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Intervista con Aharon Appelfeld/Interview with Aharon Appelfeld

22 luglio 2010

The interview is in Italian and English, scroll for the translation.

Il 17 luglio Aharon Appelfeld ha ricevuto il premio ‘Rosa d’oro della Milanesiana’ 2010. In occasione del conferimento del premio ha dato lettura di uno scritto avente ad oggetto ‘I paradossi’, interamente leggibile nell’articolo de ‘La Stampa’ che questo blog ha messo in evidenza  il 18 luglio scorso.

Signor Appelfeld, il  blog  per cui la intervisto si chiama ‘La biblioteca d’Israele’, e al suo interno c’è una sezione che si è deciso di chiamare ‘Poetica’ perché illustra le intenzioni che animano questo progetto.

Sin da subito ho pensato che non ci potesse essere niente di piu’ valido delle parole da lei scritte in occasione della ventunesima Fiera Internazionale del Libro di Torino del 2008. Come è noto, esse sono state pubblicate in un libretto chiamato ‘La lingua e il silenzio’ e recitano: ‘’Poetica, che cosa significa? Il cuore del narrare, l’universo interiore dell’uomo: il conoscibile e l’inconoscibile, le persone che sono con noi e quelle che non ci sono più, la nostalgia, le paure, la malinconia e la disperazione ma anche quei pochi, mirabili, momenti in cui la vita ci porta oltre noi stessi e noi percepiamo la vicinanza a Dio’’.

Io credo che in queste parole sia contenuto il suo intero universo narrativo,  la prospettiva da cui osserva l’uomo e il mondo. So che gran parte di questo sguardo è il frutto dello studio della Bibbia, è così? A tal proposito lei ha scritto che quello che ha condotto su questo testo non è stata una lettura di tipo religioso, ma, piuttosto, un tentativo di aggrapparsi alle radici della lingua e alla ‘Esperienza primaria che sorge dalle storie stesse’.

Aharon Appelfeld: ‘’Sì, è esattamente così. La Bibbia contiene le radici della nostra lingua, ma ricorda che quando si parla di lingua si parla anche di sostanza. Non si puo’ certo considerare una lingua solo da un punto  di vista strettamente formale’’

La biblioteca d’Israele: ‘’Parliamo della lingua. Lei ha scritto che la familiarità con l’ebraico è qualcosa che ha acquisito  dopo molti sforzi e applicazione, ebbene, come ha modellato la sua sensibilità questa lingua? Crede, inoltre,  che sarebbe riuscito a scrivere i suoi libri anche in tedesco, visto che è questa la sua lingua madre? ‘’

Aharon Appelfeld: ‘’Io avevo 13 anni quando andai in Israele per la prima volta, e l’ebraico divenne la mia lingua adottiva in quanto le mie lingue madri, in realtà, erano piu’ di una: tedesco, ucraino e russo. Ma no, non credo che sarei mai riuscito a scrivere i miei libri usando il tedesco perché questa era la lingua degli assassini di mia madre e della mia famiglia. Per cui, credo davvero che non sarei riuscito a scrivere i miei libri  altrimenti che in ebraico’’

La biblioteca d’Israele: ‘’Per cui possiamo dire che l’ebraico è la lingua in cui si esprime il suo cuore?’’

Aharon Appelfeld: ‘’Sì, penso che sia proprio così. Io vengo da una famiglia profondamente assimilata, e l’ebraico mi ha riportato alle mie origini: ai miei  nonni, alla mia famiglia, al mio popolo ebraico’’.

La biblioteca d’Israele: ‘’Pertanto possiamo dire che l’ebraico è strettamente collegato alla memoria, nella sua vita. Le ha permesso di descrivere situazioni, di esprimere sentimenti, che erano stati occultati dalle ombre del passato. Nell’ebraico, inoltre, le parole sono tanto importanti quanto lo è  il silenzio, giusto? Il silenzio ha un ruolo centrale nella sua scrittura.’’

Aharon Appelfeld: ‘’Sì, è giusto. Vedi, la Bibbia è scritta in un linguaggio molto essenziale, privo di orpelli. Naturalmente è denso di sentimenti e di pensieri, ma tra le parole c’è come una camera d’aria:  il silenzio’’

La biblioteca d’Israele: ‘’Il suo linguaggio, infatti, è molto essenziale e  la ragione è stata da lei così spiegata: ‘’ La forma del dolore non puo’ essere espressa con un linguaggio ebbro di parole. La prosa biblica ti insegna che il non parlare è tanto importante quando l’esprimersi. La descrizione di cio’ che è fuori da noi è solo una illusione’’. Inoltre, è importante evidenziare che la sua scrittura è imbevuta di purezza. Non ci sono tracce né di risentimento né di odio nelle sue pagine. Nonostante interi pezzi della sua vita le  siano stati strappati,  lei non ha sviluppato un atteggiamento duro verso il mondo e le persone. La chiarezza dell’analisi e la tenerezza si mescolano profondamente nella sua scrittura. Questo è il frutto di una sua innata predisposizione o  piuttosto il risultato di un lungo lavoro che ha fatto su di sé?’’

