, soprattutto in una realtà come la nostra. È importante
praticare una rianimazione costante e intensa alla coscienza
terrorizzata e paralizzata di israeliani e palestinesi per i quali la parola
“pace” è quasi sinonimo di illusione, di miraggio, se non addirittura di
trappola di morte.
Dopo cento anni di guerre e decenni di occupazione e di terrorismo la
maggior parte degli israeliani e dei palestinesi non crede infatti più
nella possibilità di una vera pace. Non osa nemmeno immaginare una
situazione di pace. È ormai rassegnata al fatto di essere probabilmente
costretta a vivere in una spirale infinita di violenza e di morte. Ma chi
non crede nella possibilità della pace è già sconfitto, si è
autocondannato a una guerra continua. Talvolta occorre ricordare – e
di certo su questo autorevole palcoscenico – ciò che è ovvio: le due
parti, israeliani e palestinesi, hanno il diritto di vivere in pace, liberi
da occupazioni, dal terrorismo, dall’odio; di vivere con dignità, sia a
livello del singolo che come popoli indipendenti in un loro stato
sovrano, di guarire dalle ferite provocate da un secolo di guerre. E non
solo entrambe le parti hanno questo diritto, hanno anche un estremo
bisogno della pace, un bisogno vitale.
Non posso parlare di cosa si aspettino i palestinesi dalla pace. Non ho il
diritto di fare i loro sogni. Posso solo augurare loro, dal profondo del
cuore, che conoscano al più presto un’esistenza di libertà e di
sovranità dopo anni di schiavitù e di occupazione sotto turchi, inglesi,
egiziani, giordani e israeliani; che costruiscano la loro nazione, uno
stato democratico, in cui crescere i figli senza paura, godere di una
vita normale, di pace, e di quanto essa può offrire a qualunque essere
umano. Posso però parlare dei miei desideri e delle mie speranze di
israeliano e di ebreo.
Ai miei occhi la parola “pace” non definisce soltanto una situazione in
cui finalmente la guerra, con tutte le sue paure, sarà finita e Israele
manterrà buoni rapporti con i suoi vicini. La vera pace, per Israele,
significherà un nuovo modo di essere nel mondo, la possibilità di
guarire lentamente da distorsioni causate da duemila anni di diaspora,
di persecuzioni, di antisemitismo e di demonizzazione. E forse, fra
molti anni, se questa fragile pace resisterà, se Israele rafforzerà le basi
della propria esistenza e potrà sfruttare appieno il suo grande
potenziale umano, spirituale e culturale, anche la sensazione di
estraneità esistenziale, di isolamento, che l’uomo ebreo, che il popolo
ebreo, prova in mezzo ad altri popoli, svanirà.
Con la pace Israele avrà finalmente dei confini, cosa non da poco,
soprattutto per un popolo che per gran parte della sua storia è stato
disperso in altre nazioni e molte sue tragedie sono derivate proprio da
questo. Pensate: ormai da 62 anni Israele non ha confini definitivi. Le
sue frontiere sono instabili, vengono modificate, allargate o ristrette, a
ogni decennio. Nel nostro mondo chi non possiede dei confini chiari è
paragonabile a chi vive in una casa i cui muri ondeggiano e la terra
trema costantemente sotto i suoi piedi. A chi non possiede una vera
casa.
Nonostante la sua grande forza militare Israele non è ancora riuscito a
infondere nei suoi cittadini il senso di naturale serenità di chi si trova
al sicuro nel proprio paese. Non è riuscito – ed è questa la cosa tragica
– a guarire gli ebrei da un’amara sensazione di fondo: il disagio di chi
non si sente quasi mai a casa nel mondo. E dopo tutto Israele è stato
creato per essere rifugio degli ebrei e del popolo ebreo. Era questo il
sogno che ha portato alla sua creazione. Ma fintanto che non ci
saranno la pace, dei confini definitivi e concordati e un vero senso di
sicurezza noi israeliani non avremo la casa di cui siamo degni e di cui
abbiamo bisogno. Non ci sentiremo a casa nel mondo.
