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Farfalle di spine: poesie sulla Shoah. Il 5 maggio al Pitigliani. Roma.

30 aprile 2011


Cliccate sulla foto per ingrandire l’immagine con i dettagli dell’evento.

L’antologia raccoglie, in tre sezioni distinte, testi poetici nati in circostanze e momenti diversi ma legati al più terribile atto di barbarie che ha lacerato il cuore del XX secolo.

Con questa operazione di selezione e raccolta si è cercato di offrire al lettore un ventaglio di voci ed esperienze che diano testimonianza delle varie vicende legate alla Shoah. e che, contemporaneamente, trasmettano la forza comunicativa e la verità che l’arte è in grado di testimoniare oltre e più profondamente del documento

L’AUTRICE

Valeria M.M. Traversi (1974) si è laureata a Bari in Lettere nel 1998 con una tesi su Primo Levi e la letteratura della Shoah. Dopo aver conseguito il Dottorato di ricerca in Italianistica nel 2003, ha curato per Palomar un’edizione de Il dispaccio di Venere. Epistole eroiche di Pietro Michele (2008). Suo interesse di studio continua ad essere la tradizione novecentesca cui ha dedicato alcuni saggi: I rumori stridenti della scrittura. Scrittura dopo Auschwitz (1999); Suggestioni d’Africa e tradizione letteraria nel ‘Porto Sepolto’ (2003); Il ritorno a casa attraverso la letteratura: l’Istia di Pier Antonio Quarantotti Gambini (2006); “Ci ritroveremo in non so che punto”: le lettere di Montale a Irma (2007); Per dire l’orrore: Primo Levi e Dante (2008). Insegna lettere nelle scuole secondarie

L’ANTOLOGIA

L’antologia è aperta da una ampia introduzione della curatrice, che si sofferma in particolare sull’importanza della poesia per la conservazione della memoria della Shoah, accompagnando in questo compito la storia (decisamente profondi in questo senso i versi di Wislawa Szymborska: «La storia arrotonda gli scheletri allo zero. / Mille e uno fa sempre mille. / Quell’uno è come se non fosse mai esistito»), e anzi, sottolinea Traversi, «delle scritture letterarie, non documentali, proprio la poesia è il genere che più si allontana dalla storiografia», e questo nonostante «il rischio, quando alla memoria si dà voce attraverso le forme d’arte, di estetizzare l’evento come ispiratore di arte». Un rischio, tuttavia, che vale ben la pena correre, specialmente se l’alternativa si chiama silenzio, quello che, per dirla con Primo Levi, «se non trovi nessuno [con cui parlare] la lingua ti si secca in pochi giorni e con la lingua il pensiero».

L’antologia è divisa in tre sezioni, tutte ben caratterizzate e assolutamente interessanti, che raccolgono al loro interno poesie di autori diversi, e di diversa estrazione, poste in ordine cronologico. Nella prima sezione, “I testimoni diretti. Voci dai ghetti e dai Lager”, raccoglie i brani poetici di coloro, tra poeti già affermati, o anonimi, o sopravvissuti che solo col tempo hanno trovato la forza di ricordare la loro prigionia nei campi di concentramento o nei ghetti. In questa sezione emergono a nostro avviso tre brani di spiccata importanza storica. La lirica che apre l’antologia, ad esempio, è firmata da Gertrud Kolmar, figlia di un ebreo assimilato, e racconta con straziante precisione la realtà dei campi di internamento fin dal 1933, con Hitler cancelliere, con l’apertura del campo di Dachau presso Monaco di Baviera («immobili, bollati a fuoco, pieni di tagli e screpolature, / come animali da macello che aspettano il mattatore»). Altro caso rilevante è quello di Elisa Springer, viennese deportata ad Auschwitz, e, sopravvissuta al Lager, sposata con un italiano e vissuta in Puglia. Qui, dopo aver nascosto per oltre cinquant’anni i segni della prigionia, ha rotto negli anni Novanta il suo silenzio per non lasciare perduta una testimonianza preziosa dell’Olocausto, esprimendosi con una prosa fortemente lirica (Il silenzio dei vivi, Marsilio 1999). Ma la testimonianza diretta che più commuove e disarma in questa prima sezione è quella di Teddy, nome che è l’unica traccia rimasta di un ragazzino rinchiuso nel Lager dei bambini di Terezin, che con le parole semplici di un fanciullo lamenta le estreme condizioni di vita nel campo e sa dire la verità più lacerante: «Qui, a Terezin, la vita è un inferno».

La seconda sezione, “I testimoni indiretti. Voci fuori dal filo spinato”, compende i testi poetici di tre poeti ebrei di lingua tedesca scampati alla prigionia ma che vissero il “dopo Auschwitz” con grande travaglio, assumendosi «la responsabilità di dare voce a chi era stato cancellato dal mondo»: si tratta di Paul Celan, Nelly Sachs e Peter Weiss.

La terza e ultima sezione comprende invece poesie di autori non ebrei, tra i più influenti della scena poetica internazionale del Novecento (Brecht, Pasolini, Etvushenko, Szymborska, Sereni e poeti israeliani nati successivamente alla Shoah). Ognuno di loro, scrive Valeria Traversi, è riuscito «a penetrare un’angolazione particolare della tragedia scegliendo ora di mettere al centro dell’attenzione i bambini con la loro disarmante fantasia e tenerezza [...], ora di dar memoria a luoghi e vicende meno noti ma non meno importanti [...], ora di avviare una riflessione più generale sui risvolti etici e poetici della Shoah».

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