Aharon Appelfeld: ‘’Io vengo da una famiglia estremamente liberale che non conosceva l’odio verso gli altri. Non era importante che fossero ebrei, cristiani, musulmani o non credenti: erano tutti uguali. E’ stato solo quando sono andato in Israele, e  ho iniziato ad approfondire le mie radici ebraiche,  che ho imparato una cosa fondamentale: l’odio è profondamente proibito nella religione ebraica. Non odiare, non uccidere. Mai. L’odio è un sentimento profondamente negativo perché ti rende sporco. Certo, è normale che ti possa non piacere qualcosa, ma non odiare! Questo è un sentimento che ci rende simili alle  bestie, e lo stesso dicasi per la vendetta.  Tutto questo fa parte della tradizione ebraica, ma non pensare, a questo punto, che io sia perfetto. Non lo sono affatto. Io credo semplicemente nell’umanità perché è  proprio questo sentimento che fa di noi degli esseri umani’’

La biblioteca d’Israele: ‘’Lei ha scritto nell’introduzione al libro ‘Un’intera vita’ che l’impulso narrativo  ha rivelato ‘’ I passaggi fortificati della memoria che erano sepolti  dentro di me’’. Io vorrei sapere se nel suo percorso di vita  lei ha trovato delle parole essenziali che l’hanno accompagnata, una sorta di alfabeto dell’anima. Parole che sente le appartengono piu’ di altre , e a partire dalle quali ha iniziato a ricostruire il suo mondo e a demolire le barriere che si frapponevano  tra il suo presente e la memoria del passato’’

Aharon Appelfeld: ‘’Non credo sia necessario enfatizzare delle singole parole. Infatti, se vuoi descrivere la fisicità di un uomo o di una donna è necessario  trovare  la parola piu’ adatta,  e l’enfatizzazione delle singole parole non consente  di collegarle al dettaglio, di calarle nello specifico. Soprattutto, io non amo parlare in termini generali perché non sono un moralista. Io non predico agli altri e non gli dico cio’ che devono o non devono fare. Se predico lo faccio solo rivolgendomi a me stesso, per diventare una persona e un essere umano migliore. Io non dico mai alla gente cosa fare’’

La biblioteca d’Israele: ‘’La sua è umiltà’’

Aharon Appelfeld: ‘’No, non è affatto umiltà. E’ solo che io lascio che ciascuno sia quel che è perché tutti dovrebbero cercare di fare del proprio meglio. Questo è tutto. Io non mi vedo come un santo, io sono solo un uomo, sono solo uno scrittore che cerca di capire se stesso’’

La biblioteca d’Israele: ‘’Shoah. Lei ha scritto libri che ci hanno insegnato e ci insegnano  a diventare consapevoli di quanto è successo. Eppure lei non nomina mai la Shoah, nei suoi libri. Io so che lei ha insegnato letteratura ebraica alla università Ben Gurion per trent’anni, per cui è abituato a relazionarsi coi giovani. Ebbene, quale pensa che sia il loro atteggiamento nei confronti della shoah? Come si confrontano con i ricordi che gli avete dato?’’

Aharon Appelfeld: ‘’Innanzitutto io non sono uno storico, e non parlo mai in termini storici. Io parlo solo di quelle persone che sono state torturate e uccise semplicemente perché erano  ebrei. Io parlo  di questo, non parlo della Shoah in generale perché è una materia talmente vasta che, in quanto tale, necessita di essere lasciata agli storici. Oltre a cio’ dovete sapere che è molto comune, in Israele, sentir parlare di Shoah, non è affatto eccezionale come si potrebbe pensare e, ovviamente, quando qualcosa di questo tipo ha toccato la tua famiglia, inevitabilmente si estende anche a te come individuo’’

La biblioteca d’Israele: ‘’Come pensa che i giovani dovrebbero relazionarsi con questo passato al fine di costruire qualcosa in grado di fondere in sé identità, memoria e futuro? Crede che questa sia una operazione possibile?’’