Di sicuro ve ne rendete conto: certe parole, pronunciate da un ebreo
israeliano in Germania, hanno una cassa di risonanza come in
nessun’altra parte del mondo. Ciò di cui parlo, i termini che uso, i
palpiti della memoria che questi risvegliano, provengono dalla ferita
della Shoà e a essa fanno ritorno. Molto di quanto avviene in Israele,
sia in ambito privato (nei rapporti di un uomo con sé stesso, con la sua
famiglia, con i suoi amici), sia in quello pubblico, politico e militare,
intrattiene un discorso complesso con la Shoà, con il modo in cui
questa ha forgiato la coscienza ebraica e israeliana. Anche le cose che
dico qui, nella Paulskirche, sede del primo parlamento tedesco
democraticamente eletto nel 1848, le mie parole, come un colombo
viaggiatore della Shoà, tornano sempre “laggiù”, a quei giorni.
Ma al tempo stesso, e senza fare paragoni inaccettabili tra situazioni
storiche completamente diverse, io rammento a me stesso che qui, in
Germania, si può anche vedere come un popolo è in grado di
risollevarsi non solo dalla distruzione fisica ma dal superamento di
ogni limite e freno, dallo sgretolamento di ogni senso di umanità, e di
impegnarsi a rispettare i valori dell’etica e della democrazia e di
educare i giovani all’idea della pace.
Ma torniamo alla realtà del Medio Oriente: solo la pace potrà curare
Israele dalla profonda paura che palpita nei cuori dei suoi cittadini
riguardo al futuro del loro paese e dei loro figli. Credo che non ci sia al
mondo un altro stato che viva una tale angoscia esistenziale. Quando
leggete sul giornale che la Germania ha grandi progetti per il 2030 la
cosa vi sembra logica e naturale, ma nessun israeliano farebbe progetti
così a lungo termine. Quando penso a Israele nel 2030 provo una
stretta al cuore, come se avessi profanato un qualche tabù
concedendomi di immaginare un futuro tanto lontano…
Solo la pace darà a Israele una casa, un domani, generazioni future. E
solo la pace permetterà a noi israeliani di vivere una situazione, o
sensazione, mai provata prima: quella di un’esistenza stabile.
Chi è stato esiliato, deportato, perseguitato, cacciato ripetutamente
per gran parte della sua storia, chi ha errato sospeso tra la vita e la
morte per migliaia di anni, può solo aspirare a un’esistenza stabile e
sicura nella propria patria. Aspirare a sentirsi un popolo radicato nella
propria terra, con confini protetti e riconosciuti dalla comunità
internazionale, accettato dai vicini, in buoni rapporti con loro e
integrato nel tessuto delle loro vite, con un futuro davanti e
finalmente a casa nel mondo.
Eccomi qui a parlarvi della pace. È strano. Io che non mai conosciuto
un solo istante di vera pace in vita mia, vengo a parlarne a voi? Eppure
ritengo che proprio ciò che so della guerra mi dia il diritto di farlo.
Già da molti anni la mia vita, i miei libri, si dipanano in un questo
miscuglio di guerra, di paura delle sue conseguenze, di ansia per
Israele e per i miei cari che ci vivono, di lotta per il diritto ad avere
una vita privata, intima, non eroica, in una situazione spesso
monopolizzata dal conflitto, dalla tempesta, dalla candela.
E quanto più conosco profondamente la distruzione e la devastazione
di una vita in uno stato di guerra, più sento il bisogno di scrivere, di
creare, come se questo fosse un modo di rivendicare il mio diritto
all’individualità, di dire “io” anziché “noi”.
La guerra, per sua natura, annulla le sfumature che rendono unico un
individuo e la meravigliosa peculiarità di ogni essere umano. E con la
stessa violenza rinnega anche la somiglianza fra gli esseri umani, le
cose che ci rendono uguali, il nostro comune destino.
La letteratura, non solo scrivere libri ma anche leggerli, è l’opposto di
tutto ciò. È la totale dedizione all’individuo, al suo diritto di essere tale
e al destino che condivide con l’intera umanità. La letteratura è lo
stupefazione per l’uomo, per la sua complessità, la sua ricchezza, le
sue ombre.
Quando scrivo cerco di redimere con tutte le mie forze ogni
personaggio dalla morsa dell’estraneità, della banalità, degli stereotipi,
dei cliché, dei pregiudizi. Quando scrivo lotto, talvolta per anni, per
cercare di capire ogni aspetto di una figura umana, per essere lei.
C’è un che di tenero, quasi materno, nel modo in cui uno scrittore
cerca di percepire con tutti i suoi sensi i sentimenti e le emozioni del
personaggio che crea. C’è un che di vulnerabile e di sprovveduto nella
sua disponibilità a dedicarsi senza difese ai personaggi di cui scrive. È
forse questo ciò che di grande può offrire la letteratura a chi vive in
uno stato di guerra, di alienazione, di discriminazione, di povertà, di
esilio, di sensazione che il suo “io” venga continuamente calpestato: la
capacità di restituirci un volto umano.