Aharon Appelfeld: ‘’Certo che lo è! Ogni cosa ti succede nella vita dovrebbe avere alla base una domanda fondamentale:  ‘’Quanto significato attribuisco alla mia esistenza?’’. Si dovrebbe sempre cercare di trasformare le cose negative in positive, nella vita. Inoltre, per quel che concerne la Shoah, se i tuoi genitori sono stati torturati perché ebrei, tu dovresti cominciare a chiederti se essere  ebreo è davvero una cosa tanto sbagliata da far meritare, a coloro che lo sono,  di essere torturati e uccisi solo per questo.

Ecco, se inizi a far questo, se inizi a studiare cos’è l’ebraismo, avrai iniziato a trasformare una cosa cattiva in buona. Iniziare a comprendere cos’è la Bibbia, cos’è la religione e cosa il giudaismo, trasformerà una mostruosità in un qualcosa capace di generare in te la ferma volontà di comprendere il mondo’’.

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Mr Appelfeld, our blog is called ‘The library of Israel’ and there’s a section we’ve called ‘Poetics’ because it shows our intention behind it. I thought there couldn’t be anything better than the words you wrote for the 21st International Book Fair in Turin (2008). They’ve been published in a small book called ‘Language and silence’ and they say:  “A definition of poetics. The pumping heart of the narrative impulse, the interior universe of mankind, the knowable and unknowable, these people that are with us and those ones that are not any longer, nostalgia, melancholy, desperation, but also those few amazing moments in which life takes us beyond ourselves and we feel closeness to God”.

I think that there’s your whole narrative world in these words, your own perspective on man and life, and most of it came to you from The Bible, right? In fact, you wrote that you haven’t done a religious reading on it, but rather an attempt to cling to the roots of language and ‘To the primal experience that arises from the stories’’

Aharon Appelfeld: ‘’Yes, it is correct. There are the roots of language in the Bible, but remember that the language is also content. The Language actually is never just a mere formal matter’’

The library of Israel: ‘’So let’s talk about the language. You wrote that you’ve acquired Hebrew language with a great effort, how did it shape your sensibility? And as your mother tongue is German, do you think that you could have written your books also in this language?’’

Aharon Appelfeld: ‘’I was just 13 years old when I first came to Israel and Hebrew became my adoptive language, as far as my first languages were not only German but also Ukrainian and Russian. I don’t think that I could have ever written my books in German and that’s because that was definitely the language of the murderers, of those who had killed my mother, my family. So no, I couldn’t have written my books in any other language but Hebrew’’

The library of Israel: ‘’So we can say that Hebrew became the language of your heart?’’

Aharon Appelfeld: ‘’Yes. I suppose so. I came from a deeply assimilated family so Hebrew brought me back to my grandparents, to my family, to my Jewish people’’

The library of Israel: ‘’So we can also say that Hebrew is deeply connected to memory, in your life. It made possible for you to express things, feelings, that had been hidden by the shadows of the past. But Hebrew is as much connected to words as to silence, is it correct? Silence plays a very important role in your writing, isn’t it?’’

Aharon Appelfeld: ‘’Yes, right. The Bible is written in a very spare language, it is of course, plenty of feelings and thoughts, but there’s a lot between the sentences: a lot of silence’’

The library of Israel: ‘’ Your writing is dry and essential because, as you wrote: ‘’The pain refuses to be shaped when the language is drunk with words. The biblical prose teaches you that not speaking is as important as the speech. Outward description is merely an illusion’’. Besides it, your writing is also soaked in pureness, there are no traces of resentment and hate in your pages. There have been pieces of your life utterly teared off, but you’ve not developed a harsh attitude to people and world. Clearness of analysis and tenderness are deeply mixed in your pages. Is it a inner tendency of yours or you had to work hard to get it?’’

Aharon Appelfeld: ‘’I’m coming from a very liberal home. There was no hate towards other people: Jewish, Christian, Muslim, unbelievers, they were all the same. But I came to Israel and I started to learn Hebrew and Jewish and that’s when I read that hate is deeply forbidden in Jewish religion. Don’t hate, don’t kill. Never. Hate is a very bad feeling because it makes you unclean. Of course you may dislike something, but don’t hate! It is a feeling that makes you like beasts and animals, and the same is for revenge. It is all in the Jewish tradition. But don’t think that I am a perfect man, I’m not. I simply believe in humanity and humanity is what makes of us human beings. It is the core.’’

The library of Israel: ‘’ The narrative impulse, as you said in the introduction to your book ‘’The story of a life’’ uncovered ‘’ the fortified underground passages of my memory’’. I’d be glad to know if you’ve found some kind of essential words, a kind of alphabet of your soul. Words that you felt that belonged to you more than others and from which you’ve started off to rebuild your own world and to demolish the barriers that lied between your present life and your memory’’

Aharon Appelfeld: ‘’I would not emphasize some words because every purpose has a word. If you want to describe the physical element of a man or a woman you find the proper word. So, I don’t emphasize single words because they must always be connected to the detail. And most of all, I don’t like to speak generally because I am not a moralist. I am not preaching to other people telling them what is right to do. If I predicate I only do it to myself, to be a person, a human being. I never tell people what to do’’

The library of Israel: ‘’That’s humbleness’’

Aharon Appelfeld: ‘’No, that’s not humbleness. I let everyone to be what he is as everyone should try to do his best. That’s all. I don’t see myself as a holy man, I’m just a man, just a writer who tries to understand himself’’

The library of Israel: ‘’Shoah. You wrote books that teach us how to become conscious of what happened, even if you never name the Shoah, in your books. I know that you teached Hebrew literature at the Ben Gurion University for over 30 years and so you became used to talk to young people. So what is young people ‘s attitude to Shoah today, in your opinion? How do they cope with all of these memories that you gave them?’’

Aharon Appelfeld: ‘’First of all, I am not an historian and I don’t speak in historical terms. I simply write about people who have been tortured and killed because they were Jewish. I am talking about it, not about Shoah because it is so general and involves so many things that I leave it to historians. Besides it, you know, it is very common in Israel talkin’ about Shoah, it is not an exception as you may think, and as it belongs to your family, it also belongs to you, as an individual’’

The library of Israel: ‘’ How should young people relate to the past in order to build something in which identity, memory and future can be mixed up together?. Is it possible to do it?’’

Aharon Appelfeld: ‘’Yes, it is! Everything happens in your life should involve the question ‘’How much meaning do I give to my life?’’. You should always try to turn bad things in good things, in your life. So as concernes  Shoah, if your parents have been tortured because they were Jewish you should start to ask yourself if being a Jewish is such a bad thing that a human being deserves to be killed and eliminated because of it. If you start learning about it, and studying about it, you will also start turning a bad thing in a good thing. So start to understand what is The Bible and what is religion, start to understand what is Judaism, and you will turn a monstrosity into a thing that generates your will to understand the world’’.

The award ‘La Rosa d’oro della Milanesiana’ 2010, has been assigned, in Milan,to the 84 years old Israeli writer Aharon Appelfeld on July 17th. During the ceremony  he has read a speech about ‘The paradoxes’ which is also available, in italian, in this blog (La Stampa, 18/06/2010).

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7 commenti leave one →
  1. Sharon permalink
    22 luglio 2010 18:25

    Mitica Giusy! Ottima intervista!
    Trasformare le cose negative in positive è un insegnamento importantissimo, ma è anche molto, molto difficile… sigh. Io comune mortale ci provo, ci proverò ancora molto.
    Un abbraccio cara.

  2. Minna permalink
    23 luglio 2010 15:51

    Giusy, complimenti per l’intervista!

    Capisco che non deve essere stato facile intervistare un uomo apparentemente così semplice ma in realtà così contorto e piegato da una sofferenza devastante, subita negli anni più importanti per la formazione del carattere. Eppure le sue parole trasmettono serenità, è incredibile.

    Grazie perché con il tuo blog ci porti la parola di queste grandi persone.

    Attendo con fiducia le prossime interviste.

  3. 26 luglio 2010 12:09

    Bellissima intervista. Grazie Sharon per avermci presentate 🙂

  4. brunosimo permalink
    27 luglio 2010 19:35

    carisisma giusi, appena ti ho conosciuta, anzi, ti ho conosciuta appena, eppure già sento che farei fatica a fare a meno del tuo blog

  5. 31 luglio 2010 15:04

    non conoscevo questo autore, ma dice delle cose assai condivisibili e intense. Mi piace soprattutto quando dice: “io non amo parlare in termini generali perché non sono un moralista. Io non predico agli altri e non gli dico ciò che devono o non devono fare. Se predico lo faccio solo rivolgendomi a me stesso, per diventare una persona e un essere umano migliore. Io non dico mai alla gente cosa fare”… Grazie

  6. 8 settembre 2010 22:01

    “L’alfabeto dell’anima”: la tua domanda è stata proprio bella, cara Giusi, e non credo che Appenfeld l’abbia recepita fino in fondo. Penso che ogni scrittore abbia le proprie parole chiavi, quelle che hanno abbattuto un pezzettino di muro, quelle che hanno scardinato serrature e lucchetti. O semplicemente quelle che scatenano la creatività.

  7. 23 luglio 2013 04:43

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