Signore e signori, ho aperto questo discorso parlando di come ho
cominciato a scrivere A un cerbiatto somiglia il mio amore. Forse
sapete che il romanzo narra di un soldato israeliano che parte per la
guerra e la madre, in ansia per il figlio, fugge di casa perché
un’eventuale brutta notizia non la raggiunga.
Tre anni e tre mesi dopo avere cominciato a scrivere il libro è
scoppiata la seconda guerra del Libano in seguito a un improvviso
attacco di Hezbollah a una pattuglia israeliana in ricognizione entro i
confini di Israele. La sera di sabato 12 agosto 2006, poche ore prima
del cessate il fuoco, mio figlio Uri è stato ucciso insieme a suoi tre
compagni, l’equipaggio di un carro armato, da un razzo lanciato da
Hezbollah.
Dirò solo questo: pensate a un ragazzo sulla soglia della vita, con tutte
le speranze, l’entusiasmo, la gioia di vivere, l’ingenuità, l’umorismo e i
desideri di un giovane uomo. Così era Uri e così erano migliaia di
israeliani, palestinesi, libanesi, siriani, giordani ed egiziani che hanno
perso, e continuano a perdere, la vita in questo conflitto.
Al termine della settimana del lutto ho ripreso a scrivere.
Quando a un uomo capita una tragedia una delle sensazioni più forti
che prova è quella di essere esiliato da tutto ciò in cui credeva, di cui
era certo, dalla storia di tutta la sua vita. All’improvviso niente è più
scontato.
Per me, tornare a scrivere dopo la tragedia è stato un atto istintivo.
Avevo la sensazione che così facendo avrei potuto, in un certo senso,
tornare dall’esilio.
Ho ripreso a scrivere. Sono tornato alla storia che, stranamente, era
uno dei pochi luoghi della mia vita che ancora potevo capire. Mi sono
seduto alla scrivania e ho cominciato a riannodare i fili lacerati della
trama. Dopo qualche settimana ho sentito per la prima volta, con un
certo stupore, il piacere di scrivere. Mi sono ritrovato a cercare per
ore una parola che descrivesse con esattezza un preciso sentimento.
Mi sono reso conto di non potermi accontentare di un termine che non
rispecchiasse fedelmente quel sentimento. A tratti mi stupivo che
qualcosa di tanto piccolo accentrasse a tal punto la mia attenzione
quando il mondo intorno a me era crollato. Ma non appena trovavo la
parola giusta avvertivo una soddisfazione che pensavo non avrei più
provato in vita mia: quella di fare qualcosa come si deve in un mondo
tanto caotico. Talvolta mi sentivo come chi, dopo un terremoto, esce
dalle macerie di casa, si guarda intorno, e comincia a impilare un
mattone sull’altro.
E mentre scrivevo a poco a poco riaffiorava in me il piacere di
immaginare, di inventare, lo stimolo del gioco e della scoperta che
palpitano in ogni creazione. Inventavo personaggi, soffiavo in loro la
vita, il calore e la fantasia che non credevo più ci fossero in me. Davo
loro una realtà, una quotidianità. Ritrovavo dentro di me il desiderio di
toccare tutte le sfumature di un sentimento, di una situazione, di un
rapporto. E non temevo il dolore che talvolta questo contatto provoca.
Riscoprivo che scrivere è per me il miglior modo di combattere
l’arbitrarietà – qualsiasi arbitrarietà – e la sensazione di essere una
vittima impotente dinanzi a essa. E ho imparato che in certe situazioni
l’unica libertà che un uomo ha è quella di descrivere con parole sue il
proprio destino. Talvolta questo è un modo per non essere più una
vittima.
E questo è vero sia per il singolo che per le comunità, i popoli. Mi
auguro che il mio paese, Israele, trovi la forza di riscrivere la sua
storia. Di porsi in maniera nuova e coraggiosa dinanzi al suo tragico
passato e ricrearsi da esso. Mi auguro che tutti noi troveremo la forza
necessaria per distinguere i veri pericoli dai potenti echi delle sciagure
e delle tragedie che ci hanno colpito in passato, per non essere più
vittime dei nostri nemici o delle nostre angosce e per arrivare,
finalmente, a casa. Grazie e shalom

(Traduzione di Alessandra Shomroni)

Sito ufficiale del Friedenspreis:

http://www.boersenverein.de/de/97168

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